Unità d’Italia, ma Alessandria…, di Piercarlo Fabbio

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da RADIO BBSI ·

di Piercarlo Fabbio LMCA Alessandria

Riprendo la macchina del tempo: il suo sforzo non sarà intenso, visto che dovrà portarmi solo al 1861. Data fatidica. Infatti nel marzo, esattamente il 17, a Torino, il Parlamento del Regno di Sardegna proclamerà l’unità del Paese.

Il momento è dunque solenne. Generazioni di patrioti vedono realizzarsi i propri sogni, coronare i loro sacrifici. Hanno combattuto, molti di loro sono morti, altri hanno conosciuto l’esilio, il carcere, le tribolazioni dei processi burla, le condanne severe, perlopiù a morte, le ingiustizie delle sentenze di uno Stato, che ora, pomposamente, in giacca e gilet, raggiunge quei risultati che molti sospiravano, ma non hanno potuto ottenere durante la loro esistenza.

È il tempo dei paradossi, ancor più accentuati dal fatto che i vertici del nostro Risorgimento, tutto sono fuor che uniti. Anzi. Quelli che la vulgata risorgimentale consegnerà alla storia come i padri della patria hanno idee del tutto divergenti. Mazzini, la mente secondo la propaganda anche scolastica post unitaria, è per Vittorio Emanuele II un pericoloso avversario, un terrorista condannato a morte, costretto dal potere a vagare per mezza Europa, al fine di evitare la pena capitale in patria. Propugna la repubblica, ma si dovrà accontentare della Monarchia costituzionale, che Carlo Alberto, nel 1848, sancisce con il “dono” dello Statuto ai propri sudditi. Peraltro Mazzini non assume decisioni. Le sue idee sono sullo sfondo, e casomai aiuteranno altri a fare scelte che andranno verso l’unificazione del Paese.

Personaggi della storia patria

Il Re, quello richiamato nei volantini che a La Scala di Milano si gettano dal loggione verso i palchi e la platea con la scritta “viva VERDI”, cioè “viva Vittorio Emanuele Re d’Italia”, preferirà, nel giorno sontuoso dell’unità tanto agognata, mantenere – fra non poche velate polemiche – il nome e l’indicazione di essere “secondo” e non “primo” come molti gli chiedono. La propaganda della casa monarchica lo dipinge come il Re Galantuomo, ma in privato molti, specie nelle cancellerie europee, lo detestano per i modi non troppo urbani. Eppure ha raccolto il regno di Sardegna in un momento difficilissimo, dopo che il padre, Carlo Alberto, aveva subito una dura sconfitta (ben due battaglie perse: Custoza e Novara) ed era stato costretto all’esilio. Era riuscito anche a resistere agli austriaci vincitori nel 1948 e a rifiutare con sdegno il suggerito ritiro dello Statuto Albertino, in modo da trasformare la sua monarchia in assoluta e tralasciare quella costituzionale e la forma liberale.

Cavour è preoccupato da mille questioni. Governa in forza del “connubio”, offertogli dall’alessandrino Urbano Rattazzi, centro destro e centro sinistro, ma ha problemi di diplomazia internazionale, utilizza la cugina, cioè la contessa di Castiglione, come spia alla corte di Parigi. Anticipatrice della leggendaria Mata Hari. Le carte della contessa, alla sua morte, verranno frettolosamente distrutte o messe chissà dove. Indice di estrema pericolosità politica.

In più il Conte Camillo, deve affrontare mille questioni di armonizzazione amministrativa con l’ex “Lombardia austriaca” ormai conquistata alla causa italiana dopo la seconda guerra d’indipendenza, che ha leggi, ordinamenti, procedure, prassi del tutto diverse da quelle del Regno di Sardegna.

Cavour non pensa all’unità d’Italia, anzi, la ritiene una “corbelleria” (è una sua definizione). Pensa piuttosto a scacciare le grandi potenze dal suolo italiano. Per questo si infuria quando il Re Vittorio firma l’armistizio di Villafranca e perde Veneto e Trentino.

In questo clima ove Cavour conduce riforme e innovazioni oltre ogni limite in allora conosciuto, Garibaldi non trova di meglio che imbarcare un migliaio di uomini ed andare per mare in Sicilia a conquistare l’Italia del sud combattendo contro i Borboni. Aprire un altro fronte oltre a quello contro l’Austria, cioè contro il gendarme d’Europa, se non è una pazzia, poco ci manca. Cavour lo sa, ma è impotente contro l’immensa popolarità dell’eroe dei due mondi.

