Dani Rodrik

by francogavio  https://democraticieriformisti.wordpress.com

This Sept. 15, 2016, photo provided by Jessica De Simone shows author Dani Rodrik at his office at the Harvard Kennedy School in Cambridge, Mass.

Cosi come gli economisti d’ispirazione keynesiana Joe Stiglitz https://democraticieriformisti.wordpress.com/2018/02/09/joe-stiglitz-la-mia-depressione-dopo-la-conferenza-di-davos/ e Emiliano Brancaccio non si sorprendono per il cambiamento che sta maturando nel panorama politico occidentale a causa di una consistente e rapida crescita di formazioni politiche alternative – o in altro modo definiti come “insorgenti” – (giacobinismo, populismo, neo fascismo), i politologi del calibro di Dani Rodrik, Barry Eichengreen, Colin Crouch ne forniscono una spiegazione socio-politica altrettanto interessante, tanto degna di merito quanto sempre inascoltata dall’establishment corrente.

Nel post che segue, Dani Rodrik compie un passo ulteriore, ossia scompone il binomio che lega il lemma politico “liberal-democratici”, ne enuclea una diversa sintassi terminologica e attribuisce alle singole parole le corrette categorie analitiche. Interpretando il pensiero dell’accademico di Harvard, il “liberalismo” come il “marxismo” sono delle ideologie (suffisso “ismo”), mentre la “democrazia” non può essere considerata pari, poiché è una forma di governo.

L’ideologia in quanto tale è un sistema di idee e di giudizi esplicito e generalmente organizzato che serve per spiegare o giustificare la situazione di un gruppo o di una collettività e che ispirandosi ai suoi valori propone un orientamento preciso all’azione storica di questo gruppo o di questa collettività. La forma di governo è il modo attraverso cui una società decide d’organizzarsi politicamente. Quindi, la “democrazia” non è affatto una variabile dipendente connessa a un sistema ideologico di tipo “liberale” o meglio dire: “liberista”.

The Double Threat to Liberal Democracy

Feb 13, 2018 Dani Rodrik

Illiberal democracy – or populism – is not the only political menace confronting Western countries. Liberal democracy is also being undermined by a tendency to emphasize “liberal” at the expense of “democracy.”

CAMBRIDGE – La crisi della democrazia liberale è oggi ampiamente criticata. La presidenza di Donald Trump, il voto sulla Brexit nel Regno Unito e l’ascesa elettorale di altri populisti in Europa hanno sottolineato la minaccia rappresentata dalla “democrazia illiberale”, una sorta di politica autoritaria caratterizzata da elezioni popolari ma poco rispettosa per lo stato di diritto o i diritti delle minoranze.

Ma pochi analisti hanno notato che la democrazia illiberale – o  il populismo – non è l’unica minaccia politica. La democrazia liberale sta anche per essere minata dalla tendenza a enfatizzare il tema “liberale” a spese di quello “democratico”. In questo tipo di politica, i governanti sono isolati dalla responsabilità democratica da una serie di restrizioni che limitano la gamma di politiche che possono offrire. Organismi burocratici, regolatori autonomi e tribunali indipendenti stabiliscono decisioni politiche, o queste sono imposte esternamente dalle regole dell’economia globale.

Nel suo nuovo e importante libro “The People vs. Democracy”, il teorico politicoYascha Mounk chiama questo tipo di regime – in perfetta simmetria con la democrazia illiberale – “liberalismo  antidemocratico“. Egli osserva che i nostri regimi politici hanno da tempo smesso di funzionare come le democrazie liberali e assomigliano sempre più a un liberalismo di tipo antidemocratico.

L’Unione Europea rappresenta forse l’apogeo di questa tendenza. L’instaurazione di un mercato unico e l’unificazione monetaria, in assenza di integrazione politica, hanno richiesto la delega della politica a organismi tecnocratici come la Commissione Europea, la Banca Centrale Europea e la Corte di Giustizia Europea. Il processo decisionale si svolge sempre più a notevole distanza dal pubblico. Anche se la Gran Bretagna non fa parte dell’eurozona, la richiesta dei “Brexiteers” di “riprendere il controllo” ha colto la frustrazione di molti elettori europei.

