di Mauro Cattaneo

da: https://appuntialessandrini.wordpress.com/

Senza troppi clamori il Consiglio Comunale di Alessandria la scorsa settimana ha approvato una proposta della giunta – su cui l’assessore Molinari si era messo in particolare evidenza – di modificare quello che tra gli addetti ai lavori è noto come “Regolamento per l’emergenza abitativa”, ossia il regolamento in base a cui il Comune indica all’ATC i nuclei familiari a cui assegnare gli alloggi di edilizia sociale riservati alle situazioni di particolare emergenza. Una modifica che ritengo pessima per le gravi conseguenze che finirà per generare ma ancor più per lo squallido cinismo e la strumentalità di chi l’ha proposta.

Ma prima di entrare nel merito facciamo un po’ di chiarezza sul tema. La legge regionale sull’edilizia sociale (L.R. 3/2010) prevede che oltre al bando ordinario gestito dalle ATC per l’assegnazione degli alloggi pubblici – una procedura che ha tempi decisamente lunghi e si rinnova ogni tre/quattro anni – i Comuni possano assegnare una quota di alloggi a nuclei familiari che si trovino con uno sfratto già esecutivo oltre a una serie di casi molto più rari (sgombero per calamità, dichiarazione di inabitabilità e altri).

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Il senso della norma chiaramente è consentire risposte in tempi quanto meno accettabili alle famiglie sotto sfratto che certo non possono attendere i lunghi anni del bando ordinario. Ovviamente i nuclei familiari per poter richiedere uno degli alloggi di emergenza – oltre allo sfratto – devono presentare i requisiti ordinari per fare domanda di una casa popolare. Innanzi tutto devono aver residenza nel Comune da almeno tre anni. Ma anche altri requisiti come avere un ISEE (Indicatore di situazione economica equivalente) non superiore ai limiti stabiliti dal regolamento, non avere familiari assegnatari di altri alloggi di edilizia sociale, non essere occupanti abusivi e non avere alloggi in proprietà.

Si tratta di un numero di case tutt’altro che irrilevante – la legge prevede che, per realtà come Alessandria, siano la metà del totale degli alloggi assegnati nell’anno precedente – ma ancora insufficiente ad affrontare tutte le richieste che rientrano nei parametri di un’emergenza che non allenta la sua morsa. L’unica buona notizia in merito è che tra gli effetti estremamente positivi generati dal completo rinnovamento della gestione politica e amministrativa della nostra ATC negli ultimi due anni le assegnazioni di alloggi sono raddoppiate.

Per rendere più trasparenti le modalità di assegnazione di questi alloggi a fine 2016 l’allora Giunta Comunale e l’allora Consiglio approvarono un regolamento – in gran parte ispirato a quello già vigente a Torino – che regolava le modalità di assegnazione degli alloggi per l’emergenza. Il regolamento prevede una commissione – composta da soli operatori sociali pubblici e privati – che valuta le richieste e definisce una graduatoria. I punteggi più alti (3 punti) sono assegnati alle famiglie che già hanno avuto l’esecuzione dello sfratto e ai senza fissa dimora ospiti di dormitori pubblici. Seguono le madri sole con figli e le famiglie con persone con gravi disabilità o anziani (2 punti). La commissione può attribuire ulteriori punteggi per gravi disagi documentati (fino a 4 punti).

Questo, fino a pochi giorni fa.

Perché la modifica appena approvata stravolge questo meccanismo inserendo come criterio l’anzianità di residenza in città. Introducendo un incremento di 3 punti per chi è residente in città da almeno 5 anni, 4 punti se residente dal almeno 10 anni e addirittura 5 se residente da oltre 15.

Il risultato di questa bella trovata è palesemente discriminatorio. Una madre sola con figli che però avrà il torto – secondo chi ha voluto questa modifica – di risiedere in città da meno di dieci anni o un senza tetto residente da meno di cinque anni si vedranno sorpassare in graduatoria da coppie residenti da qualche anno in più. La cosa, se non fosse drammatica – ricordiamoci che stiamo parlando di persone che di solito rischiano di essere, ma più spesso sono già, senza un tetto sotto cui dormire – sarebbe semplicemente paradossale. Anche perché è già la stessa legge regionale a prevedere comunque una residenza minima di tre anni per accedere a qualunque alloggio di edilizia sociale. Tant’è che questa modifica potrebbe essere considerata illegittima dalla Regione.

