I risultati elettorali italiani e il silenzio dell’Europa

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I risultati del 4 marzo hanno sancito il successo del Movimento  5 Stelle  come  pure della Lega di Matteo Salvini che avrebbe  superato Silvio Berlusconi diventando il leader della coalizione di Destra. Una leadership molto sofferta che Berlusconi cerca in ogni modo di contrastare.

L’Europa   sbigottita guarda ai risultati clamorosi che, nelle loro dimensioni, rafforzano tutte le esitazioni, particolarmente della Germania, sulla eventualità di condividere i rischi con un paese che, oltre ad essere oltremodo indebitato e con un sistema bancario gravato dai crediti deteriorati, adesso prospetta la possibilità di un governo sostenuto da partiti dichiaratamente euroscettici.

A Bruxelles non sanno ancora che fare. I due “fenomeni” della politica italiana, Salvini e Di Maio, hanno immediatamente saputo stringere un’intesa per l’elezione dei presidenti del Senato e della Camera e di tutte le altre cariche parlamentari, spiazzando Forza Italia e Pd.

Le tensioni dentro Forza Italia stanno esplodendo, dell’insuccesso elettorale verrebbero ritenuti responsabili sia Ghedini che Gianni Letta che avrebbero mal consigliato il loro leader; Brunetta e Romani, capi gruppo uscenti del partito, sono stati ritirati perché probabilmente non sarebbero stati rieletti. Berlusconi ha capito di essere finito nel momento in cui si è reso conto di non avere più i numeri per dare vita al governo di larghe intese col Pd a cui puntava in segreto. Il leghista fin ora ha gestito il mazzo ma con molte limitazioni, minacciato e forse intimorito dal multimilionario la cui potenza mediatica ha disintegrato in passato numerosi avversari e concorrenti. La stella dell’ex-cavaliere è entrata in una fase di instabilità e, come tutte le stelle del firmamento, prima di collassare in un buco nero, attraversa uno stadio finale, relativamente breve, di intensa luce, giganti rosse le chiamano. La situazione riguardo ad una coalizione di governo resta ancora incerta.

Tornando ai risultati, i mercati hanno sentenziato che l’Italia sta diventando una disgrazia per la Ue, ma purtroppo è “troppo grande sia per fallire che per essere salvata” (Financial Times), la solita solfa ripetuta già decine di volte. L’unica soluzione possibile sarebbe che Germania e Francia concordassero una specie di rete di protezione finanziaria per evitare al Bel Paese di diventare preda della speculazione internazionale, ma Angela Merkel non ha intenzione di assumere quella direzione perché dopo le elezioni tedesche si è ritrovata politicamente debole,  praticamente un’anatra zoppa, nel Bundestag la sua maggioranza poggia sull’alleato socialdemocratico, anch’esso travolto nelle urne, inoltre il 25% dei seggi appartiene a oppositori euroscettici contrari a una maggiore integrazione economica e monetaria

Spostandoci a Francoforte il quantitative easing dovrebbe concludersi a settembre, massimo a dicembre. Cesserebbe da parte della Bce l’acquisto dei titoli sovrani e tra un anno e mezzo dovrebbe arrivare il primo rialzo dei tassi. La futura fase di transizione verso la normalizzazione monetaria coinciderà con la fine del mandato di Draghi e la guida della Bce passerà molto probabilmente a un candidato tedesco. Senza la Bce, grande acquirente dei nostri Btp, i rendimenti dei nostri titoli di stato tenderanno a salire e, solo a quel punto, i mercati si risveglieranno dal torpore in cui sono piombati da almeno quattro anni e inizieranno a valutare le nostre politiche economiche e i nostri fondamentali. Nell’interesse dell’euro, Draghi dovrebbe stendere intorno a noi quel cordone di sicurezza che tanto successo ottenne nel 2012 a sostegno di una economia, tra le principali dell’area euro, che, ironia della sorte, ora potrebbe essere retta da un governo di matrice euroscettica.

Il silenzio rumoroso dell’Europa tradisce i dilemmi in cui si dibatte. Che fare con l’Italia, affrontarla a muso duro come in precedenza si è fatto con Tsipras, col pericolo di perderla dopo che già il Regno Unito ha dato forfait e ritrovarsi il Bel Paese, d’ intesa con Inghilterra e Usa, contro l’asse franco-tedesco? Tra poco più di un anno si terranno le elezioni europee e l’Italia rischia di diventare il punto di riferimento per l’ascesa di movimenti anti Ue. Non ci sono facili soluzioni, meglio fare buon viso e accordare più tempo per presentare il Def e solo in estate gli italiani verificheranno se ci sono concessioni da parte di Bruxelles per scongiurare l’incubo delle clausole di salvaguardia del prossimo anno.

