Fusione Nucleare a Casale M.to. Sulla base di un documento di Legambiente si muovono anche altre associazioni

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Pro Natura Regione Piemonte

http://www.cittafutura.al.it/

Sulla base di una segnalazione circostanziata di Legambiente, cominciano a farsi sentire anche altre associazioni ambientaliste preoccupate per quanto sta succedendo a Casale M.to.  La possibilità di poter avere un impianto pilota di studio e sperimentazione sull’energia da “fusione nucleare” ha portato tutte le associazioni ambientaliste a richiedere un incontro con l’Amministrazione comunale casalese e con tutte le Autorità che possano in qualche modo essere coinvolte. Ecco qui il testo completo della comunicazione inviata alle autorità (ed agli uffici tecnici di competenza).  

Oggetto: DTT per la fusione nucleare a Casale Monferrato 

– Richiesta di incontro urgente 

La Federazione nazionale Pro Natura, a nome di tutte le Federate del Piemonte, ritiene che la decisione di ospitare nel territorio del comune di Casale Monferrato l’impianto sperimentale DTT (Divertor Tokamak Test facility) per sperimentare la fusione nucleare, proposto dall’ENEA, sia una scelta profondamente sbagliata in quanto:

– inadeguata rispetto alle risposte da dare in tempo utile ai cambiamenti climatici globali;

– contraddittoria rispetto alle politiche energetiche che sono indirizzate all’uso delle fonti rinnovabili, pulite e diffuse;

– pericolosa, in quanto è prevista la produzione di rifiuti radioattivi generati dalla attivazione neutronica, i quali, in caso di incidente, potrebbero riversarsi all’esterno;

– in ogni caso inappropriata riguardo allo specifico sito indicato per la sua collocazione, l’ex fabbrica Gaiero in località Oltreponte di Casale Monferrato, area notoriamente esondabile.

Ritenendo inoltre che per l’avvio di un’attività nucleare come quella del DTT sia indispensabile la massima informazione e partecipazione, si richiede un incontro urgente che consenta di avviare un confronto – finora assente – sull’opportunità della scelta di ospitare tale impianto nel territorio piemontese.

A proposito della Fusione nucleare e della realizzazione in Italia di grandi macchine radiogene per sperimentarla, quali il “DTT” proposto a Casale Monferrato (AL) per la Federazione nazionale Pro Natura il modello energetico a cui tendere è ben altro, e prevede l’utilizzo dell’energia solare che giunge a tutti noi, senza bisogno di realizzare complessissime e costosissime centrali che oltretutto generano inevitabilmente materiali radioattivi pericolosi per la salute, e utilizzano tecnologie che possono trovare applicazione anche in campo militare.

Le previsioni sulla utilizzabilità della fusione nucleare per scopi civili sono state uno dei maggiori abbagli della Fisica moderna. Edward Teller, padre della bomba che utilizza la fusione nucleare, preconizzava negli anni ’50 che l’energia elettrica prodotta da centrali alimentate dalla fusione sarebbe stata disponibile già a partire dai primi anni Novanta.

Forse pensava che si sarebbe potuto riprodurre quel che era successo per la fissione, il passaggio dalla bomba all’uso civile per la produzione elettrica nel giro di poco più di un decennio.

Così non è stato.

Nonostante gli enormi investimenti protratti nel corso di decenni da parte di molti Paesi, è ancora in discussione persino la realizzabilità pratica di impianti che possano fornire energia concretamente utilizzabile, e si è ancora ai tentativi di realizzazione di impianti dimostrativi come quello denominato ITER (International Thermonuclear Experimental Reactor) attualmente in costruzione a Cadarache (Francia).

La fusione nucleare è stata a più riprese propinata come fonte energetica illimitata e pulita. La prima pretesa rimanda alla mitologia dell’offerta incondizionata d’energia, mentre, per la seconda, la letteratura scientifica disponibile fornisce per la fusione una valutazione dell’inventario radioattivo che, pur essendo quantitativamente minore rispetto a quello della fissione, non è certamente trascurabile. Oltretutto la fusione nucleare giungerebbe troppo tardi per poter limitare le emissioni climalteranti: quando il primo kWh da fusione potrebbe essere forse disponibile, il mondo, secondo il percorso dell’Accordo di Parigi, avrà sostituito gran parte dei combustibili fossili nella produzione elettrica.

Il trascorrere dei decenni, da quando sono iniziati i primi esperimenti per un utilizzo civile della fusione nucleare, ha visto l’affermarsi di nuove tecnologie, di nuovi interessi industriali, di nuovi orientamenti di mercato.

