L’albero di meloni, di Alessandra Iannotta

L’albero di meloni, di Alessandra Iannotta

I capitolo

Tutta l’elettricità dell’aria le si era appiccicata addosso. Come un’avida sanguisuga aveva attraversato ogni sua cellula, non vedeva l’ora di infilarsi sotto la doccia, stava immaginando l’acqua calda scivolare sul suo corpo nudo ed il solo pensiero di quel fluire era riuscito a farla sorridere.
Girò la chiave nella toppa della porta ed entrò in casa.
In paese lasciavano tutti la porta aperta, lei no aveva sempre voluto chiudere a chiave il suo mondo, quel semplice gesto le dava forza, le serviva a rimarcare a tutti la sua diversità.
A Melania piacevano le donne.
Fin da ragazzina aveva sempre cercato di celare la sua naturale attrazione per il gentil sesso.
La sua famiglia infatti aveva da sempre osteggiato quella sua inclinazione che, in un primo tempo, aveva solo sospettata.
Da quando invece quell’infuocato pomeriggio di giugno aveva dato il suo primo bacio a Giovanna tutto era cambiato.
Aveva urlato al mondo il suo amore diverso e la sua famiglia l’aveva praticamente messa al bando, in una parola l’aveva rinnegata.
In paese avevano bocca ed occhi anche le finestre e non si poteva di certo sopportare l’amore tra due femmine. I suoi genitori ed i suoi fratelli avevano fatto di tutto per nascondere la sua relazione.
Era stato un dolore atroce che le aveva scavato dentro baratri di insicurezza e di paure.
Se non fosse stato per lei, per Giovanna, forse non sarebbe stata ancora viva.
Quell’amore acerbo sbocciato sui banchi di scuola si era sciolto in una passione travolgente che per anni era stata per lei praticamente tutto.
In Giovanna aveva trovato un rifugio sicuro, quando era in sua compagnia nessuno poteva farle del male. Giovanna era forte, sapeva sempre cosa fare, amava giocare a calcio ed al bigliardo e soprattutto non temeva nulla.
Tra le sue braccia Melania trovava la forza in cui placare tutte le sue tempeste.
Fissò la sua immagine riflessa nel grande specchio del bagno.
Il suo corpo anche con il passare degli anni aveva conservato una straordinaria bellezza, i suoi seni piccoli e sodi sembravano quelli di una ragazzina, il suo viso illuminato da occhi scurissimi capaci di bucare il mondo si trasformava quando veniva inondato dalla luce del suo sorriso bianchissimo.
Era un irresistibile contrasto che stregava perché in lei coesistevano dolcezza e sensualità.
Melania piaceva. E non solo alle donne.
A volte Giovanna, incendiata dal fuoco della gelosia, diventava aggressiva, lei allora la lasciava calmare e dopo poco la loro relazione riprendeva con rinnovato vigore.

