Judgment day: giudica, uomo, giudica!, di Stefano Labbia

Stefano-Labbia

Judgment day: giudica, uomo, giudica!, di Stefano Labbia

La capacità di giudizio si è diffusa a macchia d’olio. Puoi discorrere, al giorno d’oggi, con chiunque o quasi di economia, sport, cucina, cinema. Siamo tuttologi pieni di sapere pronto ad esplodere nelle nostre teste, sovraffollate di pensieri.

E dunque, prima che ciò accada, meglio sciorinare tutto, giudicare, ripetere – spesso e volentieri – le opinioni altrui sentite al bar o lette sui social network. In punta di lingua. O con veemenza, a volte.

Puoi così incontrare l’uomo della strada che snocciola riflessioni sull’economic strategy della Banca UE piuttosto che sulle gomme ultrasoft scelte dalla MacLaren durante l’ultimo GP. O dalla spizzata su calcio d’angolo che – e qui lo si sottolinea con tono di voce profondo – deve essere compiuta con la tempia e non con la fronte. Tutti sanno tutto. Tutti hanno un giudizio (spesso copiato da altri. Omologato.) su ogni cosa. La stragrande maggioranza delle volte però non è giudizioso. Mi spiego: in un contesto di tecnicismo generale sembra non avere valore la qualità del giudizio, il background di ogni singolo individuo.

Qualità che sembra non trovare spazio nello tsunami di pensieri e parole. Si contano i numeri piuttosto che la qualità ed i giudizi sono comuni, condivisi. Esattamente come le foto dei gatti o di seni prosperosi sui social. Così nella top ten dei libri più venduti ti ritrovi il matusa che ha guadagnato molti soldi negli anni ’90 chissà come e che grazie a quelli compra spazi pubblicitari in ogni dove e, complice così il martellante ed asfissiante marketing, invade menti ottenebrate dai problemi quotidiani e diventa una moda.

Ed al secondo posto troviamo uno youtuber che, grazie ad un ghost writer di cui mai conosceremo il volto, sbanca anche il mondo dell’editoria solo perché “è conosciuto grazie a video in cui si fa pedicure con dei piranha”.

La società moderna frenetica che vive di lavoro e nega ogni spazio agli affetti (che centellina in tutti i sensi), all’amore (che vive prettamente online) o ai viaggi (per lo più di lavoro) assurge a dio il denaro che diviene così metro di giudizio. Ragione d’essere. Unica divinità da adorare.

L’Everest, vetta più alta da raggiungere e punto fermo delle nostre esistenze. E allora anche chi non è accademico, critico, esperto o studioso di fenomeni di massa, pretende di avere voce in capitolo su questo o quel fatto. Di poter… anzi no, di avere il diritto di esprimere la stessa opinione di Tizio o Caio che ha visto fasciato nel suo abito elegante con un microfono in mano o appeso al taschino della giacca a blaterare in tv.

Non limitandosi ad esprimere però un concetto / opinione su temi importanti che vanno dal massacro di Cogne – dove tutti si sono dimostrati “esperti di diritto penale” nonché principi / principesse del foro – al fuorigioco del derby della Madonnina (qui nel ruolo di provetti arbitri da serie A). Direte voi… «È sempre stato così.». Si, replicherei.

Ma adesso si discute non sul termine della pena ma sul “quanto spendiamo per tenerlo lontano dalla società”. E il fuorigioco che non c’era, che ha “stravolto” il match, non è la nota dolente della partita ma bensì lo sono i soldi che hanno visto coinvolto in uno scandalo Tizio o Caio in Calciopoli o nella presunta buona / malafede dell’arbitro (ecco il denaro che torna a farla da padrone). Il punto fermo delle nostre esistenze sembrano essere dunque diventati i soldi. Sono il nostro metro di giudizio. Voilà. Soldi. Sempre soldi. Ma la vera vita è tutt’altro che questo… I soldi hanno un valore solo se noi glielo diamo. Riprendiamoci le nostre esistenze. Meno soldi, più vita.

P.S.: anche il cinema non è da meno, in questo contesto: quante volte avete sentito usare, come metro di giudizio di un film, gli incassi e non la trama?

Autore: alessandria today

Ex Dirigente, consulente e ora blogger

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