Il Pentagono frena: “Nessun conflitto contro gli ayatollah”, di Paolo Mastrolilli. La Stampa

Il Pentagono frena: “Nessun conflitto contro gli ayatollah”

AFP

Il leader americano Donald Trump, 71 anni, durante un vertice alla Casa Bianca

 
PAOLO MASTROLILLI INVIATO A NEW YORK
 

Un paio di settimane fa, durante un’audizione al Congresso poco prima di incontrare il ministro della Difesa israeliano Lieberman, il capo del Pentagono Mattis aveva detto di considerare «molto probabile» una guerra tra l’Iran e lo Stato ebraico in Siria. «Non so prevedere dove e come scoppierà – aveva detto – ma ritengo alta la probabilità che accada».  

Gli ultimi eventi hanno dimostrato che la guerra per procura tra i due paesi sta già diventando un conflitto aperto, e ieri Mattis ne ha discusso con Trump alla Casa Bianca. I critici dell’amministrazione dicono che la scelta di uscire dall’accordo nucleare ha accelerato questa dinamica, spingendo Teheran a prendersi la rivincita su tutti i terreni dove può mettere in difficoltà gli Usa e i loro alleati.

I sostenitori rispondono che è vero il contrario: l’accordo nucleare andava cancellato perché non affrontava le minacce complessive della Repubblica islamica, dal programma missilistico agli interventi destabilizzanti in Medio Oriente, e l’escalation con Israele è un effetto di questa mancanza. Quindi era necessario alzare il livello del confronto, perché è l’unica strategia possibile per spingere gli ayatollah a fare una vera intesa, o favorire il cambio di regime. Mattis, che considerava debole l’accordo nucleare ma in assenza di alternative voleva preservarlo, ha detto mercoledì al Senato che Trump lo ha abbandonato «perché lo ha giudicato inadeguato nel lungo termine».  

Ora esiste invece la possibilità, e la necessità, di «renderlo più forte». Gli Usa però non hanno ancora spiegato agli alleati quale sia il loro «piano B», mentre lo stesso capo del Pentagono ha escluso un confronto militare diretto con l’Iran. 

Fonti diplomatiche britanniche, che sono favorevoli a conservare l’accordo, ma restano anche l’alleato più vicino agli Usa, sostengono che ora la chiave per evitare un conflitto aperto tra la Repubblica islamica e lo Stato ebraico è la soluzione politica alla guerra in Siria. Per trovarla, è necessario che la Russia capisca che a questo punto in gioco non c’è più solo la sopravvivenza di Assad, ma il rischio di un conflitto aperto tra potenze. Le fonti ritengono che Netanyahu sia andato a Mosca per dire a Putin che in Siria combatte gli iraniani, non i russi, e forse per consegnare un messaggio degli americani. Trump non ha chiuso la porta a un vertice con Putin, e il primo punto in agenda potrebbe diventare un accordo su Damasco, per evitare che lo scontro fra Iran e Israele provochi una guerra più ampia. 

Autore: alessandria today

Ex Dirigente, consulente e ora blogger

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