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I versi di Giovanni Sepe colpiscono e avvincono perché essenziali e profondi. Sono squarci di vita vissuta, un viaggio che attraverso i meandri dell’anima, conduce verso la luce interiore che sembra assumere peso e spessore perché frutto della sofferenza e, quindi,  conquistata a fatica.

Per farlo meglio conoscere ai lettori di Alessandria today, pubblico la sua biografia e tre delle poesie tratte dalla sua prima silloge edita da Controluna “Il peso della luce” che potrete acquistare on-line tramite LaFeltrinelli al seguente link:

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Silvia Cozzi

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Nato a Napoli nell’aprile del 76′ da padre operaio e madre casalinga. I primi anni li trascorre ai quartieri spagnoli, e in seguito all’evento sismico del’80 alla Riviera di Chiaia, in via Giovanni Bausan dove ebbe i natali il grande Eduardo De Filippo.

Dopo pochi anni segue i vari trasferimenti della famiglia nella più tranquilla provincia.

Studia e si diploma all’ i.t.i.s. Come perito elettrotecnico, per poi imparare il mestiere che tutt’ora svolge: l’elettricista.

Sposato e padre di ben quattro figli non ha nessun legame, didattico o accademico, con la poesia, né accede alla letteratura.

La sua poesia dunque si muove tra le ombre nuove, una porta aperta sul mare della parola in cui bisogna immergersi per tornare in superficie con qualche grano di sale

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Ho avuto un sapore nell’aria di maggio

che somiglia alle tue ginocchia:

così polposa, così salda.

Hai le caviglie leggere

e l’odore dei frutti di bosco

che mai uno e mai doppio mi trova.

Ho avuto i tuoi capelli imprudenti,

un’appendice indolore:

il sughero che non ammolla.

Hai le mie mani duttili

due bocche nelle giunture delle dita

che mai

ti svelano parola compiuta.

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OCCASIONE

Penso alla morte come a un’ombra sola

che cade floscia tra le rose nuove,

un velo opaco sui mirtilli bruni.

Penso a una voce fioca nelle vene,

lenta come una sera in solitudine

mentre la luna pullula nel cielo.

Penso alla morte e piango silenzioso.

Morire insieme al seme e ai girasoli

farebbe della morte un’occasione.

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A MIA MADRE

Non avrei altro intorno,

se non fosse necessario

ripararti il cuore,

che pareti e miserie.

Faccio il gioco del ditale

disertando questo spazio gelido.

E mi ritrovo a inseguire la memoria

e il ritmo del pedale

di una vecchia Singer,

dipanare cotone e speranza,

ticchettando melodia.

Mentre m’incuriosiva vedere

quale prodigio celavano

quelle mani farfalla

che volavano in casa

su ogni cosa acerba,

trovandoci miele.

 

Ora che i vestiti non si rammendano

e le tue mani tremano

come farfalle impaurite.