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di Carlo Baviera. Alessandria

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Anche se siamo ormai a fine anno, penso che gli sportivi italiani si ricordino del mese di luglio, quando hanno esultato per le imprese dei nostri campioni del nuoto e dei tuffi (e spero anche coloro che durante l’anno si disinteressano di sport).

I commenti positivi e i messaggi di complimenti ai campioni o a quanti hanno raggiunto il podio sono stati numerosi: compreso, come sempre e per primo, quello dei politici e dei rappresentanti istituzionali.

Fra gli altri mi aveva colpito, a proposito della magnifica vittoria della Pellegrini, il commento del Premier Gentiloni, il quale ha voluto paragonare in modo implicito, il successo sportivo con i risultati che emergevano in quelle settimane su una ripresa dell’Italia: “Bella Italia che rimonta”.

L’allusione alla situazione dei conti e del Pil e dell’occupazione, si potrebbe dire, è puramente voluta. E del resto fa bene un Presidente del Consiglio, chiunque esso sia, a dare un messaggio positivo attraverso i complimenti rivolti agli atleti. L’hanno fatto anche altri.

I Ministri e la dirigenza politica non ha mai perso occasione per commentare positivamente le vittorie sportive italiane facendone esempio dell’Italia civile, sociale, economica e politica che si impegna, che riforma, che desidera sviluppare e far crescere la nazione.

Si parla in questo modo, e sempre con un doppio senso (sport e politica) di un’Italia che si sacrifica e si impegna, che si allena duramente, che sa darsi obiettivi e perseguirli con coraggio, con grinta, con passione.

Spostando il discorso sugli aspetti politici, mi verrebbe da pensare , a questo punto, che le “vittorie” sono di chi ha saputo innovare, portare l’asticella più in alto, svegliare dalle vecchie abitudini e puntare su obiettivi, e battaglie che accantonino chi ha rappresentato gli ultimi 20 o 30 anni di guida.

Si potrebbero leggere in questo modo anche le affermazioni a Roma e Torino di Sindache nuove e giovani, per una svolta capace di apportare novità e cambiamento, oltre che maggiore moralità. Potrebbe valere la stessa cosa per la Francia. Ritornata ad essere un riferimento per le speranze di abbandono di tutti gli aspetti negativi anche dell’Europa.

Invece ci siamo accorti ben presto di scivolate o buchi nell’acqua di Raggi e Appendino: almeno questo dicono le cronache. E lo stesso fenomeno Macron, partito alla grande e accolto da numerose speranze, indicato come coraggioso campione di novità, ha presto mostrato il suo vero volto: la vittoria è venuta (senza negare alcune sue scelte positive e coraggiose) soprattutto grazie alla necessità di costruire una barriera anti lepenista. E poi, con scelte successive, dai migranti, alla Libia, alla vicenda dei cantieri di Saint-Nazaire, ha mostrato il volto di chi continua con una visione di “grandeur”, di ragionare non nell’interesse dell’unione e della collaborazione europea ma del proprio Stato.

Così arrivo ad una conclusione. Se le vittorie sportive possono essere esempio per rappresentare le vittorie dei governi e delle politiche, vale anche il discorso che in politica, come nello sport, non è l’improvvisazione ciò che serve oppure semplicemente i nuovi arrivati, con le loro ricette affascinanti (da qualunque parte arrivino e di qualunque colore siano).

Ciò che continua a essere essenziale per una politica che sa essere equilibrata, non improvvisata, con una visione lunga, restano le “vecchie” idee, i “vecchi” valori. Naturalmente aggiornate e interpretate all’epoca che stiamo vivendo. E’ ovvio che se cambia tutto ciò che intendiamo per lavoro (ad esempio le tecnologie, le fabbriche, l’organizzazione, ecc.) le ricette dovranno tenerne conto. Ciò che non cambia sono i diritti, di lavoratori e imprenditori, di sindacalisti e di managers, sono la dignità delle persone e le esigenze delle famiglie, della salute, dei consumi. E così via.

Perciò, anche nel XXI secolo, più che i talk show, più che bucare il video, più che il solo uso dei tweet e la democrazia da tastiera, continua ad essere necessario chi si è preparato, chi ha fatto gavetta, chi ha lavorato fra la gente e nell’associazionismo. Bisogna allenarsi, tutti i giorni, prepararsi, e avere costanza.

Mi auguro che la nuova politica, anche in vista delle prossime scadenze elettorali, riparta dalle radici e non dalle improvvisazioni di chi si presenta come nuovo solo perché critico con la casta o fautore dei tagli alla politica. Anche perché la democrazia costa!

Questo è l’augurio che faccio, e mi faccio, per il nuovo anno.