Salvatore Veca e il “Senso della possibilità”

Salvatore Veca esplora Il senso della possibilità ‒ come recita il titolo del suo ultimo saggio, edito da Feltrinelli ‒ attraverso Sei lezioni (questo il sottotitolo del testo) che compongono una guida all’esercizio dell’immaginazione politico-sociale e rivelano come la libertà sia la premessa ineludibile d’ogni senso/pratica del possibile. Libertà di un pensiero che scorge spesso la contingenza laddove si riteneva esistesse solo una ferrea e funerea necessità priva di alternative. Possibilità quale apertura e insaturazione, dunque, quale sinonimo di mai raggiunta né raggiungibile completezza, quale occasione favorevole al darsi dell’inaspettato e del metamorfico. Eventualità che può emergere ovunque, laddove si metta in discussione ogni certezza/assolutezza, ogni parola esaustiva; ove ogni nostra verità sia tale sino a prova contraria.

Si obietterà: ad onta di ogni filosofia, d’ogni nostra interpretazione, il mondo è pur sempre una realtà indubitabile e in ogni caso esiste, che noi lo si pensi o meno. Ma Veca non è certo antirealista ed è ben convinto ‒ vedi Quine ‒ che ciò che è non dipende dal linguaggio. Tuttavia egli ci fa notare che: “ciò che noi diciamo che vi è, questo dipende dal linguaggio”. In altri termini: sono state date, si danno o si possono dare innumerevoli descrizioni della cosiddetta realtà, ma nessuna teoria potrà mai congelarla/definirla una volta per tutte in qualsivoglia dei suoi teoremi. Esiste sempre, insomma, la possibilità d’una visione/concezione alternativa. Si tratta forse, allora, solo di esercitarci a guardare mediante nuove ottiche il mondo, l’umanità e la società.

Veca, a mo’ di esempio, ci fornisce un elenco di ambiti entro cui sono possibili inedite eventualità. Eccoli. “geometrie non euclidee, scienze della vita, genomica, fisica teorica fra gravità einsteiniana e teoria quantistica, scienze cognitive, intelligenza artificiale, robotica, bioingegneria”. Questo solo nel settore scientifico-tecnologico. Ma il senso della possibilità è reperibile pure nel vasto spazio del discorso utopico. Sia ben chiaro, sempre: “entro i confini che il mondo ci concede”; tenendo conto però che limiti e confini di ieri non sono quelli di oggi né saranno quelli di domani, perché le cose mutano, gli orizzonti si spostano ed è realistico sognare.

La prospettiva di un’utopia realistica o ragionevole, quindi, implica l’accettazione dei vincoli attuali ma non accetta la prigione delle false/presunte necessità ineluttabili. E si traduce in una “vasta e variegata gamma di tentativi di immaginare e tratteggiare i lineamenti di mondi sociali possibili, alternativi a quello attuale”. Utopia è perciò, in pratica, dire di no all’attuale stato di cose, pur prendendo sul serio il realismo politico senza accettarne la sua pretesa/miopia riduzionistica. Poiché ogni sistema sociale non è statuto immutabile, ma ordinamento storico che può, verrebbe da dire ‒ stanti le enormi diseguaglianze in termini di reddito e risorse tra i membri della nostra società ‒: deve cambiare, affinché l’ombra del presente non abbia ad offuscare il possibile chiarore del futuro. Affinché ‒ è il j’accuse/monito assai condivisibile di Veca ‒ non ci si arrenda a rimanere inchiodati/asserviti alla dittatura del presente.

L’utopia peraltro dovrebbe esser declinata al plurale: farsi utopie, non appiattendosi su una sola ‒ quella esecrabile d’una società perfetta, dunque ideologica, ergo imbalsamata ‒; dovrebbe farsi metautopia, prevedendo/comprendendo pluralismo e persino disaccordo: vitali per un’autentica democrazia. Va ribadito comunque che il binomio speranzoso possibilità-libertà comporta la consapevolezza dell’esser noi sempre eredi d’un passato che non solo ci condiziona ma ci ha donato valori, molti dei quali ci appaiono ancora vitali e nostri pur nella consapevolezza che l’evoluzione culturale comporta un loro continuo e inevitabile rimodellamento. Il passato altresì, secondo Veca, oltre a essere meramente irrevocabile assume il carattere d’un “repertorio o archivio di possibilità”. Così l’immaginazione politico-sociale si nutre della riflessione di quanto gli umani un tempo hanno fatto, detto e sperato; mostrandoci come i confini tra possibile e impossibile siano labili, porosi e soprattutto non definiti una volta per sempre.