I miei passi intermittenti, di Devadatta Sk! Valmiki

i miei passi

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La traccia di questa lettura è: Ellen Allien – Way Out

Oggi mi è ricapitato di vedere l’uomo nervosamente calmo. Quello che ti ho scritto la volta scorsa a proposito di lui non è corretto. Ti ho detto che tamburellava con le dita, ma non è proprio così. In realtà quello che fa é accendere un accendino immaginario. Costantemente.

Il suo pollice non si ferma ma sale e scende veloce. Questo, e le sue sopracciglia sempre aggrottate a fare un’espressione titubante, sono le uniche cose che smascherano il suo nervosismo, finché non ti capita di interagire con lui.

Già mi era successo l’altra volta, anche se non ero stato a raccontarti nel dettaglio. Io ero seduto sul solito treno e lui si era avvicinato a chiedermi se potesse sedersi nei tre rimanenti posti vicini al mio. Lo avevo calcolato un secondo.

L’uomo, alto, grosso, con i capelli brizzolati e la faccia dubbiosa, stringeva una ventiquattrore di tela sdrucita ed indossava una giacca con il simbolo dei controllori del treno, il simbolo delle ferrovie dello stato.

Mi pareva una cosa strana che un controllore mi venisse a chiedere dove potesse sedersi, ma gli risposi semplicemente “certo”. Lui si era seduto, poggiandosi la ventiquattrore sulle gambe e iniziando, probabilmente riprendendo, ad accendere il suo accendino misterioso ma restando, per tutto il resto, calmo.

Poco dopo mi pareva si fosse addormentato e io seguitai a leggere. Ad un certo punto, ben prima di arrivare ad una qualsiasi stazione, si era alzato e se ne era velocemente andato. Per me la questione era particolare, ma era finita lì.

Oggi mi è ricapitato di vedere l’uomo nervosamente calmo. E non c’è molto da dire in effetti, se non che è un uomo coerente. è apparso accendendo l’aria, con il suo giubbotto da controllore e la sua valigetta ventiquattrore. Ha chiesto ad una ragazza, poco distante da me, se potesse sedersi. Lei non pareva essere del tutto certa, come lo ero stato io, eppure lo ha invitato, con un gesto della mano, ad accomodarsi. L’uomo si è seduto ed è restato apparentemente calmo per un paio di minuti. Poi si è alzato di scatto ed è andato a sedersi da un’altra parte, dove non potevo più vederlo. Di nuovo, per me la questione finisce così. Non mi sento di dire alcunché, se non che dubito fortemente sia (ancora) un controllore. Magari il tempo, passando, ha avuto su di lui delle ripercussioni particolari ed egli, semplicemente, non si è accorto che non aveva più l’obbligo di salire quotidianamente sui treni. Forse nessuno gli ha nemmeno mai detto che non fuma. Pare avere una faccia buona, comunque, sarà forse per la smorfia perplessa ed incerta.

Stasera poi, sceso dal treno, ho vissuto una quindicina di secondi particolarmente carini. Mi ero messo nel primo vagone, in testa come al solito, così che, quando giunto alla stazione di arrivo, mi sono trovato molto più vicino al sottopasso meno usato dei due che la stazione offre. L’ho imboccato, pregustandomi la sigaretta che avrei fumato sul tragitto serale verso casa, abbastanza lungo. Questo sottopassaggio é stato ristrutturato da un paio di anni e riportato a nuovo dalla sua precedente rovina. Vi si andava a fare di tutto, dai bisogni al vandalismo, dal bere alle pere in vena, passando per una discreta quantità di avventurieri che arrivavano da un qualche treno, trovavano il loro adescatore sulla banchina, scendevano nel sottopasso, quale che fosse l’orario, per fare sesso, prima di ritornare su qualche treno. Ora è tutto pulito, controllato e molte persone lo utilizzano. Proprio in quel sottopasso, stasera, ho avuto i miei quindici secondi di gioia. Verso la fine della galleria, prima delle scale che riportano in superficie, le luci al neon che sono posizionate ad altezza caviglie si fanno intermittenti. Sono così da mesi. Inoltre, le pareti sono di acciaio lucido e riflettente. Stasera avevo in cuffia la canzone giusta e, quando sono passato per quel settore di luci e specchi, i miei piedi e passi andavano perfettamente a tempo sia con la musica che con l’intermittenza e il loro riflesso. Per pochi secondi mi sono sentito come se la scena girasse tutta attorno ai miei piedi, attorno al mio incedere. Ero il pieno protagonista della galleria. Memore inoltre del video di accompagnamento alla canzone, tutta la scena ha trovato dove incastrarsi, nella mia testa e nella realtà, senza indugi.

Quella canzone era Way Out, di Ellen Allien, e io, ora, ho molta voglia di essere in un locale buio, a ballare quella canzone sotto qualche luce intermittente, che percepirei da dietro le palpebre chiuse sugli occhi, mentre il basso delle casse mi riempirebbe le viscere e la voce di Ellen mi carezzerebbe il cervello.