Inevitabile è stato invecchiamento, che nel corso di mezzo secolo ha progressivamente colpito il progetto “fusione nucleare”: una forma d’energia accentrata, come gestione, e, fisicamente, ad alta concentrazione – anche se i volumi di una centrale a fusione sono circa dieci volte superiori, a parità di potenza, di quelli di una centrale a fissione – proprio quando la UE ha scelto, ormai da oltre dieci anni, il percorso delle fonti energetiche a bassa densità, decentrate nel territorio e direttamente accessibili al cittadino, fino alle forme di autogestione che non rappresentano più nella realtà europea isolati casi esemplari.

E i tre 20% hanno rappresentato un riferimento per tutti i Paesi del mondo, confermato dall’Accordo di Parigi e dalla decisione di tutti i leader europei, e non solo, a mantenere i “patti” di fronte alle turbolenze di Trump.

Oggi quindi il progetto “fusione nucleare” risulta obsoleto, prima ancora che – non si sa quando e con che costi – possa entrare in esercizio una centrale basata su quei principi fisici di funzionamento. Si può inoltre prevedere che, come per il nucleare da fissione, le centrali a fusione esisterebbero solo se finanziate dallo Stato: basti pensare che la previsione dei costi per la prima fase di costruzione di ITER a Cadarache è passata da 5 a 13 miliardi di euro, secondo la stessa ITER Organization.

Un investimento sbagliato, quindi, quello sulla fusione nucleare, forse solo un modo per far avere un supporto pubblico garantito ai gruppi dell’elettromeccanica pesante e affini.

L’idea di replicare sulla Terra il sistema di produzione energia che avviene nel Sole, affascinante negli anni ’60 e forse fino a una trentina d’anni fa, rivela oggi la sua macchinosità e la sua sostanziale residualità quanto più aumentano i ritardi del progetto e, soprattutto, quanto più aumenta la fruibilità diretta dell’energia solare e della disponibilità del complesso delle fonti rinnovabili.

E’ sulla scorta di queste considerazioni che andrebbe innanzitutto valutata l’opportunità della partecipazione di Enea e di ogni finanziamento pubblico a progetti “collaterali” alla costruzione dell’impianto ITER di Cadarache, come il DTT, a partire dalla definizione precisa del senso di questi progetti e in che cosa essi esattamente consistano.

Purtroppo le passate esperienze di ricerca sui reattori veloci, quali quella del l PEC (Prova Elementi Combustibile) – nel Centro di ricerca del CNEN nell’area del lago Brasimone (Appennino ToscoEmiliano) – con le migliaia di miliardi di vecchie lire buttate, oppure quelle sul “Superphénix” e la relativa quota di partecipazione che l’Italia si trovò a dover pagare, erano contraddistinte da toni orgogliosi non diversi da quelli usati dall’attuale dirigenza dell’ENEA a proposito del DTT.

Non risulta infine che nessuno, se non il contribuente, abbia pagato per l’essere ai “primi posti” in imprese di questo genere. 

La Federazione Pro Natura (*), e le altre associazioni ambientaliste, ritengono che il modello energetico a cui tendere è invece ben altro, e prevede l’utilizzo dell’energia solare che giunge a tutti noi, senza bisogno di realizzare complessissime e costosissime centrali che oltretutto generano inevitabilmente materiali radioattivi pericolosi per la salute, e utilizzano tecnologie che possono trovare applicazione anche in campo militare. Alla luce delle precedenti considerazioni, la proposta di realizzare la macchina DTT (Divertor Tokamak Test facility) per sperimentare la fusione nucleare, a Casale Monferrato o in qualunque altro luogo in Italia, ci lascia sgomenti.

Si tratta di una macchina collegata al progetto ITER (International Termonuclear Experimental Reactor). Non si tratta di fusione nucleare “fredda”, come per errore qualche giornale ha scritto, ma di fusione nucleare “calda”, cioè quella utilizzata da tempo (1952) nelle bombe atomiche di tipo H, con l’utilizzo di Deuterio e di Trizio. Si tratta di vera e propria energia nucleare, non di altro, come si può facilmente verificare cercando nel dizionario il termine “energia nucleare: “energia contenuta nel nucleo atomico, che si libera per sintesi di nuclei leggeri nel processo di fusione, o per scissione di nuclei pesanti nel processo di fissione (Enciclopedia Garzanti)”.

