Racconti Ondivaghi che alla fine parlano sempre d'Amore

Tic-toc-tic-toc. Quel ticchettio continuava pur non essendoci nessun orologio. Una casa troppo vecchia scricchiolava sotto i suoi passi. La candela illuminava al passaggio i volti indistinti di spiriti mai conosciuti del XVIII secolo e la cui presenza continuava ad aleggiare tra i mobili tetri, ricoperti da teli bianchi impolverati. I merletti e i drappi che avvolgevano i vecchi proprietari del luogo, cristallizzati nelle tele umide quasi decomposte dal tempo, sembravano spettrali, specie se appena toccati dal lume di notte.
Tic-toc-tic-toc come un ritornello nella testa. Un richiamo che spingeva le sue gambe fino all’ala più remota di quella stamberga inglese sfiorita, insieme alle sue mura cadute a pezzi. Tic-toc-tic-toc, lo stesso ritmo del sangue che sbatteva nelle pareti delle vene, del cuore che voleva uscire dal petto, dell’affanno dei polmoni troppi stretti dentro il corpo. Tutto era claustrofobico; si respiravano le spore e le polveri di un luogo sepolto…

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