La generalessa

di Marina Elettra Maranetto http://www.cittafutura.al.it/web 

Avevano un modo singolare di tenersi per mano. Francesca non aveva bisogno di stringerla attraverso il guanto perché entrambe accordavano la propria andatura in modo prefetto, un passo l’una, due passetti l’altra. Era un’espressione simbolica del loro legame, quel delicato sfiorarsi, in cui la più piccola provava la sensazione rassicurante di essere accolta, non trattenuta, dalla mano più grande. Ogni tanto Ermina le inviava due strette veloci, come segnali d’alfabeto Morse, che Francesca le restituiva: un linguaggio che si erano inventate per comunicarsi silenziosamente un gradimento reciproco.

Si erano avviate per il corso principale all’ora del passeggio. Ermina guardava la madre, non più giovane, con una punta di dolore per i capelli precocemente imbiancati che ai suoi occhi apparivano appropriati ad una nonna, più che ad una mamma. Ma presto traeva conforto dalle occhiate di rispettoso consenso in chi accennava un saluto, valutando in modo differente il suo portamento aristocratico e il contrasto tra il nero del tailleur attillato e il pallore del viso. La trasparenza della veletta riusciva appena a celare il bagliore scuro dello sguardo.

In distanza, lungo il marciapiede opposto, una coppia impettita avanzava con passo perfettamente sincronizzato, un incedere lento e regolare, come si trattasse di passare in rivista le truppe.

Con la stessa espressione sprezzante, da superiore a sottoposto, entrambi rivolgevano misurati e secchi cenni del capo, più simili ad un ordine che ad un saluto, concedendo quel raro privilegio ad esseri inferiori degni di un istante d’annoiata considerazione, imposta da regole diplomatiche.

Lui, in divisa da generale, era irrigidito dalla volontà di accrescere statura e prestigio, un atteggiamento divenuto abituale dalla pratica autoritaria del comando. Lei, la Generalessa, aveva capelli bianchi incredibilmente azzurrati, immobilizzati in una foggia arrotolata simile alle parrucche settecentesche. Profilo tagliente, labbra sottili, sguardo che non concede pietà: pur senza codino, era il ritratto di Robespierre. Un incontro abituale, sul quale si potevano regolare gli orologi.

Proprio quel giorno e proprio quella volta, inspiegabilmente, in Francesca s’infranse qualcosa da cui, senz’altro controllo, un guizzo di ribellione al conformismo di una farsa in cui scorgeva anche se stessa, prese la via della fuga sottoforma di un pensiero espresso che mai Ermina avrebbe pensato potesse uscire dalla bocca della madre.

– Vuoi vedere che a quella signora piace la …? – E pronunciò con naturalezza la parola che evoca una delle più neglette funzioni del corpo, consapevole, come il Sommo Poeta che la usò così com’era, che nessun sinonimo sarebbe riuscito a renderla accettabile e altrettanto efficace.

Qualche istante dopo la domanda diretta, “le piace la…?”, passò sussurrata attraverso un sorriso di circostanza e la veletta, giungendo indenne a destinazione.

Un esperto di lettura labiale avrebbe a stento rilevato la differenza tra un “buonasera signora” e la frase incriminata, tanto meno la Generalessa.  Toccata da tanto garbo, rispose arricciando il labbro intorno ad un sorriso sussiegoso, accompagnando con un lento cenno del capo che aveva tutta l’aria di un’affermazione.

– Hai visto che avevo ragione? Le piace – concluse Francesca, rientrando impassibile e soddisfatta, senz’altro aggiungere, nella sua parte.

Ermina, ammutolita per quell’interludio così distante dall’immagine rassicurante della madre che le veniva di nuovo restituita, s’affrettò a inviarle due piccole strette di mano.