La fusione nucleare di Deuterio e Trizio, che si vorrebbe utilizzare per produrre energia con il progetto ITER e di cui a Casale si vorrebbe sperimentare una parte (DTT), produce neutroni che rendono radioattive le strutture e generano scorie radioattive: non le stesse scorie radioattive che vengono generate dalle classiche centrali nucleari “a fissione”, ma di altro tipo, meno durature, ma sempre radioattive.

Ma perché poi volerla raffrontare con la fissione nucleare? Ci mancherebbe altro che fosse persino peggiore del nucleare da fissione che i cittadini italiani hanno bocciato per ben due volte: se mai andrebbe raffrontata con il fotovoltaico, che appunto trasforma direttamente in energia elettrica l’energia della fusione nucleare che avviene sul Sole. Il DTT è formalmente una Macchina radiogena di Categoria A, quelle macchine che in tutto l’angolo solido hanno un flusso neutronico superiore a 10 elevato 7 (il DTT avrà un flusso centomila volte di più elevato: 10 elevato 12 neutroni al secondo).

Come gli impianti nucleari classici che già ben conosciamo, sarà soggetto al Dlgs 230/1995 (Art 27 e 28), dovrà essere autorizzato dal Ministero dello Sviluppo Economico, sentite ISPRA e Regione, sarà soggetto ad un Piano di emergenza da parte della Prefettura, funzionerà in depressione, per evitare fuoriuscita dei materiali radioattivi contenuti, e dovrà avere muri perimetrali spessi due metri, ecc.

Non si sa se utilizzerà Trizio radioattivo come materiale di partenza, ma certamente durante il suo funzionamento genererà, per attivazione neutronica, vari materiali radioattivi. In caso di incidente o atto terroristico questi materiali radioattivi generati possono uscire all’esterno, contaminare l’ambiente e danneggiare la salute. Nel progetto stesso del DTT che si vorrebbe realizzare a Casale Monferrato, ma solo nella versione in lingua inglese (!), è previsto che dentro al DTT si formino sostanze radioattive non trascurabili, anzi, di tutto rispetto:

 “4. 7.5 Neutron induced radioactivity  (segue testo in inglese di cui si da’ traduzione):  4.7.5 Radioattività indotta dai Neutroni La radioattività indotta dai neutroni ha un impatto sulle operazioni di manutenzione e sul trattamento dei rifiuti. Dopo lo spegnimento del DTT è prevista un’attivazione [ndr: attivazione neutronica: induzione secondaria di radioattività in materiali sottoposti a un flusso di neutroni, avviene quando i nuclei atomici catturano i neutroni liberi, diventando così più pesanti e passando ad uno stato eccitato] non trascurabile in tempi corti-medi specialmente nei componenti a contatto con il plasma. La dose stimata a contatto dopo un giorno dalla fine delle attività del DTT è, infatti, di circa 100 mSv/h nel tungsteno. Dopo un maggior tempo di raffreddamento, la radioattività più elevata è osservata negli acciai principalmente a causa dell’attivazione del nichel e del tantalio (ad esempio 10 mSv/h nel tungsteno ad un mese dallo spegnimento), pertanto è obbligatoria la manipolazione a distanza. Il livello di radioattività può richiedere la predisposizione di un deposito temporaneo ad hoc per collocare i componenti smontati attivati. Comunque, entro 50 anni dallo spegnimento, la dose a contatto di tutti i componenti dovrebbe essere inferiore a 10 microSv/h, e il livello di radioattività non dovrebbe causare problemi nel trattamento dei rifiuti. “

E, infine, l’aspetto dei costi: ingentissimi e senza fine! Solo per l’esperimento DTT di Casale si prevedono (per ora) 500 milioni di euro a cui l’Italia e la Regione ospitante dovranno contribuire con decine e decine di milioni. Una sola ultima domanda: se tale cifra fosse spesa a Casale Monferrato per migliorare l’ambiente: quanti posti di lavoro si potrebbero generare e quanti tetti in eternit si potrebbero bonificare?

,,,

(*)  Come segnalato nel titolo la Federazione Regionale di Pro Natura – con altre associazioni – ha ripreso un documento a firma Legambiente Piemonte di circa un mese fa.  Oltre che al Sindaco di Casale M.to, destinatari della richiesta sono: Presidente della Regione Piemonte,Assessori all’Ambiente e alle attività di Ricerca scientifica, Presidente della Commissione Ambiente del Consiglio Regionale

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