Accorpam

di Daniele Borioli (*) Alessandria

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Ha avuto in queste settimane un certo rilievo pubblico la discussione sulla proposta di riorganizzazione per fusione dell’Azienda sanitaria ospedaliera con l’Azienda sanitaria locale. Si tratta di una questione di importanza primaria per il nostro territorio, e non solo sul versante proprio del sistema socio-sanitario. In gioco ci sono molti aspetti che riguardano le stesse prospettive di sviluppo delle nostre comunità. Anche se a prima vista può apparire una questione che interessa soprattutto, se non esclusivamente, gli addetti ai lavori: operatori sanitari, amministratori, politici.

Senza alcuna presunzione, mi permetto in proposito non tanto di schierarmi con l’uno o con l’altro fronte, accorpamento sì accorpamento no, per quanto l’ ipotesi mi paia avere una sua forza propulsiva molto interessante. Voglio, però, soprattutto provare a indicare quale sia il terreno più adatto su cui collocare la discussione, al fine di decidere in un tempo ragionevole che fare. Parto da una premessa: ogni valutazione dovrebbe muovere dalle convenienze per i cittadini, destinatari dei servizi, delle comunità coinvolte, dei vantaggi complessivi per il territorio, in termini di qualità complessiva del sistema e di ricadute in forma di indotto.

Ed è in tale direzione che andrebbe orientato anche l’ascolto delle categorie del settore, le quali possono dare un contribuito importante, a condizione di mettere le proprie competenze al servizio dell’interesse generale e non delle, pur legittime, spinte corporative. Una condizione, peraltro, che può verificarsi solo se saranno per primi i decisori politici a proporre un appropriato terreno di confronto, sfuggendo alla tentazione di fare del tema l’ennesima occasione di scontro elettoralistico.

La prima conseguenza di una corretta impostazione dell’argomento sarebbe la seguente domanda: è più  funzionale all’organizzazione e alla distribuzione ottimale dei servizi sul territorio, dai livelli specialistici a quelli di base, avere un unico soggetto aziendale, o averne due che, certo, possono in molti campi e in molti casi collaborare tra loro, ma che inevitabilmente giocano su altri fronti partite in competizione? Una competizione costosa per le finanze pubbliche, attraverso la duplicazione di attrezzature e tecnologie non sempre utilizzate a un livello coerente con l’entità dell’investimento; e talvolta per gli utenti, come abbiamo visto nell’apologo.

La risposta a questa domanda è basilare per fondare un ragionamento che non rimanga imprigionato nella ragnatela di altri, per quanto legittimi, interessi. Essendo chiaro come sia l’assetto amministrativo e organizzativo dell’azienda a dover essere ancillare rispetto ad obiettivi che pongono al centro il miglior equilibrio possibile tra bisogni di salute, quantità e qualità delle prestazioni, costo per gli utenti e costi per la collettività. Dovendosi, in questo peculiare settore, tenere in conto il paradosso per il quale non è detto che il miglior risultato economico di una singola azienda coincida con il migliore risultato complessivo del sistema.

Questo è, a mio parere, il cardine di tutta la riflessione, al quale bisogna a mio avviso collegare, e non contrapporre, le molte questioni connesse. Quelle che riguardano gli aspetti relativi all’organizzazione del personale, delle importanti aspettative professionali e anche delle aspirazioni di carriera: le quali possono essere un importante motore propulsivo, se non isteriliscono in ripiegamenti corporativi. O ancora quelle che hanno a che fare con l’inserimento delle scelte organizzative del sistema sanitario nel più largo contesto dei servizi pubblici, in primis quelli dei trasporti, dell’offerta formativa specializzata, anche di carattere universitario, della ricerca, della ricettività.

E infine quelle che riguardano le ricadute delle scelte che si compiono sul fronte del sistema sanitario sul profilo urbanistico e funzionale delle nostre città. Su questo complesso fronte si concentrano alcune altre considerazioni, che non hanno né vogliono avere alcuna pretesa di esaustività. Stimoli, per la discussione. A cominciare da quelli che più direttamente riguardano l’articolazione dei servizi sanitari; e che portano a chiedersi se l’obiettivo di consolidare e stabilizzare per un tempo medio-lungo la diffusione sul territorio di un’adeguata rete di presidi ospedalieri e poliambulatoriali, sia più facilmente perseguibile nello scenario di un’unica azienda o di due aziende in competizione tra loro.

La competizione non è certo un male, ma occorre saperla giocare sulla scala giusta. E oggi mi pare che questa scala coincida con l’esigenza di mettere il nostro sistema locale in grado di reggere o resistere alla forza attrattiva prepotente esercitata dal confinante sistema lombardo. Ciò comporta in primo luogo concentrarsi sull’obiettivo di un salto di qualità della nostra rete di servizi sul fronte della specializzazione. Il che richiede una serie di nodi forti e una programmazione concentrata su poche opzioni prioritarie.

