di MICHELE VALENSISE, http://www.lastampa.it/

Non c’era euforia ieri mattina tra le vetrate della Willy-Brandt-Haus a Berlino, quando il presidente pro-tempore della Spd Olaf Scholz annunciava il risultato del referendum degli iscritti sul governo di coalizione con la Cdu/Csu. Toni sobri, neanche un applauso.   

Eppure l’esito della consultazione è stato netto, con un’alta partecipazione al voto (78%) e un chiaro consenso (66%) sulla proposta di entrare al governo. Dopo mesi di trattative e di incertezze, nuove per la Germania, resta il peso di divisioni e dubbi. Per i socialdemocratici, alla luce della disastrosa prova elettorale a settembre, si tratterà da un lato di perseguire la collaborazione con l’alleato democristiano e dall’altro di disegnare un profilo rinnovato della sinistra riformista, che sia capace di recuperare iniziativa politica, visibilità in seno alla coalizione e sostegno di quanti da ultimo hanno voltato le spalle al partito. Compito non facile.  

La consultazione che ha tenuto Germania e Europa col fiato sospeso ha chiuso con una scelta razionale una lunga parentesi di attesa. E’ stata frutto di un dibattito interno alla Spd, duro e appassionato, tra due anime del partito, ma i cui effetti vanno ben oltre le sue file. Per la posta in gioco – stabilità tedesca e avanzamento dell’Ue – fa riflettere la circostanza che dal voto di quattrocentomila iscritti di un solo partito di un solo Stato membro potessero discendere a cascata conseguenze rilevanti per cinquecento milioni di cittadini europei. Tanto più che la via del referendum non era certo obbligata. Se avesse prevalso il no, la Germania si sarebbe arenata su un inedito governo di minoranza o avventurata verso nuove elezioni e ogni idea di rilancio dell’Unione europea sarebbe stata congelata a tempo indeterminato. 

Nelle ultime settimane appelli e confronti pro e contro l’ingresso nel governo federale erano stati intensi, capillari e sempre molto corretti, ovunque, nelle piazze, nelle assemblee, sui media. Lo scontro era frontale, sul prendere o lasciare, ma nessuno dei due fronti ha demonizzato o delegittimato l’altro, con passioni e argomenti figli della migliore politica. Un bel segnale, in questa stagione di disincanto. Ora per la Spd si potrebbe aprire una fase di riscatto, se la prevista guida della battagliera Andrea Nahles riuscirà a riassorbire l’insoddisfazione dell’ala del partito, fatta non solo di giovani, contraria alla «grosse Koalition». Helmut Schmidt, che pure non ne aveva mai presieduta una, contestava quanti avversavano ogni grande coalizione come se fosse «un peccato contro la democrazia» (e si rammaricava del fallimento negli Anni Sessanta della riforma del sistema elettorale tedesco in senso maggioritario). Dovranno ricordarsi di lui e del suo periodo di governo, quando il partito socialdemocratico otteneva stabilmente il 43% dei voti.  

Tira un sospiro di sollievo anche Angela Merkel, indebolita dal voto di settembre e dalle sfibranti trattative susseguitesi da allora. Arriva al suo quarto mandato consecutivo alla Cancelleria con un po’ di fatica, ma pur sempre con la sicurezza di chi resta al centro dell’azione di governo e tiene ben distante il populismo neo-sovranista. Intanto inizia a onorare l’impegno a venire incontro alla domanda, ormai ineludibile, di rinnovamento anche del suo gruppo dirigente, nella prospettiva di una successione ordinata al vertice del partito e dell’esecutivo. Se la grande coalizione è in fondo un grande compromesso e se questo è, insieme alla ragione, uno degli ingredienti essenziali della democrazia, con la decisione di ieri ha vinto «la passione per la responsabilità», un senso del dovere sul quale il modello democratico tedesco può raccogliere nuovi successi in patria e in Europa. Senza trionfalismi.