In Germania da più di un mese è partito il nuovo governo di Grosse Koalition dopo più di sei mesi di stallo politico post elettorale. L’umore a Berlino resta sempre molto cupo. A creare preoccupazione sono l’ascesa della componente euroscettica tedesca che nei sondaggi starebbe tallonando la Spd, il risultato delle elezioni italiane per le note ragioni, le proposte avanzate dal presidente francese riguardo alle riforme della governance europea che andrebbero verso una maggiore condivisione dei rischi sovrani e bancari. Per non parlare della Brexit, altro spinoso problema e la politica commerciale di Trump che minaccia coi suoi dazi le esportazioni tedesche in particolare le auto. Le istituzioni comunitarie, modellate secondo la concezione teutonica, si stanno sfaldando sotto i colpi della contestazione euroscettica destinata ad aumentare e a far sentire la propria voce alle prossime europee. Per salvare l’Unione e l’euro, il fedele alleato francese propone di mutualizzare i rischi derivanti dai debiti e dalle banche nazionali degli stati europei in cambio di una crescente integrazione politica ma mettendo a repentaglio i soldi dei contribuenti tedeschi. Non era per questo che la Germania aveva abbandonato il marco per la moneta unica.

Il discorso di Emmanuel Macron all’Europarlamento tenuto il 17 aprile non ha convinto la potente alleata Angela Merkel che ha smantellato le proposte avanzate dal Presidente francese. In particolare riguardo la questione della trasformazione del fondo europeo Esm in una sorta di Fondo monetario europeo, progetto che scaturisce dalla difficoltà del Fmi di orientare i suoi aiuti verso l’ Europa, area che risulta con gli Stati Uniti tra le più ricche del pianeta. La Cancelliera contesta le modalità di conversione suggerite dalla Commissione e Macron, che si fondano sull’attivazione dell’art. 352 del trattato europeo per i casi di emergenza, e chiede che la trasformazione avvenga con una modifica del Trattato europeo , iter che coinvolgerebbe i parlamenti nazionali col risultato di un allungamento considerevole dei tempi e col pericolo perfino di affossamento del disegno di legge.

Prendere tempo insomma per superare la nuttata.

Macron l’ha messa in guardia sulla strategia di rinvio che fa marcire i problemi e costituisce un errore . Il timore dei conservatori tedeschi è che, se ricevesse la facoltà di gestire il fondo, la Commissione potrebbe utilizzarlo soprattutto per i paesi economicamente in difficoltà esponendo i contribuenti tedeschi al rischio di salasso. Meglio lasciare la gestione in mano ai governi e farne oggetto di negoziazione delle cancellerie e permettere un miglior controllo dei cordoni della borsa. La Merkel ha inoltre confermato la sua opposizione anche all’istituzione di un ministro delle finanze unico e quindi di un bilancio comune nell’Eurozona. Per bocca del presidente del suo partito, ha ribadito per l’ennesima volta che il completamento dell’Unione bancaria, con l’introduzione di una garanzia unica per i depositi, potrà avvenire solo quando le banche degli altri paesi avranno abbassato i rischi ripulendo i loro bilanci dagli Npl (Non performing loans , crediti deteriorati).

L’Italia senza governo risulta completamente assente nel dibattito che anima attualmente le istituzioni europee. Teoricamente dovremmo tifare per le proposte di Macron e della Commissione ma se riflettiamo non sembrano favorirci. Con l’istituzione di un superministro unico delle finanze e quindi di un bilancio unico e di un fondo europeo controllato dalla Commissione si prosciugherebbero i già ristretti spazi di manovra che ci sono rimasti nelle nostre politiche fiscali, mettendoci in condizione di sottomissione completa ai diktat di Bruxelles. Finiremmo di alimentare coi nostri soldi un fondo che all’occorrenza non potremmo nemmeno utilizzare, date le dimensioni della nostra economia e del nostro debito. Meglio temporeggiare con la Cancelliera, evitando il rischio di farci collocare in una gabbia dagli spazi più angusti e dalle sbarre più spesse.