Giuseppe Garibaldi da Nizza, patria svenduta inopinatamente dai Savoia ai francesi con il trattato di Torino, non è tipo da farsi comandare. Ha risorse, popolo, donne che raccolgono fortune per le sue imprese e sa comandare. Non solo piccoli gruppi di guastatori dalle camicie rosso fuoco, ma veri eserciti.

Ha il dono di capire la battaglia e di sapere motivare i propri uomini. Li sa far muovere modernamente. Se le donne lo adorano e diventano con lui passionarie dell’idea di un’Italia unita e di un papato lontano dalle cose dello Stato e spogliato dei suoi immensi averi, gli uomini lo seguono fino alla morte. Su di loro può contare anche nei momenti più difficili della sua azione. E Roma è un suo chiodo fisso. Mezza Italia centrale deve essere conquistata a forza dai Savoia per fermare la straordinaria avanzata di Garibaldi verso quella che nel 1870 diventerà la capitale d’Italia.

Ma Alessandria soffre

A livello sociale, se questo può essere un quadro dei personaggi storici che vanno per la maggiore, la borghesia ha ormai un posto di rilievo nelle comunità. Anche ad Alessandria ove… ma lasciamo la parola a Roberto Livraghi che dipinge la società alessandrina dell’epoca:

“I borghesi delle professioni, i nuovi proprietari, gli impresari arricchiti con i lavori pubblici, acquistano e trattano i palazzi cittadini dell’aristocrazia, compravendono le loro terre agricole, ricoprono il territorio con una rete di strade e vie ferrate, si lanciano in speculazioni finanziarie legate al progresso dei commerci e delle infrastrutture”. (Da Livraghi R., ceti dirigenti e governo della città di Alessandria nel lungo Risorgimento (1798-1861), Almayer, Modena, 2012)

Alessandria era conosciuta come feudo dei Democratici. Non a caso da qui partiva Urbano Rattazzi, che consentì a Cavour di governare con una maggioranza abbastanza solida da sostenere la sua politica interna di riforme e quella internazionale di alleanze e guerre d’espansione.

E Alessandria, nella prima metà del secolo XIX, è la terza città del Regno di Sardegna, dopo Torino e Genova. È stata la patria dei moti del 1821, cantati oltre che da Carducci anche da Manzoni. Ha partecipato a quelli del 1933 con il sacrificio supremo di Andrea Vochieri. Non ha fatto mancare il supporto per i movimenti del 1948. Sui rampari della Cittadella, per la prima volta nel Regno di Sardegna è sventolato un tricolore. Alla città poi, in segno di ringraziamento, 100 città d’Italia hanno donato altrettanti nuovi cannoni, affinché migliorare le sue difese. È stata teatro della spedizione dell’esercito del Regno verso la Crimea.

Cosa succederà alla città dopo che l’Unità d’Italia la fa retrocedere a semplice capoluogo di provincia? Una delle tante. Così il Conte Pietro Civalieri commenta la questione, a seguito delle votazioni per l’annessione dell’Italia centrale:

“Se in questo solenne giorno vedrà l’Italia consolidata la sua autonomia, coll’universale voto della Toscana ed Emilia di voler far parte del Regno sotto lo scettro di re Vittorio Emanuele e se ogni buon Italiano deve compiacersene, e scorgere il buon avviamento all’indipendenza ed unificazione della Comune Patria, pure credo sia lecito ed è pur vero il dire che in quest’oggi si estingue l’autonomia del Piemonte, il quale da valoroso ed onesto Regno, diviene una provincia del grande novello Stato”. (Civalieri Pietro, Memorie)

Insomma un grande sacrificio lo ha fatto anche Alessandria… Ma se queste erano le preoccupazioni delle classi dirigenti, come vivevano nel quotidiano i più poveri? Cioè coloro che non potevano contare su nuove ricchezze o vecchi status, ma solo sulla tradizionale mancanza di mezzi di sussistenza?

Cercherò di parlarvene quanto prima.

Piercarlo Fabbio

Estratto (in anteprima) della trasmissione di Radio BBSI: La mia cara Alessandria 220_263 BBSI 26 settembre 2017

Autore: alessandria today

Ex Dirigente, consulente e ora blogger

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