Ma facciamo qualche esempio concreto. Avete presente il senza fissa dimora che stazionava sotto i portici di piazza Garibaldi? Adesso sparito, dato che è stata l’unica vera vittima della ridicola ordinanza con cui si è deciso di multare chi chiede la carità. Ecco, questa persona – siccome ha preso la residenza in città da solo un anno – grazie al nuovo regolamento voluto da Cuttica e Molinari si vedrà sorpassare da qualunque alessandrino residente da almeno cinque anni e quindi vedrà prolungarsi di almeno altri due anni l’attesa di vedersi assegnata una casa popolare.

Ma che senso ha mettere davanti a gravi condizioni familiari o personali la durata dalla residenza, che di certo non rientra tra tali parametri? La risposta è semplice ma al tempo stesso desolante: l’imminente campagna elettorale.

Vi chiederete, come mai una giunta che davvero non eccelle – a dire il vero nemmeno si nota – per il proprio attivismo si mette sotto di gran lena su questo tema? Come mai il protagonista assoluto che prima annuncia in conferenza stampa, poi sostiene e infine rivendica sui social questa evidente discriminazione è l’assessore Riccardo Molinari? E come mai, visto che l’assessore Molinari non ha certo la casa e il sociale tra le sue numerose deleghe?

Anche qui la risposta è semplice ma desolante. Le modifiche al regolamento danno seguito ai celebri proclami “prima gli italiani” e lo si intuisce facilmente leggendo come Molinari annuncia sui social che le case non andranno più agli stranieri. Quei proclami che – col nuovo corso salviniano – hanno mandato in soffitta l’ormai desueto “prima il Nord” e che di certo saranno il cardine della campagna elettorale per le politiche della prossima primavera dell’assessore pro-tempore e deputato in pectore Molinari. Ebbene, ho una brutta notizia per lui. La modifica da lui voluta e sbandierata penalizza soprattutto gli italiani. Non solo i singoli casi citati prima ma proprio tutti gli alessandrini di cittadinanza italiana residenti da meno di quindici anni. Se infatti abbiamo la pazienza e il buon senso – doti su cui evidentemente Molinari non brilla – di vedere chi sono le persone che hanno preso residenza in città negli ultimi quindici anni, vediamo che su un totale di 43.525 gli stranieri sono solo quattro su dieci (18.304). Peggio ancora poi se si considerano i nati negli ultimi quindici anni: su un totale di 10.102 sono stranieri solo 2.635 alessandrini. Solo uno su quattro. Tutti gli altri – cioè la netta maggioranza – sono alessandrini di cittadinanza italiana che resteranno penalizzati dalla demagogia leghista.

Ciò detto, credo che da questa vicenda si possano trarre alcuni insegnamenti.

Il primo è che la demagogia è sempre una pessima consigliera e uno strumento che – molto in breve – si rivela inservibile. Si può gridare, si può speculare, si può distorcere. Ma alla fine ci si rivela per quello che si è. Degli spocchiosi ciarlatani.

Il secondo insegnamento poi sarebbe quasi ovvio, tanto ci si sbatte il naso contro ogni giorno. Ma sembra che tutti l’abbiano rimosso. E l’insegnamento da tenere meglio a memoria è che la solidarietà è indivisibile. Il senso di umanità, fratellanza e disponibilità verso gli altri sono universali. O semplicemente, non sono. Chi fa della solidarietà un suo valore di riferimento non sa cosa vuol dire distinguere e discriminare. Mentre quelli che sbraitano “prima gli italiani” in realtà se ne fregano – verbo scelto mica per caso – sia degli italiani che dei non italiani in condizione di bisogno. Ma semmai si divertono a vedere litigare gli ultimi con i penultimi. E li istigano per qualche voto in più. Avvelenando pozzi da cui non toccherà a loro bere.