davdi Maria Luisa Pirrone. Alessandria

Dai media sappiamo tutto, o quasi, dei Foreign Fighters che in Siria ingrossano le fila dell’Isis. Sappiamo poco o nulla, invece, dei combattenti stranieri arruolati nelle milizie curde contro il Califfato del terrore. Tra questi volontari, ci sono anche degli italiani, e sabato scorso l’Associazione Verso il Kurdistan ha organizzato un incontro pubblico con alcuni di loro presso il Teatro Parvum. Un’occasione rara nella nostra città per conoscere una pagina di storia contemporanea ignorata o trattata con imprecisione dal giornalismo italiano.

675x350_bonus-kurdistanLe Unità di Difesa del Popolo o YPG sono forze di autodifesa della regione a maggioranza curda nel nord della Siria, sorte nel 2004 a seguito di violenti attacchi del regime di Bashar Al-Assad contro i curdi, popolo da sempre privato di un riconoscimento ufficiale, vittima di un genocidio culturale oltre che fisico e suddiviso geo-politicamente in quattro parti tra le potenze circostanti (Siria, Turchia, Iraq e Iran). Le pesanti repressioni contro chi non si uniformava al regime spinsero i curdi siriani ad organizzarsi politicamente attraverso il Partito di Unione Democratica e militarmente dislocando le YPG sul territorio.

Un vero e proprio modello di autogestione popolare che parte dalle più piccole cellule base, le comuni, riunite in assemblee di quartiere a loro volta riunite in assemblee cittadine. Ogni città ha un rappresentante uomo e una rappresentante donna. Cuore delle assemblee sono le Case del Popolo, dove si gestisce ogni aspetto della vita quotidiana, dagli approvvigionamenti alle scuole, e le Case per le donne, in cui si affrontano temi rivoluzionari per il Medio Oriente come la violenza di genere e i diritti femminili.

Rojava_june_2015Questo percorso rivoluzionario ha portato i curdi nel 2012, in piena guerra civile tra il governo e le varie fazioni di ribelli del paese, a strappare al regime le principali città del proprio territorio e a fondare il Sistema Federale Democratico della Siria del Nord, detta anche Rojava o Kurdistan occidentale, una regione autonoma de facto ispirata al confederalismo teorizzato dal leader Abdullah Ocalan, basata su quattro cantoni ma non riconosciuta dal governo centrale. Le forze armate del Rojava sono appunto le YPG il cui ruolo fondamentale di difesa del territorio si intensifica ulteriormente quando nella crisi siriana si inseriscono i fondamentalisti islamici, anch’essi ribelli al regime ma con l’unico scopo di creare uno Stato islamico fondato sulla Sharia attraverso la violenta strategia del terrorismo. La posizione curda rimane quindi totalmente indipendente sia dal governo che dalle altre fazioni ribelli del conflitto, viste con scetticismo proprio per il loro appoggio agli islamisti. La violenza jihadista dilaga nel paese in maniera così dirompente da portare i fondamentalisti ad occupare sempre più territori tra Siria e Iraq e ad instaurare il Califfato nel 2014. Da quel momento e con il supporto dell’aviazione americana, tutti gli sforzi delle YPG e del loro braccio femminile, lo YPJ, sono rivolti alla liberazione delle regioni curde perdute, a partire da Kobane, riconquistata nel 2015 dopo oltre quattro mesi di combattimenti e circa 2000 morti.

ypgEd è proprio in questa compagine storica che si inseriscono i volontari internazionali. Giovani che hanno deciso con coraggio di partire per la Siria e fare la loro parte come fecero in tanti nella Spagna martoriata dalla guerra civile degli anni ’30. Là si combatteva il franchismo, qui si combatte il fondamentalismo islamico, mostri che attraversano le epoche ma di fronte ai quali qualcuno decide di non girarsi dall’altra parte o assistere passivamente, ma di portare il proprio contributo in nome della democrazia e delle libertà. I ragazzi ospitati in Alessandria, e di cui preferiamo mantenere l’anonimato, hanno raccontato, fra le altre cose, anche il loro addestramento. Per gli internazionali esistono Akademìe specifiche dove nell’arco di un mese alla parte più strettamente militare si affiancano corsi di storia e di lingua curda, fondamentali per relazionarsi con militari e civili. L’aspetto militare, pur importante, ha un peso minore poiché queste milizie, già organizzate da anni, non hanno tanto bisogno di un nuovo esercito quanto di persone che credano nella loro causa e la diffondano a livello internazionale. Dopo questo primo periodo, in cui si apprendono i valori della vita collettiva senza gerarchie militari eccessivamente rigide, il volontario decide in quale gruppo e in che tipo di operazioni impiegarsi. Può anche andare al fronte, se si sente pronto.

Voci-dal-kurdistanI ragazzi ospitati al Parvum hanno trascorso diversi mesi in mezzo al conflitto e adesso, in patria, hanno il difficile compito di raccontare. Raccontare di un popolo ospitale e orgoglioso che da anni si difende con tutti i mezzi di cui è capace; raccontare di donne che imbracciano il kalashnikov per dare un futuro nuovo ai bambini; raccontare di migliaia di morti e di oltre 30 milioni di Curdi che non hanno uno Stato perché vivono in una terra ricca di risorse e contesa da tutti. Raccontare, soprattutto, per togliere quel velo che in Occidente, per ragioni troppo ovvie, conviene mettere sopra tante vicende, come le posizioni ambigue della Turchia o gli errori strategici degli Usa, o ancora il supporto ai terroristi di molte superpotenze arabe con cui anche il nostro paese tratta abitualmente.