Bulagri

di Enrico Sozzetti Alessandria

Bulgari evidentemente ha creduto in Valenza. Ma Valenza crede in questo insediamento di 14.000 metri quadrati, costato decine di milioni di euro e diventato la sede della più grande manifattura del lusso in Europa? I dubbi non mancano, visto che una parte della ‘città dell’oro’ non lesina critiche all’impatto di Bulgari sulla realtà locale. O forse, proprio questa linea di pensiero è la testimonianza di quanto una parte del sistema socioeconomico italiano (e valenzano in questo caso) non sia capace di capire che l’economia mondiale è cambiata, che indietro non si potrà mai più tornare e che il business del lusso su internet sta completando il processo di trasformazione. Chi ancora si lamenta perché non si fanno più le ‘Fiere del gioiello’ non ha capito che i mercati e i clienti non si raggiungono più attraverso reti di intermediari, di rappresentanti, di valigette piene zeppe di campioni e fiere vecchio stile.

E chi si lamenta perché a fianco dell’insediamento del marchio acquistato nel 2011 dalla multinazionale parigina Lvmh c’è un enorme ExpoPiemonte vuoto e abbandonato è, magari, lo stesso che negli anni scorsi non ha creduto né nella forza dell’associazionismo, né nella opportunità di investire in un marchio territoriale capace di fare riconoscere subito un gioiello ‘made in Valenza’ messo in vendita sul mercato di Hong Kong piuttosto che sui mercati arabi.

In questa Valenza che non ha capito che guardando al passato non si va più da alcuna parte, c’è anche chi, in silenzio, procede nella direzione opposta. Se Bulgari ha aperto nel cuore del Distretto orafo valenzano è, infatti, perché solo qui ha trovato la capacità artigianale, la creatività, l’innovazione culturale che stava cercando. Altrimenti lo avrebbe fatto a Vicenza o Arezzo. Benché gli altri distretti dell’oro italiano siano anch’essi coinvolti dalla maison del lusso, è in provincia di Alessandria che batte il cuore pulsante di un marchio che si dichiara “orgogliosamente italiano”. A Valenza si concentra poi l’attività di formazione, grazie alla collaborazione con il For.Al e all’investimento che ha consentito di fare nascere all’interno dell’insediamento un centro formativo – Bulgari Jewellery Academy – avviato all’inizio di marzo con 21 giovani orafi. Può ospitare fino a 42 persone in contemporanea ed è stato sviluppato proprio grazie al For.Al per gestire un ciclo di preparazione dei giovani che dura quattro mesi. E non mancano brevetti innovativi come gli occhiali in 3D dotati di una tecnologia di origine militare ed elaborati in collaborazione con il Politecnico di Torino che consentono di simulare virtualmente il lavoro su un gioiello e preparare così gli orafi alla successiva fare realizzativa.

Quando ha iniziato l’attività, la sede dava lavoro a 380 persone, ma nell’arco di pochi mesi i dipendenti sono saliti a 560 e le assunzioni continueranno fino alla metà del 2019 (obiettivo di settecento lavoratori) sulla base di un progetto di crescita che coinvolge tutto il territorio nazionale, come ha raccontato Nicolò Rapone, direttore operations di Bulgari con esperienze precedenti in Cartier e Michelin (un paio d’anni anche nello stabilimento di Alessandria) durante un incontro promosso dal Rotary Club di Valenza presieduto da Pier Leandro Milanese (a sinistra nella foto con Nicolò Rapone). Bulgari ha un rapporto diretto permanente con una quarantina di aziende valenzane cui si aggiungono altre per subforniture e commesse specifiche. Il processo produttivo, pur se lontanissimo da quello dei banchi artigianali degli orafi, è in grado di determinare ricadute sul tessuto locale, anche perché “ci sono diverse professioni che ruotano intorno all’oreficeria” puntualizza Rapone. Peccato che il territorio alessandrino, pur con una attività distrettuale che, insieme alle altre realtà italiane, è tornato a crescere (come evidenziano i dati dell’esportazione) non abbia saputo finora investire in modo massiccio su percorsi professionali e tecnici fondamentali. “A Valenza è meno viva la voglia di confrontarsi con la manifattura, al contrario di quanto avviene in altre parti d’Italia”. Il tono delle parole è pacato e per nulla polemico. Rapone si limita solo a fotografare la situazione, non perde tempo in riflessioni rispetto alle scelte del passato e guarda avanti. Il marchio si misura sull’altro unico grande competitor del lusso che è Cartier che negli stabilimenti svizzeri occupa da trecento a quattrocento persone. Ecco perché cerca, e forma, personale che arriva da molte zone della nazione e nello stesso tempo cerca integrazioni ulteriori nella componente del Distretto orafo pronto a raccogliere le sfide dell’innovazione.

È tutto oro quello che luccica? No, certo. La presenza di un colosso può rischiare di fagocitare e livellare la piccola e media imprenditoria che ruota intorno. Ma come sempre il nodo è lo stesso: la capacità di gestire i processi. Una capacità che Valenza non ha sempre avuto. Altrimenti oggi non sarebbe la città dell’oro senza un museo dell’oro, con un ExpoPiemonte chiuso e abbandonato (anche se l’ipotesi Damiani potrebbe rimescolare la carte), la totale mancanza di alberghi e di una rete di accoglienza all’altezza della clientela del lusso. E una politica quasi mai incisiva. Nonostante questo, Bulgari ha scommesso su Valenza e altre firme storiche della tradizione distrettuale stanno lavorando a pieno ritmo. Se poi intorno nascesse il tanto auspicato ‘sistema’, la città e la provincia di Alessandria potrebbero davvero voltare pagina.