Era quasi d’estate e già il sole scaldava
sulla ridente pianura i verdi aranceti distesi e fioriti;
li accarezzava con cura un vento dolce e leggero,
un soave grecale che dal mare mandava
quel nitido odore di salsedine fresca,
che come acqua di mare
si mescolava al profumo dei fiori d’arancio,
gli stessi fiori che tu, fantasticando più volte
forse avevi sognato davanti all’Altare.
Eri quasi bambina, ma ancor troppo presto
per sentirti già donna,
e con occhi smarriti fra amore e dolore,
gli avevi dato il tuo cuore con tenue stupore,
quel tenero fare d’ogni femminile creatura.
Ma lui non capì con il suo animo rude e
lì ti condusse con viscido inganno,
come al sacrificio è condotto l’agnello innocente,
ormai designata a quel cieco destino.
E fu rabbia, ferocia, di un’orrida mente
che nessuno fermò sotto gli occhi atterriti
dell’antico Castello, che dall’alto osservava
e vide ogni cosa.
Oh se, almeno “lui”, avesse potuto fermarlo!
Nessuno sentì, nessuno si accorse del tuo grido di aiuto
e tu lo implorasti con voce sommessa,
gli gridasti il tuo amore, ma non ti ascoltò,
ché il folle suo gesto era stato deciso,
e le fiamme ti avvolsero e non rimase più nulla
della tua giovane vita.
Adesso mi chiedo se ti è rimasto negli occhi
il colore del mare e se hai portato con te

il rimpianto profumo di quei fiori d’arancio.