di Agostino Pietrasanta.

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Alessandria: Rispetto e seguo con interesse alcune delle cause per la canonizzazione di chi ci ha preceduto nel segno della fede e della vita cristiana, ma non mi entusiasmano le inflazioni. Tuttavia constato con soddisfazione che si è concluso a Roma, l’iter processuale diocesano che ha riconosciuto l’eroicità delle virtù praticate da Luigi Sturzo; penso che per la politica ed i politici sia urgente una protezione anche nazionale, oltre quella particolarmente cospicua di Tommaso Moro.

Ovviamente, in opportuno ossequio a ciò che mi prescrive l’autorità ecclesiastica, non anticipo giudizio alcuno circa la possibile conclusione di santità per il sacerdote calatino, ma sul grado delle sue virtù cristiane, oltre i riconoscimenti processuali canonici, residuano sicuramente alcune straordinarie testimonianze di prospettiva storica.

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Intanto c’è una riconosciuta lucidità intellettuale nella definizione del ruolo della politica; definizione che, in considerazione del contesto in cui fu portata a proposta, non manca di un coraggio eroico, capace di fondare l’autonomia dei laici negli impegni temporali e nella costruzione della città dell’uomo.

Sturzo non lo fece contestando eventuali ingerenze della Chiesa nella politica, ma ricuperando la dimensione universale della Religione rispetto alla inevitabile divisione della politica e della relativa rappresentanza settoriale. Si trattò di intuizione felicissima che evitò condanne da parte dei vertici ecclesiastici, ma nel contempo si realizzò un comportamento eroico nel rivendicare un’autonomia che liberava la Chiesa da un surrettizio coinvolgimento nelle parti del confronto dialettico tra rappresentanze contrapposte.

E fu posizione eroica non solo e non tanto per le possibili reazioni della S. Sede tradizionalmente convinta della sottomissione della presenza laicale nella politica, ma soprattutto per il timore di quei cattolici che avevano sempre gradito fomndare la loro autorità sul sostegno dei vertici ecclesiastici. Sturzo fu irremovibile; disse al primo Congresso del P.P.I. a Bologna nel 1919, “…non abbiamo diritto di parlare in nome della Chiesa,…né possiamo avvalorare della forza della Chiesa la nostra azione politica…solo in nome nostro e del nostro programma possiamo e dobbiamo combattere” Altri tempi? Non credo: basti pensare a coloro che pur dichiarandosi atei, si rendono devoti, anche oggi, in funzione del consenso elettorale.

Ancora. Sturzo, è di comune acquisizione, si convinse all’impegno politico, quando ebbe a constatare la precarietà dei ceti subalterni delle periferie romane; quando constatò di persona in un giro di benedizione delle case dei più disastrati appartamenti della capitale nel sabato santo del 1895, comprese definitivamente la necessità di una presenza. Egli capì che non bastava più l’intervento sociale per quanto indispensabile, ma diventava urgente sostenerne efficace realizzazione interpellando il livello istituzionale e dunque politico; e fu eroico introdurre il problema politico, proprio mentre l’autorevole intervento di Leone XIII (Graves de communi del 1901) ribadiva che la democrazia non poteva assumere un significato politico di partecipazione attiva del cittadino, ma solo un’azione di aiuto al popolo da parte dei vertici istituzionali (“Actio benefica in populum”).

E tuttavia, ultima annotazione di eroismo, la politica voleva e doveva promuovere il primato della società civile sullo Stato. Doveva nello spirito di sussidiarietà proporre la priorità dei diritti personali e dei corpi intermedi di cui lo Stato diventava il garante ed il sostituto solo in caso di necessità. Fu eroico perché lo propose anche contro il trionfante totalitarismo fascista. Affermò al Congresso di Torino del 1923, “…per noi lo Stato …non crea i diritti naturali dell’uomo, della famiglia, della classe, dei comuni, della Religione; solo li riconosce, li tutela, li coordina, nei limiti della propria funzione politica…, per noi lo Stato non è la libertà, non è al di sopra della libertà; la riconosce e ne limita l’uso perché non degeneri in licenza. Per noi lo Stato non è la Religione; la rispetta e ne tutela l’uso dei diriiti esterni e pubblici” E Mussolini che, nonostante tutto sapeva leggere, comprese la radice ed il seme antitotalitario del ragionamento e cacciò i popolari che collaboravano (!!) al suo primo governo. Per Sturzo fu l’eroismo seguito dalla persecuzione perchè, poco dopo dovette andare in un esilio che durò ventidue anni. E non solo per sfuggire alle persecuzione del regime, come afferma in questi giorni il quotidiano di ispirazione cattolica, ma anche per invito (!) della S. Sede che si illudeva di potersi servire del fascismo.

Tanto basti per un augurio: che i politici possano presto disporre della protezione celeste di Luigi Sturzo.