Dalla mia tazza di tè

Thomas Pynchon, V.

Dei quattro che secondo Harold Bloom sono i grandi del romanzo americano del secondo Novecento – Thomas Pynchon, Philip Roth, Don DeLillo e Cormac McCarthy – l’unico di cui non avevo ancora letto nulla era Thomas Pynchon. Obbedendo alla sollecitazione di un blog che seguo ho deciso di cominciare da V., primo romanzo dell’autore, uscito nel 1963 quando Pynchon aveva ventisei anni. Non so se è stata una buona idea.

Di questo libro, “sul quale esiste una bibliografia enorme e disperante”[1] che io naturalmente non ho letto, si dice che non lo si può riassumere, lo si deve leggere; si dice anche che i capitoli che lo compongono possono essere visti come narrazioni autonome, racconti con un proprio soggetto e baricentro, enigmaticamente autoconclusi e legati fra loro in modo molto sciolto grazie al ricomparire di alcuni personaggi (diversi ricompaiono quando già ce li eravamo dimenticati, altri, che nella…

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