Manifestazioni in Israele ostili al trasferimento dell’ambasciata USA

Manifestazioni in Israele ostili al trasferimento dell’ambasciata USA

Pier Luigi Cavalchini http://www.cittafutura.al.it/

E’  vero, le principali agenzie riportano che solo alcune centinaia di persone “sicuramente non arabe” e con striscioni e cartelli scritti in ebraico, hanno percorso le vie principali di Gerusalemme di venerdi’ 11 maggio, con un’unica parola d’ordine: “fermatevi”. Riferita soprattutto all’intenzione, ormai – purtroppo – in fase attuativa, di trasportare a Gerusalemme la sede ufficiale dell’Ambasciata americana. Con la preghiera di smettere con le provocazioni e con gli “sfregi” antiarabi, pena la definitiva chiusura del faticoso processo di pace iniziato ai tempi del Presidente Carter.  

La maggioranza delle scritte riportavano la parola “pace” in ebraico e in arabo , con inviti a fermare nuovi insediamenti nella West Bank e ad allentare la pressione su Gaza. Le “poche centinaia” sergnalate dalla Polizia locale (in realtà circa un migliaio di persone) sono state debitamente scortate e tenute lontane sia da reazioni di gruppi e singoli israeliani “patrioti”, sia da “bande” (così definite nei TG israeliani) di giovani palestinesi, desiderosi di unirsi alla massa di persone, radunatasi spontaneamente presso le mura esterne. Esplicito lo striscione di avvio che, testualmente, prendeva le distanze dal Governo Netanhiau: “Basta con i politici cinici che cercano pubblicità a nostro rischio e pericolo”.

Alcune brevi dichiarazioni strappate alle persone che manifestavano o a semplici curiosi, ne erano una conferma: “Attenzione a queste sacralizzazioni (cfr. – la sacralizzazione di Gerusalemme capitale di Israele e quindi soprattutto città ebraica); possono danneggiare Israele”. Arrivando anche oltre, come fa il portavoce di questo movimento spontaneo di inizio maggio, Sof Pitishi: “Chi vuole veramente la salvaguardia di Israele, chi ama sul serio l’antica città di Gerusalemme, chi ne riconosce – giustamente – la pluralità religiosa, etnica e sociale, non può ammettere questa ‘legittimazione’ sionista della città”. Due gruppi, notissimi, erano fra i promotori: l’associazione per la coesistenza tra i popoli “Standing together” e il gruppo contrario agli insediamenti nella West Bank “Peace Now”. Insieme hanno deciso di chiedere  l’autorizzazione ad essere presenti in modo organizzato domenica 13 (oggi per chi scrive) in contemporanea con le decine di manifestazioni di sostegno (o, comunque, di “interesse”) al trasferimento dell’ambasciata.  “Friendly moments” sono e saranno caratterizzati da musiche di piazza, concerti, mostre artistiche, spettacoli sportivi e immancabili balli collettivi. Oltretutto è stata data l’autorizzazione per fare il percorso in centro città anche in quelle zone notoriamente abitate e frequentate da arabi che, come è già successo, non gradiranno di certo queste esternazioni di giubilo. Operazione non casuale, dal forte valore simbolico.

Proprio il giorno 11 maggio si era già tenuta a Istanbul una imponente manifestazione, per tre quarti di donne, imperniata sullo slogan “Al Quds belongs to the Muslims”, cioè “Gerusalemme appartiene ai Musulmani” non solo tollerata dalla Polizia di Erdogan ma in vari modi favorita e incentivata (anche con appelli radioTV e bus gratuiti).

Simili “espressioni dirette” del nervosismo che campeggia un po’ ovunque, si sono avute a Amman e in altri centri in Giordania, a Tunisi, a Beirut e a Teheran. Sempre con “muri” di persone inneggianti al “Ritorno alle terre dei padri” con corredo di bandiere americane bruciate e di manichini di Trump dati alle fiamme.

Una tensione continua iniziata tre mesi fa, o poco più, con il primo annuncio dell’apertura della nuova sede diplomatica, quella principale, a Gerusalemme. Un avvenimento che è stato salutato con balli e feste anche a Manhattan, dove la numerosa comunità ebraica ha più volte segnalato che la stessa richiesta (quella di un riconoscimento ufficiale di Gerusalemme come capitale di Israele) è stata reiterata per trent’anni e più a diversi Presidenti, di orientamenti e idee differenti. E solo ora si ha una risposta positiva. E’ stato il New York Times a comunicare per primo che, nelle ultime elezioni – quelle vinte da  Trump – si è avuto un travaso di voti verso i Repubblicani che ha interessato tre quarti della potente popolazione americana “amica di Israele” che, evidentemente ha deciso di interrompere uno storico rapporto con Mrs. Clinton ed il suo entourage. Popolazione “amica” è il termine migliore, perché si tratta di rappresentanti della media e alta borghesia bianca che purnon frequentando assiduamente le sinagoghe, mantiene uno stretto legame con la comunità ebraica locale.

Sul perché di questa rinnovata fortissima alleanza, sia per fini politici sia per più  interessi basati su forniture militari d’eccellenza, si è molto ragionato, così come si è discusso dell’opportunità di spostare da Tel Aviv sede e personale. I più accreditati commentatori vedono in questa “sterzata” trumpiana una evidente risposta alle promesse fatte in campagna elettorale, resa più “agevole” dal nuovo ruolo di “ponte” che va sempre più assumendo Israele in Medio Oriente. Di lì il via libera a ben quattro raid aerei in soli due mesi, tutti su obiettivi siriani, considerati “una minaccia per la sicurezza della nazione della Stella di David”. Un ruolo di forte corresponsabilità politica che non può essere chiesto ad Amman o al Cairo e che potrà servire molto in funzione antiiraniana anche nel nuovo Libano post – voto segnato da un aumento di peso degli “Hezbollah”.

Sullo sfondo…. i pneumatici utilizzati dai manifestanti palestinesi lungo decine di chilometri di frontiera fra Gaza, Ashkelon e Sderot, con cortine di fumo annesse e modalità di ingaggio “soft” (1) da parte dell’esercito di Israele.

Il 14 maggio si celebrerà, così, uno dei più roboanti e reclamizzati anniversari della Ricorrenza della Vittoria nella Guerra dei sei Giorni (1967) , all’insegna più del “sovranismo” israeliano, di un orgoglio malcelato per gli ottimi risultati nei campi dell’economia e della cultura che per un più che rispettabile ricordo dei fatti di guerra (che, comunque, costarono complessivamente ad Israele, nei due confronti del ’67 e del ’73, quindicimila morti dichiarati).  Mille persone possono anche essere poche ma…hanno avuto il coraggio di esporsi e continuano una presenza “critica” fondamentale per il futuro democratico della nazione israeliana.

(1) https://www.haaretz.com/middle-east-news/palestinians/40-dead-5-511-wounded-un-figures-on-casualties-in-gaza-mass-protests-1.6030556 

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