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di Maria Luisa Pirrone

Alessandria

Quale futuro si prospetta per l’Africa e che tipo di contributo può offrire l’Europa in questo senso?

Di questo vasto e complesso tema ha parlato in Alessandria Romano Prodi, ospite il 25 gennaio dell’Associazione Cultura e Sviluppo.

Prodi, già Presidente del Consiglio e della Commissione europea, dal 2008 al 2014 ha presieduto il Gruppo di lavoro Onu-Unione Africana sulle missioni di peacekeeping, ed è attualmente Presidente della Fondazione per la Collaborazione tra i Popoli.

imagesIl continente africano sta attraversando una fase di transizione politico-economica punteggiata di segnali incoraggianti, che tuttavia rimangono in un quadro generale fortemente problematico e contraddittorio. Prodi ha parlato di “una timida ripresa rispetto al passato, ma non di un vero e proprio risorgimento.

La Primavera araba, seppur non pienamente riuscita anche per il disinteresse europeo, i piccoli passi in avanti dell’economia, un’aspettativa di vita accresciuta da migliori condizioni igieniche e sanitarie, hanno permesso un certo grado di sviluppo in alcuni stati. Rimane, però, una forte frammentazione e disparità tra stati più estesi e potenti e altri più piccoli e invisibili così come tra Nord Africa e Africa subsahariana.

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A questa struttura portante già di per sé causa di debolezza, si uniscono i problemi endemici che tutti conosciamo: povertà estrema, carestie, corruzione, mancanza di infrastrutture, assenza di un vero processo di industrializzazione, e fenomeni sempre più preoccupanti come il terrorismo e i traffici di droga, armi ed esseri umani.

La conseguenza più immediata di questa situazione ci coinvolge in prima persona in quanto europei: l’emigrazione verso il nostro continente. Tuttavia, ha sottolineato Prodi, “questo è solo uno degli aspetti del fenomeno migratorio africano, molto forte soprattutto internamente, cioè dai villaggi alle città”.

Nell’affrontare tutto ciò, l’Europa deve fare i conti anche con la storia: un passato ingombrante in cui i danni del colonialismo, caratterizzato dallo sfruttamento di risorse e persone, si sono uniti ai danni del successivo processo di decolonizzazione, necessario ma non riuscito del tutto dal punto di vista di una fattuale transizione democratica.

imperialismo in africaDa questo passato non è immune nemmeno l’Italia, la cui presenza in Libia e nel corno d’Africa in epoca fascista ha lasciato tracce indelebili, legami e nodi mai risolti. “Da allora”, ha ricordato Prodi, “il nostro impegno politico in quei territori è stato discontinuo e inaffidabile, ma la politica è fiducia e continuità. Avremmo potuto essere più determinanti in alcuni passaggi storici delicati proprio per quella memoria che ci lega. Il nostro volontariato è straordinario, ma da solo non può bastare”.

Se l’Europa vuole giocare la sua parte nel futuro dell’Africa”, ha proseguito il Presidente, “deve partire dai rapporti profondi che uniscono i due continenti, sia storici sia economici. Solo così si può creare un vero mare nostrum in cui affrontare interessi e problematiche comuni, dai commerci all’emigrazione al terrorismo”.

In questo scenario non bisogna dimenticare un altro attore: la Cina. La sua presenza in Africa continua a crescere attraverso investimenti, sfruttamento dei terreni e presenza di imprese. La Cina ha relazioni diplomatiche con quasi tutti gli stati africani, ma questo suo impegno politico deriva meramente da interessi economici. Benché la superpotenza asiatica non si occupi quasi mai dei problemi politici e dei conflitti di altri stati, Prodi auspica che solo un intervento congiunto di Europa e Cina possa davvero aiutare il continente africano a dare una svolta concreta al suo futuro.