Gli Stati Uniti non hanno mai sperimentato nulla del genere, ma tendenze simili hanno fatto sentire molte persone private dei loro diritti civili. Come osserva Mounk, l’elaborazione delle politiche si situa in un campo dove sono presenti una sequela di acronimi corrispondenti a organismi di regolamentazione: dall’Agenzia per la protezione dell’ambiente (EPA) alla Food and Drug Administration (FDA). L’uso da parte dei tribunali indipendenti delle loro prerogative inerenti la verifica giudiziaria per promuovere i diritti civili, per espandere la libertà di generare prole e per l’introduzione di molte altre riforme sociali, ha incontrato ostilità tra i vari importanti segmenti della popolazione. Inoltre, le regole dell’economia globale, gestite attraverso accordi internazionali, come il World Trade Organization (WTO) o l’accordo di libero scambio nordamericano (NAFTA), sono ampiamente percepiti come truccati a sfavore dei lavoratori comuni.

Il pregio del libro di Mounk consiste nell’evidenziare l’importanza di entrambi i termini costitutivi della democrazia liberale. Si rende necessario nell’esercizio del potere politico che vengano posti dei limiti al fine di prevenire che le maggioranze (o coloro che detengono il potere) calpestino i diritti delle minoranze (o di coloro che non sono al potere). Oltre ciò, abbiamo anche bisogno che la politica pubblica sia reattiva e responsabile verso le preferenze dell’elettorato.

La democrazia liberale è intrinsecamente fragile perché il voler riconciliare i suoi termini non produce un naturale equilibrio politico. Quando le élite hanno un potere sufficiente, queste sono poco interessate nel riflettere le preferenze del pubblico nel suo complesso. Quando le masse si mobilitano e richiedono potere, il compromesso che ne deriva con le élites raramente produce salvaguardie sostenibili per proteggere i diritti di coloro che non sono rappresentati al tavolo delle trattative. Quindi, la democrazia liberale tende a deteriorarsi in una o nell’altra delle sue perversioni:democrazia illiberale o liberalismo antidemocratico.

Nel nostro paper “The Political Economy of Liberal Democracy“, Sharun Mukand ed io discutiamo le basi della democrazia liberale in termini simili a quelli utilizzati da Mounk. Sottolineiamo che le società sono divise da due potenziali divisioni: l’una identitaria che separa una minoranza dalla maggioranza etnica, religiosa o ideologica; l’altra secondo un divario di ricchezza che contrappone i ricchi rispetto al resto della società.

La profondità e l’allineamento di queste divisioni determinano l’eventualità [che si formino] vari regimi politici. La possibilità che la democrazia liberale sia sempre insidiata dalla democrazia illiberale da un lato e ciò che definiamo come “autocrazia liberale” dall’altro lato, dipende da chi, quale dei due nel caso specifico, la maggioranza o l’élite mantengano il sopravvento.

Il nostro quadro aiuta a evidenziare le circostanze fortuite in cui emerge la democrazia liberale. In Occidente, il liberalismo precedette la democrazia: la separazione dei poteri, la libertà di espressione e lo stato di diritto erano già in atto prima che le élite accettassero di espandere il diritto di voto e di sottomettersi al dominio popolare. La “tirannia della maggioranza” è rimasta una delle maggiori preoccupazioni per le élite, ed è stata contrastata negli Stati Uniti, ad esempio, con un elaborato sistema di controlli ed equilibri, i cui effetti paralizzano l’esecutivo da molto tempo.

Altrove, nel mondo in via di sviluppo, la mobilitazione popolare è avvenuta in assenza di una tradizione liberale o di pratiche liberali. La democrazia liberale è stata raramente un risultato sostenibile. Le uniche eccezioni sembrano essere state le nazioni relativamente egualitarie e altamente omogenee come la Corea del Sud, dove non ci sono evidenti divisioni sociali, ideologiche, etniche o linguistiche da sfruttare per gli autocrati di entrambi i tipi, che siano essi illiberali o antidemocratici.

Gli sviluppi di oggi in Europa e negli Stati Uniti suggeriscono l’irritante possibilità che anche la democrazia liberale possa essere stata una fase passeggera. Mentre ci rammarichiamo per la crisi della democrazia liberale, non dimentichiamo che l’antiliberalismo non è l’unica minaccia che la confronta. Dobbiamo trovare un modo per aggirare le insidie di una insufficiente democrazia.

Dani Rodrik is Professor of International Political Economy at Harvard University’s John F. Kennedy School of Government. He is the author of The Globalization Paradox: Democracy and the Future of the World Economy, Economics Rules: The Rights and Wrongs of the Dismal Science, and, most recently, Straight Talk on Trade: Ideas for a Sane World Economy.

https://www.project-syndicate.org/commentary/double-threat-to-liberal-democracy-by-dani-rodrik-2018-02