La prima riguarda lo sdoppiamento su Alessandria della Facoltà di Medicina dell’Università del Piemonte Orientale, attualmente collocata solo su Novara. Un processo che si può provare a muovere, poiché intercetta anche un concreto disegno delle stesse autorità accademiche. Credo a nessuno sfugga il ritorno potenziale che uno sviluppo di questo genere potrebbe avere, anche sul fronte della ricerca.

Sempre sul fronte della ricerca, è il momento di cogliere le opportunità che possono (meglio sarebbe dire “devono”) derivare dal ruolo che si sono conquistate sul campo le esperienze maturate nel tragico contesto della vicenda amianto. Mi riferisco in particolare al lavoro svolto dell’Unità Funzionale Interaziendale Mesotelioma (UFIM), che oggi la Regione Piemonte ha finalmente ufficializzato, e che può evolvere verso un vero e proprio percorso di ricerca clinica.

Infine, ma non ultimo per importanza, dopo il percorso di riorganizzazione della rete ospedaliera affrontato dalla Regione, non senza controversie e sacrifici imposti ai territori, nel corso degli ultimi anni, si profila nuovamente sullo sfondo una domanda, che è bene tenere presente. È utile o no immaginare che tutto il sistema possa innervarsi su un nodo di alta specializzazione, un grande e nuovo ospedale baricentrico, di cui cominciare a immaginare localizzazione, progetto, fonti di finanziamento? O si ritiene sufficiente mantenere ciò che c’è, limitandosi a programmare manutenzioni straordinarie, adeguamenti, piccole espansioni?

Concludo su due questioni che non vorrei dare l’impressione di considerare poco importanti. Ogni processo di riorganizzazione di un sistema complesso di servizi, quale quello sanitario, trascina con sé e genera sul territorio molti problemi, talvolta non meno rilevanti e complicati di quelli che interviene a risolvere nel settore specifico. Se vogliamo, è stato così anche nel recente percorso di riorganizzazione dell’offerta ospedaliera, e nelle sofferenze e tensioni che esso ha comportato.

Su questo, lo voglio dire con chiarezza, occorre da parte di tutti un salto di qualità culturale. Se è vero infatti che gli obiettivi di salute (e anche di contenimento della spesa) devono precedere tutte le altre considerazioni, è vero d’altro canto che l’organizzazione della rete dei servizi deve essere accompagnata da una programmazione dei collegamenti pubblici che garantisca accessibilità a tutte le strutture, senza dover necessariamente ricorrere al trasporto privato. Il che non significa più, nell’era del car-sharing e dei servizi condivisi, dover necessariamente garantire copertura capillare con treni e autobus, ma valorizzare le nuove modalità disponibili.

Allo stesso modo, non è un cedimento al campanilismo assumere che la contrazione o la cancellazione di strutture e servizi sanitari presenti in una città possa provocare un impatto negativo di varia natura nell’ambito del tessuto urbano: dalla penalizzazione degli esercizi commerciali che intorno alle strutture del servizio sanitario hanno costruito il proprio destino; al rischio di progressivo degrado cui le strutture, parzialmente o totalmente dismesse, vanno incontro. Un tema, anche questo, di fronte al quale le comunità locali non possono essere lasciate sole dal Governo regionale, il quale deve sempre preoccuparsi di ragionare, oltre che sui vantaggi, anche sulle possibili esternalità negative delle proprie scelte.

Inviterei perciò a ragionare sul tema dell’accorpamento senza paraocchi corporativi o localistici, con una nuova e più consapevole attenzione a non isolare le scelte in una logica solo di settore, ma cercando di valutare tutti gli aspetti inevitabilmente collegati, senza cedere alla tentazione di adagiarsi nella semplice difesa dello status quo. Un atteggiamento che, di solito, non porta a evitare i cambiamenti, ma caso mai a subirli senza esserne protagonisti.

C’è un punto, tuttavia, che merita di essere preliminarmente chiarito da chi ne ha primaria competenza. La discussione, qui da noi, è stata ormai avviata, in particolare grazie alla meritoria e coraggiosa iniziativa del consigliere regionale Domenico Ravetti, che presiede la Commissione del Consiglio Regionale competente per materia. Ed è servita. Ma è a questo punto indispensabile che la Giunta regionale si esprima con chiarezza e ufficialità sulla direzione che intende prendere, possibilmente rendendo espliciti i vantaggi che ne possono derivare ai cittadini del nostro territorio e alle comunità in esso insediate.

(*) Senatore PD della Provincia di Alessandria