da: http://www.lastampa.it/ Pubblicato il 18/12/2017

CARLO RATTI*

«Fiat Strada – handbuilt by robots». Terminava così un bellissimo spot pubblicitario della Fiat Ritmo (ribattezzata Fiat Strada in Gran Bretagna) che alla fine degli Anni Settanta movimentava le televisioni del Regno Unito. Assemblate da bracci meccanici sulle incalzanti note delle Nozze di Figaro di Mozart, le Ritmo danzavano da sole sulla pista del Lingotto di Torino, come animate da vita propria, vere e proprie auto senza guidatore ante litteram.  

Torino come capitale dell’automobile irrompeva non solo negli spot pubblicitari ma anche nelle pellicole cinematografiche: indelebili nella memoria collettiva le immagini di «The Italian Job»(1969), con i ladri che sfrecciano in Mini per le strade e i monumenti del capoluogo sabaudo, restituendo l’idea di una Torino «smart» e all’avanguardia.  

Pensavo proprio a queste immagini leggendo l’articolo del rettore del Politecnico di Torino Marco Gilli «Torino diventi la prima “Smart City”» (La Stampa, 13 dicembre 2017). Gilli si chiede come fare di Torino «un luogo privilegiato per sperimentare i benefici e l’impatto delle nuove tecnologie». La domanda è molto pertinente, dal momento che i temi della smart city stanno diventando motore di sviluppo in molte aree urbane, dagli Stati Uniti all’Europa alla Cina. Una delle difficoltà tuttavia è che queste trasformazioni abbracciano moltissimi settori della nostra vita – dalla mobilità all’energia, dalla produzione alla partecipazione dei cittadini. Da dove iniziare?  

Forse si potrebbe cominciare proprio dalla mobilità, il Dna di Torino. Per gran parte del ’900 l’auto ha segnato l’identità della nostra città, prima con la Fiat, poi con lo sviluppo di un imponente indotto oggi attivo a livello globale e di recente anche con l’arrivo di grandi gruppi internazionali – dal centro ricerche della General Motors all’Italdesign recentemente inclusa nell’orbita Volkswagen. Oggi la mobilità è uno dei campi in più rapida trasformazione nella «smart city».  

Negli ultimi anni le automobili sono passate dai sistemi meccanici del tempo di Henry Ford a veri e propri computer su ruote. La maggior parte delle macchine oggi sono equipaggiate con migliaia di sensori che raccolgono dati. Compagnie come Waymo (nata da una costola di Google), Cruise (acquisita dalla General Motors), Otto (ora parte di Uber) nuTonomy e molte altre, ad esempio, stanno aggiungendo nuovi sensori che permettono di «vedere» il mondo in 3D, così come lo vediamo noi con i nostri occhi. Queste informazioni, trasmesse a un sistema di Intelligenza Artificiale, permettono alla macchina di imparare a guidare e diventare autonoma – cioè di muoversi senza guidatore.  

Dal punto di vista urbano le conseguenze sono potenzialmente dirompenti. Oggi in media una macchina viene usata soltanto il 5% del tempo. Il restante 95% invece è inutilizzata, parcheggiata in un garage o lungo un marciapiede. Al contrario un’auto autonoma, dopo averci portato al lavoro la mattina, potrà rimettersi di nuovo in strada, per dare un passaggio a nostro figlio, al figlio del vicino, o a chiunque altro in città. Si creerà, insomma, un sistema ibrido a metà tra trasporto pubblico e privato. L’automobile «driverless» ci permetterà maggior flessibilità nell’organizzazione delle nostre vite, trasformandosi in un’estensione delle nostre case. Potremo usarla di volta in volta per dormire, lavorare, fare una riunione – o magari fare all’amore (l’eliminazione della leva del cambio sarà un gran miglioramento!). 

Molte città stanno sperimentando e scommettendo su questi nuovi modelli di mobilità autonoma. A Singapore, dove abbiamo una delle nostre sedi, stiamo collaborando con il governo a uno dei più ambiziosi piani di sperimentazione, con molte macchine autonome oggi sulle strade della città e spesso utilizzabili direttamente da semplici cittadini. Il progetto sta attirando anche molti investimenti: per esempio la società nuTonomy, fondata proprio a Singapore da alcuni miei colleghi del Mit 4 anni fa, è stata appena acquistata da Delphi per quasi mezzo miliardo di dollari. Esperimenti simili sono in corso in molte altre aree urbane, da Pittsburgh a San Francisco, e stanno diventando importanti occasioni di sviluppo.  

Ecco, credo che anche Torino potrebbe aggiungersi al più presto a questo novero di città. Partendo dal proprio Dna e proiettandolo verso il futuro e proponendosi come laboratorio aperto della città di domani. Chiamare a raccolta tutti gli attori del territorio che operano in questo settore per fare sistema. Spazi e talenti legati all’innovazione stanno crescendo, come dimostra anche la recente esperienza di Fondazione Agnelli insieme a Talent Garden in via Giacosa. 

Così, a quasi quarant’anni di distanza, potrebbe finalmente diventare realtà quella profezia Anni Settanta della Fiat Ritmo – che adesso sarebbe davvero capace di danzare da sola sulla pista del Lingotto o nell’antica scacchiera della nostra città. 

*Architetto e ingegnere, Carlo Ratti insegna presso il Mit di Boston e dirige lo studio internazionale di progettazione Carlo Ratti Associati, con sedi a Torino e New York. Il suo ultimo libro è «La città di domani» (Einaudi, 2017)