Il suonatore di divano, di Devadatta Sk! Valmiki

Il suonatore

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La traccia di questa lettura è: Polvo – D.C. Trails 

Trascino i file con il topo, prelevandoli dalla memoria esterna e rilasciandoli sul mio dispositivo mobile. È con una certa nostalgia che li osservo depositarsi sul mio Ipod crepato e ricoperto di scotch. Dapprima sono grigie come fantasmi, in attesa di essere caricate, e poi, piano piano, mentre i dati scorrono nei cavi, le tracce diventano nere e tornano alla vita. Le lettere sigillano un piccolo mondo di ricordi e vissuti. La colonna sonora ritorna, dopo quattro anni di distanza.

Non sto nella pelle, scollego il dispositivo dal portatile, lo connetto agli auricolari e scappo via dalla postazione della mia scrivania. Apro la porta di casa, infilo gli stivali e volo giù dalle scale. Tanto è cambiato, ma quanto sono uguale.

Certo, allora, se mi fossi visto con questi stivaletti di pelle mi sarei riso in faccia, ma avrei ammirato il giubbotto di pelle, dato che già allora lo bramavo. Eppure, al mio aprire il portone e fiondarmi fuori nell’aria fredda di novembre, quasi, non sono più qui.

È fin dalle prime note di questo CD, nelle mie orecchie, nel cielo senza luna e senza nuvole, che mi sono trasferito nel mio passato, e sto ora vagando, non qui, su questa strada, ma per una Milano silenziosa, nel cuore della notte per strade vuote. I mezzi pubblici ancora non transitano e quelli notturni sono rari e non vanno dove devo andare io. Le suole di gomma si consumano sul tallone, dove premo nella mia camminata decisa, e sbuffo fuori nubi di vapore, sigarette e inverno. Sto tornando dal mio locale preferito, una piccola bettola tutta scrostata a pianterreno. L’entrata è gratuita, le pareti sono strette, tre sale appena, tutte collegate, gremite di gente che si accatasta e si balla addosso, sporcandosi di alcolici e, talvolta, infilando lingue in bocche estranee, su note di rocknroll, sotto una insegna neon a razzo. Ho conosciuto tanti sconosciuti lì, dove andavo da solo, prendendo l’ultimo treno della serata, verso il centro, dalla pseudo periferia dove abitavo. Ballavo finchè non ci cacciavano per chiudere, e lo sapevo sempre prima, perchè il DJ aveva una canzone speciale per la chiusura, che ad oggi ancora mi fa saltare eccitato. E poi il vagare a caso, o il parlare con gente a caso, aspettando l’alba, spartendo sigarette, numeri di telefono, appuntamenti, e la solitudine, la solitudine forse scelta, forse ancorata al mio carattere. Erano gli anni del mio riprendere amatorialmente la batteria dagli interrotti studi delle medie. Anni universitari, appena stato lasciato dalla ragazza, nuova città, volti di colleghi, esami, distrazioni, lontano da casa. Ancora non avevo la batteria. L’avrei presa poi, usata, da una mia compagna di università, dalla ditta di suo padre, dove stava. Allora, nel piccolo bilocale dove vivevo con altre due persone, mi arrangiavo percuotendo qualsiasi cosa. Scarpe, scatole, quaderni, posaceneri, pentolini, fino al piazzare una seggiola davanti al divano e suonandolo con le bacchette, in posti diversi, facendolo risuonare dannatamente bene e dannatamente improvvisato. Una volta un mio compagno di università era venuto da me, con la chitarra acustica e avevamo suonato un paio di ore, un gruppo italiano che adoravamo, e adoro ancora, non so lui, anni che non lo sento. Io suonavo il divano. Dio. Il mio coinquilino e le prese in giro, eppure quanti film, risate, discorsi, cibo, porcate, stupefacenti e sigarette su quel divano bianco, beige dallo sporco, con il coinquilino e la coinquilina del tempo, gli ospiti, o solo come un gatto. I soffitti erano altissimi. Il fumo volteggiava in alto sulla volta, illuminato dalla abat-jour da terra, alta e verticale. Lo fissavo per ore, instupidito, rattristato dalla mia vergogna di me. Ho sempre ambito a di più. Non mi piaceva macerare nella mia saudade, eppure dovevo sforzarmi molto per uscirne. Il soffitto, che vedevo dal mio letto a castello, bianco e freddo, nemmeno mettendomi in piedi riuscivo a toccarlo. Mi perdevo nelle luci led che avevo arrotolato attorno alla schifosa struttura metallica cigolante, mai più letti che cigolano, avevo sempre l’impressione di finire lungo sulla scrivania che stava dabbasso, quanti