I MIEI PRIMI 20 ANNI, un racconto di Rosa Cozzi

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Dunque riprendo il discorso, e come tutti i discorsi bisogna riprendere il filo, che sia di cotone robusto e resistente, come il vestito bianco a righine blu, con le maniche a sbuffo, che indossavo quell’estate, che per la prima volta passò velocemente, e mi ritrovai in men che non si dica, con la cartella piena di quaderno, matita, penna pennini , e gomma , sulle spalle, e accompagnata dalle mie sorelle, una mattina di ottobre, mi ritrovai davanti a un gran caseggiato, che secondo loro si chiamava: Scuola. Capii che dovevo obbedire e stare zitta, io ero obbediente per natura e non parlavo mai, quindi non ci fu bisogno di raccomandazioni.

Osservavo senza chiedere ne come né quando né perché, mi trovavo in quel luogo. Mi ritrovai in classe di I elementare con tanti altri bambini, e me ne stetti tranquilla seduta al mio banco, non sapendo cosa mi riservava la vita da quel giorno in poi.

Ci fu un particolare veramente grave,  quando la maestra col viso d’angelo, era un donnone di almeno un quintale ,mi si avvicinò e mi prese la matita dalla mano sinistra, e me la strinse nella mano destra dicendomi che dovevo fare le aste con quella mano, che la sinistra non era fatta per scrivere. E io obbedii e  mi impegnai talmente tanto che divenni ambidestra in men che non si dica.

Passò il tempo e venne il freddo di dicembre, e che il filo fosse di lana , caldo e pungente come le calze sferruzzate ai quattro ferri da mia madre, che continuavano a farmi grattare per tutto il tempo che le indossavo, io non mi lamentavo mai. Ero sempre dietro a scrivere e disegnare, insomma ligia ai doveri di una scolara . Per il Santo Natale sapevo appena leggere e scrivere poche parole. Scrissi la mia prima letterina a Gesù bambino, sotto dettatura della maestra , ma non chiesi molto, ricordo vagamente ciò che ricevetti quell’anno per la Befana ( si perché al Sud é la Befana che porta dolci e regali).    

Ma ricordo benissimo mio padre che era sempre in viaggio in quel periodo dell’anno, per lavoro, come Maestro Norcino, aveva l’obbligo di ” Scannare ” i maiali , e farne deliziosi prosciutti salsicce e pancette.  Che ogni persona definita benestante aveva allevato e nutrito con ” l’acqua lorda ” sorta di risciacquo di piatti sporchi di sugo e qualsiasi genere di resti commestibili con crusca e pane secco, cibo consono per fare ingrassare la bestia che per quasi un anno ognuno aveva gelosamente accudito.

Prima dell’estate dei miei sei anni, mio fratello più grande ,  quello che mi tenne tra le braccia appena nata definendomi dopo avermi scrutata bene : ” Bellissima”, era partito mesi prima in cerca di lavoro al Nord e avevo vissuto il mio prima trauma dell’addio. Piansi e sventolai il fazzoletto quando lo vidi andare via, su quella carrozza di terza classe che sferragliava sui binari, verso ignota destinazione.

Passò quasi un anno  e qualche giorno prima di Natale, tutta la famiglia aspettava di vederlo apparire dal vicolo, prestante, aitante e bello come solo i ragazzi cresciuti a ” mazze e panelle ” lo erano negli anni cinquanta. O almeno avere sue notizie, e mia madre aspettava con trepidazione che il postino la chiamasse dall’uscio di casa. Erano tempi duri per la popolazione, dopo la guerra non c’era molto da mangiare, o almeno non c’era il superfluo.

Quel Natale si annunciava triste in famiglia per la lontananza di una persona cara, che già mancava da molti mesi.
 Io non sapevo ancora leggere, e non sapevo nulla di lettere scritte,e d’invii speciali. Vivevo in un limbo beato d’innocenza.

Quel giorno di vigilia, mia madre attese il postino, immobile con lo sguardo attento e sussultava ad ogni trillo di campanello di bicicletta. Finalmente la voce del postino si fece sentire 
” Assuntina, c’e un pacco per te “. 
E tutti accorremmo curiosi per vedere con i nostri occhi quel famoso pacco tanto atteso. 
Era enorme, fu portato a quattro mani dalle mie sorelle , e fu adagiato sul lungo tavolo della cucina.


Tagliò lo spago mio padre, ma fu mia madre ad estrarre ogni singolo pezzo avvolto accuratamente in carta velina, con il nome del destinatario.
 Ognuno avemmo un regalo, io ricevetti quaderni e matite colorate mai visti, e un cappotto con il collo e i polsini di velluto. Era un regalo bellissimo, mi teneva caldo, e l’indossai per mesi ogni giorno, e per toglierlo la notte era una battaglia continua con mia sorella.

Ma il regalo più bello e goloso fu un enorme ” Panettone “, un dolce mai visto !… 
Era con lo zucchero glassato, e pieno di mandorle, e aveva un profumo appetitoso. 
Lo mangiammo il giorno di Natale, e ne ebbi una fetta come tutti, essendo la famiglia numerosa. E dopo tantissimi anni sento ancora il profumo di quel dolce delizioso e speciale. Mangiamoci il panettone, che fa tornare dolci ricordi…                                           Continua…
di Rosa Cozzi

 

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