Europa

di Carlo Baviera

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Dopo la vicenda del Referendum (anticostituzionale) in Catalogna per l’indipendenza dallo Stato spagnolo,

e dopo le recenti elezioni che hanno riconfermato una maggioranza separatista, siamo al punto di partenza. Non si vede avvicinarsi una soluzione accettabile.

Comunque la si pensi però, ci troviamo in una situazione ormai definitivamente nuova rispetto all’Unione Europea costruita con la convergenza libera di Stati nazionali. Già la Brexit aveva presentato un conto: in Scozia e Irlanda del Nord si rianimava la spinta indipendentista, per non essere separati dall’Europa.

A seguito del referendum catalano (e della repressione governativa nei seggi, per impedirne lo svolgimento) abbiamo assistito ad una serie di affermazioni, scontate ed evidenti e di segno opposto, su cui è bene ritornare.

Da una parte: 1. Sicuramente il voto referendario era incostituzionale e, giuridicamente parlando, era inevitabile un intervento per bloccarne lo svolgimento. 2. Il  referendum era comunque illegittimo. 3. Non si può dividere uno Stato andando contro la Costituzione e contro la maggioranza dei sui cittadini. 4. Di fronte ad atteggiamenti irrispettosi della legge il Governo doveva subire e non reagire minimamente? 5. Una cosa sono le giuste rivendicazioni d’identità, altra cosa i separatismi. 6. Nella civiltà moderna, nello Stato di diritto, queste cose sono difficili da accettare. Come non possiamo pensare che nel XXI° secolo ci mettiamo a ridisegnare la carta europea per tener conto  di tutti gli egoismi regionali. Sarebbe una follia.

Di contro altre considerazioni evidenziano: 1. forse serviva da parte del Governo Spagnolo una maggior attenzione ai sentimenti di una gran parte del popolo catalano.  2. demenziale gestione da parte del governo Rajoy: non si manda la Guardia Civil a Barcellona autorizzandola all’uso della forza per impedire un referendum (seppur illegittimo) che poi si svolge ugualmente.  3. È dai tempi del riconoscimento della nazionalità ai Paesi Baschi che si sarebbe dovuti giungere allo stesso risultato con la Catalogna, con la costituzione di una Confederazione Spagnola.  4. La sovranità degli Stati è messa fortemente in discussione dalla globalizzazione e dalla finanziarizzazione dell’economia,  che come conseguenza alimenta anche il diffondersi di indipendenza e autonomia dei più svariati localismi; a questi non si può né di deve rispondere con Eserciti e Polizia, ma con la Politica.

Corretti i, pur contrapposti, ragionamenti; ma se continuiamo a misurarci su questo tipo di valutazioni, la soluzione al possibile effetto-contagio nelle altre <catalogne> presenti in Europa non potrà che essere la forza oppure la resa a nuove divisioni territoriali.  Pensiamo alla <scandalosa> proposta/decisione del Governo austriaco di doppia cittadinanza e doppio passaporto per i cittadini italiani in Alto Adige.  E’ possibile sperare e osare altro?

Giusto o sbagliato che sia, più o meno legittimo e rispettoso delle Costituzioni,  dovuto in qualche modo anche a una certa propensione antisolidaristica, ci ritroviamo in Europa in una fase del tutto nuova, dove le discussioni sulle leggi elettorali, sui provvedimenti assunti rispetto al sostegno alla povertà, sul ruolo dei sindacati, e sull’euro vengono ridimensionate. E in cui riprende vigore il dibattito sull’Europa che vogliamo. Un’Europa non più degli Stati (sovrani, con confini, eserciti, di derivazione ottocentesca seppur legittimati da Costituzioni che contengono principi e valori irrinunciabili) così come li abbiamo conosciuti nei decenni passati; che sia invece Casa Comune e federata di popoli, di Regioni, di autonomie. Che non significa sbracamento totale delle regole statali, o sbriciolamento in tanti piccoli Staterelli prerisorgimentali.

C’è bisogno di più Europa, di più unità dell’Europa; ma questo potrà avvenire solo se gli Stati cederanno buona parte della loro attuale sovranità. Altrimenti, secondo me, l’Europa non si costruirà, si bloccherà.

Interessante, da questo punto di vista, anche un articolo del sociologo Luca Diotallevi su Avvenire del 16 dicembre 2017. Dove si mettono in bella evidenza le diversità derivanti da un modello europeo sovranista (c’è anche un sovranismo europeista, quello enunciato da Macron: “c’è una sovranità europea da costruire”) e quello di un modello europeo “federalista” o “dell’alleanza” (il modello in cui vi è una alleanza di emancipazione al popolo e a servizio di questa alleanza sono posti pro tempore e sotto condizione tutti coloro che esercitano un potere pubblico. Nel modello della alleanza non ci sono sovrani, ci sono solo ministri [servi]). E in cui i poteri dei ministri si limitano anche l’un l’altro ed evitano che qualcuno di essi divenga sovrano [i famosi «pesi e contrappesi»]. Inoltre, nel modello della alleanza le autorità economiche, religiose, familiari, scientifiche, e via dicendo, hanno la stessa dignità pubblica e lo stesso statuto ‘ministeriale’ dei poteri politici)”.

Un’Europa in cui le problematiche da affrontare sono più globali, e si dovrebbe guardare all’invecchiamento demografico, alle questioni climatiche, ad una regolazione mondiale del commercio e del lavoro, al futuro energetico, l’attenzione va posta anche riguardo alla maggiore libertà civile, sociale, economica, culturale delle nazioni (cioè popolazioni con legami comuni), e alla maggiore contaminazione fra i cittadini per crescere in integrazione, rispetto, accoglienza, legalità, diritti (soprattutto per le donne e i minori), senza mortificare le autonomie e le sensibilità locali.

Tutto ciò può avvenire solo se, riaffermato il principio di solidarietà che deve reggere l’unità di Stati e nazioni, si andrà verso una revisione del modello istituzionale europeo: federale, composto da aree regionali con forte autonomia in alcune materie, un  Parlamento con poteri legislativi, e un Governo eletto dal popolo. Evitando però i micro-nazionalismi che porterebbero ad una specie di “cantonalizzazione” sul modello svizzero o, peggio ancora la balcanizzazione.

Si dovrebbe rispondere con la politica, più che con la burocrazia e gli strumenti della magistratura o delle forze dell’ordine, alle varie tensioni, alle paure, ai localismi, al malessere e alle sofferenza di una parte consistente della nostra società, alla richiesta di partecipazione e protagonismo dei cittadini, al bisogno di rispetto dell’ambiente. E trovare il modo di tenere insieme queste diverse esigenze e a ritrovare metodi accettabili di convivenza. Una convivenza necessaria che il rimescolamento culturale con la presenza dei migranti sta generando e che potrebbe essere per tutta l’Europa una opportunità, valorizzando le diversità storiche e culturali che la compongono.

Per l’Unione Europea questo vuol dire anche (Leonardo Becchetti) “abbandonare l’ideologia ordoliberista del pareggio di bilancio e realizzare e comunicare l’efficacia delle molte cose che si possono fare per curare i problemi di fondo dei lavoratori meno qualificati e dei cittadini che hanno meno risorse per competere con il lavoro a basso costo e l’automazione”; con una organizzazione e istituzioni pensate diversamente, essendo ormai opinione diffusa che siano “gli Stati nazionali ad essere inadeguati alla modernità e che la soluzione alla loro debolezza è una federazione europea dove le Regioni potranno assumere nuovi ruoli e competenze” (Diego Marani). Sarà possibile? Io lo spero.