disegni, ed esami preparati a quel tavolo, e sigarette, e solitudine. La solitudine dello stare a fissare una città enorme dispiegarsi subito fuori dalla tenda che svolazza appena dietro la porta di ingresso, e lasciar passare tantissime possibilità per il dolore, un dolore ancora inspiegabile, di esistere, di vivere la propria identità, seppure un poco sfigata, di giovane in crisi. La solitudine di non sapere gioire di chi si ha ma volere semre di più, qualcosa di indefinito. Gli attacchi di panico che avrebbero caratterizzato gli anni a venire si affacciarono proprio quell’anno. Eppure la voglia di prendere il treno, la notte, e finire a ballare come un forsennato, saltando per ore, esorcizzandomi in un branco di gente con la quale non avevo obblighi, c’era tutta e c’era sempre. Mancavano le compagnie fisse, di persone che mi amassero, nella ricerca di me stesso, nel mio abbandono alle mie paure tutte. Le bacchette erano sempre nello zaino e suonavo le panchine di marmo nelle stazioni, attendendo i treni notturni, suonando i sedili, mentre i pochi passeggeri mi guardavano male, finendo a dormire a casa di sconosciuti amici improvvisati, per la sola sensazione di non stare sprecando un momento che non sarebbe più tornato. Le camminate, dalla stazione all’appartamento, lungo una via con un marciapiede piccolo, a ridosso delle auto in corsa, e la musica, sempre la musica. Per arrivare a casa passavo quotidianamente davanti ad un portone di metallo che dava su un cantiere, credo. Amavo l’enorme teschio dipinto sopra il portone e le due spade incrociategli sotto, colorate alla ruggine. Il teschio era, probabilmente, una delle cose che mi fece stabilire in quel posto, oltre al fatto di conoscere già il coinquilino, un mio amico, che guardavo allora come una sorta di mentore, essendo lui più vecchio, navigato e figo di me. Scambiavamo sempre vestiti e scarpe, essendo della stessa corporatura. L’aspirapolvere sull’enorme tappeto rosso in stanza, le notti a dormire sotto il mio piumone, che freddo là dentro, con il cliccare e digitare del coinquilino in piedi tutta notte a progettare al PC, le patate al curry cucinate dalla mia coinquilina, e i suoi lunghissimi capelli neri nella doccia intasata, la sua risata di bambina, i lunghi discorsi nella notte, con le luci spente, i letti vicini, confessioni e risate della buonanotte. I tram, i supermercati, le offerte, le buste della spesa e i negozi di vestiti dell’usato, la chiesa con l’enorme ossario decorativo, che andavo a vedere ciclicamente, i locali, le feste, le birre in piazza con gli amici, alcuni ancora li sento, l’università, le piadine, i concerti, i mercatini settimanali, le aule studio, i musei, le ragazze in metro, i graffiti fantastici, le esplorazioni della città e la sua bellezza. La ragazza alla quale ero subentrato, che aveva già vissuto con i miei due coinquilini l’anno precedente, mi aveva lasciato un vecchio poster del bacio di Klimt, quando le avevo confessato che avevo lo stesso poster in camera mia qui. Lo stesso poster lo lasciai in quella casa, l’anno dopo, quando la lasciai per andarmene a vivere in un vecchio buco scricchiolante a Bilbao, in Spagna, nell’anno del mio erasmus, portandomi dietro tutta la mia solitudine, le mie paure, il panico, le bacchette, con le quali avrei suonato il materasso, e l’Ipod, con tutte le mie canzoni e i pezzi di cuore dei musicisti con i quali spartivo i miei sentimenti. Sono nella via di casa, ma è come se fossi via. La grancassa, che ora suono da una batteria vera, scandisce i suoi pulsari e le chitarre di questo gruppo, che non sento da quattro anni, mi aprono la strada. Le anticipo, so esattamente cosa verrà, ogni suono lo ricordo, ricordo tutte queste canzoni come fosse ieri che mi accompagnavano nella notte di Milano o in quella di Bilbao, in quella piazza dove stavo ad osservare i cigni passare nello stagno artificiale, subito sotto al grattacielo, mentre mi pioveva addosso. I riverberi, le molli corde del basso, la voce giovanile, la mia testa rasata, il freddo intenso sulle mie ossa magre, la paura, la salute evanscente, l’ossessione, la voglia di sparire, ed essere, al contempo, vivo e disperso, senza mai cercare nessuno e affogando in me, sempre più. Riconosco ogni cosa, quanto di me, in questi anni, è uguale, e quanto è diverso?