Edoardo Albinati: “L’immigrazione? Comporta problemi, ne sono cosciente. Serve una politica ragionevole”

Edoardo Albinati: “L’immigrazione? Comporta problemi, ne sono cosciente. Serve una politica ragionevole”

Festival Delle Letterature

Intervista ad Edoardo Albinati autore del libro “Otto giorni in Niger”: “Gli accordi con la Libia equivalgono a un respingimento armato”
By Flavia Piccinni
CORBIS VIA GETTY IMAGES

https://www.huffingtonpost.it

“Confesso di essere uno di quelli che fino a due mesi fa non distingueva il Niger dalla Nigeria. Mentre a Rebibbia i miei studenti erano chini sul foglio col compito in classe di analisi logica, mi sono studiato bene la cartina dell’Africa appesa al muro. Ed eccola qui, lampante, a colori, la ragione per cui oggi il Niger è il crocevia a cui tutti guardano con allarme”.

Inizia così “Otto giorni in Niger” (Baldini+Castoldi, pp. 75), l’ultimo libro di Edoardo Albinati firmato con la compagna, l’attrice e scrittrice Francesca D’Aloja. Un diario a due voci attraverso l’Africa e le migrazioni scandito da un viaggio compiuto dalla coppia l’anno scorso, a metà dicembre, con il supporto dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati. “Il libro – puntualizza Albinati – inizia così perché, in generale, trovo sempre interessante quando uno non sa una cosa e poi la sa, senza avere un’idea pregiudiziale”.

“I Paesi poveri sembrano disposti ad accogliere altri poveri più di quanto non lo siano i Paesi ricchi”. Così invece si conclude il libro. È forse una morale?

È un dato di fatto. Ma anche una scoperta. Un reportage dovrebbe farti vedere dei lati diversi di una questione che viene affrontata quasi sempre in maniera unilaterale. Uno pensa all’Africa come un continente che si sta quasi totalmente riversando in Europa, ma non è così. I movimenti degli africani sono quasi sempre in Africa, dove i confini sono labili e i popoli poveri.

Per raccontare le migrazioni ha scelto il Niger, che non ha sbocchi sul Mediterraneo.

Si tratta di un luogo che ha la natura del corridoio. È veramente una strettoia quasi inevitabile per chi si sta muovendo verso il Mediterraneo. Tutti noi, io per primo, siamo abituati a vedere il mare, a considerare la Libia, ma non ad andare un poco più indietro nelle caselle delle migrazioni. Se lo facessimo, troveremmo il Niger.

Eppure ci fermiamo alla Libia.

Gli accordi con la Libia hanno semplicemente tamponato il flusso facendo finire nelle galere libiche persone che poi vengono tirate fuori dopo una lunga serie di sofferenze. Non voglio più sentire parlare di diritti umani chi accetta in cambio della diminuzione degli sbarchi, questo orrore. Non voglio sentire parlare di diritti umani chi, in cambio della diminuzione degli sbarchi, accetta che le persone vengano torturate, violentate, incarcerate.

Nel libro racconta degli studenti che scendono in piazza “perché il governo spende nella sicurezza (leggi: repressione) invece che nell’educazione e nella sanità”.

Esattamente come accaduto in Ciad, dove il numero dei gruppi jihadisti sommato alle molte spese relative alla sicurezza finiscono per aumentare l’insicurezza. I locali vedono milioni di euro, milioni di dollari girare ma pochi atterrano sulle popolazioni, e in questo modo si favorisce un risentimento crescente nei confronti dell’Occidente.

Si crea allora un circolo vizioso.

Quando si esagera con l’aspetto repressivo, invece di ottenere i risultati sperati si fomentano coloro contro i quali si vuole combattere.

La migrazione in questo modo viene effettivamente scoraggiata?

Il risultato è che molte persone invece di morire nel Mediterraneo, si fermano a morire nel deserto. Insomma, li si lascia morire un po’ più indietro.

Esiste una responsabilità?

Se l’Europa e l’America si disinteressassero completamente dell’Africa potremmo dire che queste faccende non abbiano nulla a che vedere con l’Occidente. Ma poiché c’è una notevole presenza miliare, c’è un interesse molto forte nei confronti dei territori e un grande desiderio di arginare la migrazione, sarebbe forse più giusto ragionare di come i soldi vengano spesi.

Intende, immagino, di come questi vengano militarmente impiegati.

Il modo militare è solo una strategia per tamponare, come hanno fatto i francesi in Mali, ma non sono strumenti risolutivi. Personalmente non sono contro gli interventi militari, non sono neanche un po’ un pacifista, ma tale opzione in questa situazione non produce frutti.

“Noi non erigeremo muri nei confronti dei migranti” dice nel libro un funzionario nigeriano. L’Italia ha eretto muri?

Gli accordi con la Libia non sono un muro fisico, ma legale. L’Italia questi muri li ha tirati su e abbattuti numerose volte. Ricordo sempre la nave albanese che naufragò, la Kater i Rades. Morirono quasi cento persone. Non era un muro quello contro cui sbatté perché non era fatto di mattoni, ma non è molto diverso.

Qual è la sua posizione in campo di immigrazione?

Sono conoscente dei problemi che l’immigrazione comporta, lo vedo ogni giorno anche come insegnante in carcere, ma questo non vuol dire che non possa esistere una politica ragionevole. Gli accordi con la Libia equivalgono a un respingimento armato.

Lavora a Rebibbia dal 1994. Nei confronti del carcere lei si è sempre dimostrato alquanto critico.

