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di Lia Tommi, Alessandria

Ha chiuso i battenti questa sera l’Alessandria Film Festival, manifestazione che si è  svolta dal 2 al 4 marzo dall’Associazione Cultura e Sviluppo, e che, giunta alla seconda edizione, si propone di dare spazio alla cinematografia emergente, ai giovani cineasti che si distinguono  per una originale impronta  stilistica e formale.

Uno dei lungometraggi  proposti in questo ultimo pomeriggio è stato “Appennino “, il terzo film di Emiliano Dante, che tratta il “terremoto” dell’Italia Centrale.

Girato tra l’agosto del 2016 e lo stesso mese dell’anno successivo, nel film si passa dalla lentissima ricostruzione dell’Aquila, la città del regista, al terremoto di Amatrice e Arquata del Tronto, alla vita in albergo dopo i terremoti di Norcia e Campotosto.

Per il regista terremotato tornano le tende, la precarietà, le relazioni umane che si sciolgono e si riallacciano, il passaggio dalla frustrazione  per quanto si è  perduto all’euforia per i nuovi progetti. E assistiamo a una indagine conoscitiva degli stati esistenziali di un piccolo gruppo di persone  che incontra, quindi ad aspetti  non visibili del terremoto. Il film è  quindi riflessione sullo scorrere del tempo, sulla sua natura  ciclica, è  continua ricerca di un senso,  della vita, ma anche di quello proprio del fare cinema.

Elementi  originali di questo film sono: il numero a scalare delle inquadrature (compare sullo schermo il contdown a partire da 500), lo schermo del PC dove si lavora al montaggio,  l’astrazione geometrica dei luoghi, l’uso del bianco e nero e dell’animazione.

Come ha affermato il regista al termine della proiezione, non si tratta di un film denuncia, non è un documentario che racconta gli eventi, ma i suoi effetti a lungo termine. Per i giornalisti il terremoto è  l’evento in sé,  quindi il più bravo è  quello che arriva prima, per lui è  stata la  documentazione del dopo, la durata degli effetti del sisma .

 

 

 

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