Gli studenti diminuiscono. La sfida è puntare sulla qualità dell’istruzione
Andrea Gavosto*

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La popolazione scolastica fra i 3 e i 18 anni passerà da 9 a 8 milioni in dieci anni. L’impressionante calo è già iniziato, a partire dalla scuola dell’infanzia e dalla primaria; verso la fine del decennio toccherà anche la scuola superiore. Tutta l’Italia sarà coinvolta dal declino demografico, che si tradurrà in una diminuzione delle classi, ponendo problemi inediti a chi governerà.
Lo studio della Fondazione Agnelli pubblicato oggi sul nostro sito e raccontato su queste pagine ci ricorda che – come per la sanità – nessuna politica dell’istruzione può ignorare o sottovalutare le onde lunghe, ma inesorabili, del cambiamento demografico.
Qualunque seria riforma della scuola deve darsi un orizzonte temporale e strategico abbastanza ampio da consentirle di tenere conto di fenomeni così importanti. Raramente questo è avvenuto, certamente non con la Buona scuola.  
Il secondo avvertimento è che la perdita di decine di migliaia di posti e cattedre in tutti i gradi scolastici rende più problematico il rinnovamento del corpo insegnante. Perché, quando verranno a mancare le cattedre per assenza di allievi, a norme vigenti non ci saranno licenziamenti; verrà invece assunto un numero inferiore di insegnanti per sostituire quelli che andranno in pensione. C’è dunque da temere che il rallentamento dell’ingresso dei giovani docenti a sua volta freni la capacità di innovazione dell’intero sistema d’istruzione, già oggi in ritardo rispetto agli altri Paesi avanzati, e, in definitiva, danneggi la qualità dell’offerta formativa.

Un esito grave non solo per gli studenti, ma anche per il Paese, proprio quando il capitale umano giovane dell’Italia va riducendosi. Se non si riuscirà a compensare il declino quantitativo con un innalzamento della qualità avremo un problema serio, che andrà ad aggiungersi ai molti altri che caratterizzano la nostra scuola.
I dati ci dicono, infine, che si è chiusa la fase in cui per anni si è detto: «Gli insegnanti sono al Sud, ma i posti sono al Nord», con tutto il corollario, a volte molto polemico, sui trasferimenti dei docenti (ricordate la retorica delle «deportazioni»?). Nei prossimi anni i posti cominceranno a scomparire anche al Nord. Di conseguenza, è prevedibile un raffreddamento della mobilità dei docenti dal Sud al Centro-Nord per entrare in ruolo.

È evidente che la concatenazione di questi fenomeni propone quesiti nuovi alle politiche scolastiche.

Una prima soluzione è non fare nulla: accettare la riduzione degli organici determinata dal declino demografico, rallentando il turn over, con un rischio per la capacità di rinnovamento del corpo docente. In tal caso, peraltro, si risparmierebbero quasi 2 miliardi di euro all’anno: non poco in un Paese che deve comunque risanare i conti pubblici.

Ma ci sono alternative. Ad esempio, aumentare il numero medio di insegnanti per classe, come avvenne nel 1990 con l’introduzione del modulo didattico alle scuole elementari. Oppure, fare come in Francia, diminuendo il numero medio di studenti per classe: la «riforma Macron» ne prevede addirittura il dimezzamento nelle aree più problematiche.

L’alternativa che tuttavia appare preferibile a chi – come noi – ritiene una priorità assoluta il miglioramento della qualità dell’istruzione in Italia è invece puntare su un rafforzamento generalizzato della cosiddetta «scuola del pomeriggio», che dia maggiori possibilità di scelta del tempo pieno per le famiglie, in particolare al Sud, dove è ancora del tutto insufficiente; e che inoltre garantisca attività integrative, sostegno ai percorsi personalizzati – per i più fragili, ma anche per i più talentuosi –, maggiori opzioni di scelta delle materie di studio e, infine, nuove soluzioni di contrasto all’abbandono scolastico.
*Direttore Fondazione Agnelli