II capitolo
Ripensò a quello che le era accaduto. Lo aveva conosciuto al bar, si erano messi a chiacchierare come se si conoscessero da sempre. Lui le aveva offerto da bere, l’aveva riempita di complimenti, l’aveva invitata a cena. Melania aveva accettato.
Quella sera Giovanna era di turno in ospedale, lei sarebbe stata sola e poi quell’uomo bello ed elegante aveva qualcosa di incredibilmente famigliare.
Gli aveva raccontato di Giovanna, lui aveva ascoltato in silenzio poi improvvisamente l’aveva baciata, l’aveva cercata ovunque, avevano fatto l’amore. Le era piaciuto.
Quando l’aveva riaccompagnata a casa era notte fonda, sulla porta gli aveva fatto una domanda voleva sapere se aveva mai visto un albero di meloni. Lui era scoppiato a ridere e l’aveva baciata ancora.
Aveva raccontato tutto a Giovanna, lei era impazzita, aveva sbattuto la porta ed era praticamente scomparsa. Aveva staccato il cellulare ed erano tre giorni che non sentiva la sua voce.
Le mancava terribilmente.
Le mancava anche lui. Attilio l’aveva cercata più di una volta con insistenza, ma lei non aveva mai risposto.
Ora non vedeva l’ora di farsi la doccia, non voleva più pensare a nulla, le mancava la sua famiglia, le mancava Giovanna, le mancava Attilio. Era in una parola svuotata.
Il suono insistente del telefono bucava il silenzio di quella giornata, della sua anima. Riemerse dal torpore che l’aveva avvolta facendola scivolare nel suo vuoto di coscienza e sollevò la cornetta.
La voce di sua madre dall’altro capo del filo la travolse.
Erano anni che non si sentivano e proprio quel giorno disperato sua madre l’aveva cercata.
Avrebbe voluto dire di più e invece solo una parola dimenticata tornò a farle inaspettata compagnia “mamma …..”.
Era bastata quella semplice parola a sciogliere il nodo che da troppo tempo aveva in gola.
Sua madre l’aveva invitata a cena a casa sua, quella che un tempo era stata anche casa sua.
Un’onda di ricordi vivi la travolse. Accettò l’invito.
Quando suonò il campanello le mani e le gambe le tremavano.
Erano più di venti anni che non vedeva i suoi genitori, che non respirava l’odore di quel pulito, che non si riempiva i polmoni del profumo della pasta ripiena cucinata da chi le aveva regalato la vita.
La casa era rimasta quella di tanti anni prima, solo qualche muro più sbiadito così come il tappeto dell’ingresso; i quadri con le farfalle ed i papaveri rossi erano sempre lì appesi in corridoio, ma non li ricordava così piccoli; le tende di garza leggera lasciavano filtrare la luce argentata della luna, lei sola invece sempre esattamente uguale a prima.
Sua madre le venne incontro con quel suo incedere un po’ claudicante che le era rimasto stampato dentro per tanti anni, i capelli raccolti erano striati di bianco ed il suo viso aveva conosciuto lo scorrere del tempo, i suoi occhi invece avevano conservato la stessa luce di un tempo, proprio come la luna anche loro erano restati immutati, indifferenti al passare degli anni.
Quel pensiero veloce attraversò la sua mente inquieta.
Si abbracciarono con forza mentre le loro lacrime salate si confondevano complici.
Si erano finalmente ritrovate e non avevano bisogno di inutili parole.
Suo padre guardava la televisione picchettando come sempre nervosamente la mano sul bracciolo di pelle della sua poltrona; non si era alzato, aspettava la sua bambina ritrovata.
Lei lo aveva baciato sulla nuca stempiata proprio come faceva da ragazzina.
Per un attimo le sembrò di essere magicamente tornata indietro nel tempo, ma era stato solo un attimo.
Anche suo padre era terribilmente invecchiato.
Si erano seduti a tavola ognuno al posto di sempre.
Sulla tavola apparecchiata a festa con la tovaglia bianca a fiori azzurri ricamati a mano dalla sua bisnonna Clara si stagliavano vicini, sovrani assoluti della serata, la teglia con la pasta fatta in casa da sua madre ed il fiasco del vino preferito di suo padre.

III capitolo

Il lampadario sopra il tavolo incominciò ad oscillare, anche i bicchieri del servizio buono che i suoi zii avevano regalato per il loro matrimonio ai suoi genitori incominciarono a baciarsi tra di loro.
Poi un boato mostruoso avanzò dalle viscere della terra e vomitò tra quelle semplici mura tutta la sua rabbia.
Come se fosse stata di cartone la sua casa ritrovata incominciò a sgretolarsi, ad accartocciarsi su sé stessa.
Il buio nero con la sua forza tetra inghiottì tutto: la tovaglia ricamata, il quadro con i papaveri rossi, quello con le farfalle, la teglia con la pasta, il fiasco del vino amato da suo padre.
Il loro sangue era diventato un fiume solo.
Non aveva avuto il tempo di realizzare nulla perché quel mostro spietato aveva disteso la sua ombra su tutto, senza pietà.
Non riusciva a muoversi aveva male dappertutto, ma il corpo freddo di sua madre le aveva donato una seconda vita. Disteso sopra il suo aveva sorretto come per miracolo ciò che restava della loro casa, del loro paese, della loro storia.
Dopo tanto silenzio improvvisamente nuove voci, nuovo rumore.
“È viva! Forza! Dai così bravo, spingete piano, attenzione …..!”
Poi il suono inconfondibile della sirena dell’ambulanza che correva verso l’ospedale, ogni buca un sobbalzo, una nuova ferita che si riapriva nel suo corpo straziato.

Giovanna, la sua Giovanna anche lei non ce l’aveva fatta.

Era passato un anno da quella terribile sera, Attilio la strinse a sé: “Melania voglio piantare un bosco di alberi di meloni, mi aiuti?”

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