Il carcere italiano al 99% è punitivo. Di riabilitativo, allo stato attuale delle cose, c’è molto poco. È una punizione corporale: anche se un detenuto non verrà percorso direttamente, malgrado ci siano ancora fenomeni di maltrattamenti fisici non sporadici, il corpo subisce pene molto pesanti.

Quali?

Partono dagli occhi, privati della luce naturale, per arrivare all’apparato digerente. Il corpo in carcere non si può esercitare in alcuna sua funzione, e tutto quello che lo riguarda va rapidamente in malora. Per non parlare dalla repressione sessuale ed emotiva.

Come definirebbe dunque il nostro carcere?

Il carcere italiano non è un luogo neutro, ma punitivo. Anche se nessuno ti mena, è un’afflizione fisica e spirituale intensa. L’aspetto di recupero, di riabilitazione e di reinserimento è affidato ad individui singoli, ed è molto sporadico. Il carcere è deterrenza e afflizione, semplice retribuzione del male commesso.

Quali sono i passaggi obbligati per produrre un miglioramento?

Cominciamo dall’edilizia carceraria. In carcere poi non si fanno attività di nessun tipo. Nove detenuti su dieci stanno lì a non far nulla per anni. La scuola o le iniziative che sono affidate al buon cuore di singoli individui e associazioni sono solo delle bolle.

Il suo racconto di un anno di lavoro in carcere, Maggio Selvaggio, per molti è una pietra miliare. Come lo scriverebbe oggi?

Uguale. Ma, essendo uguale, è peggio.

A cosa serve la scrittura dietro le sbarre?

L’idea che il carcere sia un luogo dove uno pensa a quello che ha combinato è del tutto infondata. La vita carceraria è così caotica che il detenuto ha pochissime occasioni di raccoglimento. La giornata è infinitamente lunga e inutile, ma zeppa di eventi che impediscono ogni forma di concentrazione. Le celle sono sovraffollate. La televisione è sempre accesa. La scrittura è l’opposto della dispersione tipica della vita reclusa. La scrittura è una valvola di sfogo.

Tornando a “Otto giorni in Niger”, contiene una presa di posizione politica?

Non è un libro pregiudiziale. Ognuno può trarre la condizione che vuole. Perché è un testo impolitico. Anzi, di più: è una presa di posizione umana.

In questo momento l’intellettuale che ruolo deve avere?

L’intellettuale deve dire quello che sa. E, soprattutto, deve dire la verità. Deve parlare di quello che conosce, e non dare un’opinione. Non deve velarsi gli occhi di ciò che immagina, ma comunicare cose di prima mano.

Oggi quanto conta l’intellettuale nella società italiana?

La funzione dell’intellettuale nella vita pubblica è zero. Ormai agli intellettuali si chiedono dei pronunciamenti, non dei ragionamenti. L’intellettuale diventa qualcuno che commenta le cose, invece di rivelarle.

Ecco che nasce e si moltiplica l’intellettuale da salotto televisivo.

Succede quando si invita qualcuno solo perché schierato, e senza il minimo interesse a sapere la verità. Cercando solo conferme a tesi che già si hanno in mente.

Ha detto che, tornando indietro, non scriverebbe di nuovo La scuola cattolica. Perché?

Non la riscriverei adesso perché non ce la farei mai. Averla scritta è stata una spesa umana molto forte, che mi ha consumato.

Ma non dovrebbe essere anche questo scrivere?

Ho buttato i miei anni e le mie energie in quel libro. Poi magari è un bel libro, uno viene risarcito, ma non lo rifarei.

Con quel libro nel 2016 ha vinto il Premio Strega. Chi ha partecipato a raccontato di un premio letteralmente sfibrante: presentazioni, pressioni, stress. Fu così anche per lei?

Ero sotto l’effetto di psicofarmaci a causa di una depressione, e questo ha fatto si che lo stress maggiore fosse quello del lavoro. Una volta che il libro è uscito avevo un mantello di indifferenza che mi ha fatto vivere per mesi in uno stato di beata indifferenza.

Quando avrà vinto, però, sarà stato contento!

Ho gioito della gioia altrui. Quella del mio editore, della mia fidanzata, dei miei figli. Dentro di me c’era un nirvana chimico molto benvenuto, altrimenti tutto sarebbe stato troppo faticoso.

Posso scrivere della sua depressione?

Perché non dovrebbe?

È una cosa molto personale. Non mi pare ne abbia mai parlato prima. Perché era depresso?

Il mio era quello che una volta si sarebbe definito un esaurimento nervoso, ed era legato al terminare il libro. Dopo gli ultimi due anni di lavoro ero stremato. E quando io non ho forze sprofondo nel mio carattere malinconico. Quando sono in forze sopravvivo. Lì non riuscivo più a sopravvivere. Piuttosto che sottopormi a un trattamento analitico, mi sono fatto prescrivere i farmaci che nel giro di due, tre mesi mi avevano riportato nella condizione di affrontare la giornata.

La nostra società ha ancora una forte resistenza nei confronti di chi ammette le sofferenze psicologiche e l’uso di psicofarmaci.

Il tabù è molto ridimensionato, ma la vera vergogna è nei propri confronti. Ci si vergogna di non sentirsi utili, di non essere autosufficienti. La vergogna è già un sintomo stesso della depressione, più che un modo per mascherarla. Il depresso vede il mondo come quello che è.

Cioè?

Il depresso lo vede nella sua amara crudezza. Questo per me era piuttosto insostenibile. Con questa lucidità, a volte, non si riesce a vivere.
Flavia Piccinni
Scrittrice e giornalista

Autore: alessandria today

Ex Dirigente, consulente e ora blogger

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