La terrazza, di Devadatta Sk! Valmiki

La terrazza

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La traccia di questa lettura è: HNNY – Boy 

Quassù il vento soffia forte e me ne riempio i polmoni. Il mio giubbotto è caldo di sole e mi pare di indossare una seconda pelle, nera, a protezione della mia. Ho salito numerosi gradini a passo di cassa elettronica e mi pare di stare esplodendo, fra il calore e la fatica. Tutti questi piani restano tali, nonostante il mio, presunto, allenamento e la mia passione per le lunghe passeggiate a ritmo di musica.

Con il respiro spezzato giungo in cima e la città mi si apre, finalmente, dabbasso. Posso percorrere con lo sguardo i tetti rossi, intrufolarmi fra i comignoli, penetrare nelle mansarde, piegare le antenne, correre sulle tegole, senza la paura paralizzante di scivolare, cadere e scompormi in brandelli atterrando violentemente sull’asfalto, siccome, in realtà, sono immobile quassù, nel mio gioco di fantasia.

Le nubi si accumulano come i pendolari scesi da un treno delle fasce garantite di una giornata di scioperi. Tante bianche pecorelle, ed io una di quelle, che aspettano il loro turno, impazienti, di lasciare il recinto e spaziare, spaziare, potersi allargare e respirare. Quassù il vento soffia forte e me ne riempio i polmoni. Anche le nuvole, presto o tardi, cederanno al vento e si allungheranno, smaterializzandosi, loro e le figure che mi creano di fronte. Il basso pigia contro il timpano e i miei piedi non riescono a stare fermi. Questo è un momento di intenso piacere e prendo a premere le suole. Chiudo gli occhi e lascio che premano. Come potrebbe essere altrimenti? 

Mentre mi mordo le labbra, immaginandomi di essere nel buio di un salone, attrezzato di solo impianto musicale e luci eclettiche, come vorrei fosse lo scantinato di casa mia, mi volto a cercare una delle ragioni che mi hanno portato quassù. Si tratta di una terrazza, situata in cima all’alto edificio che mi sta di fronte. Il palazzo, di per sé, è gradevole alla vista. Ma è la terrazza che mi fa desiderare di possedere gli ultimi piani dell’edificio. Sopra all’ultimo piano ve n’è uno aggiuntivo, più piccolo, in modo che si crei, fra i due, una differenza di dimensioni dove si situa un grande ballatoio. Sopra a questo piano aggiunto ve n’è un secondo, ancora più piccolo, facendo sì che si crei un secondo ballatoio, che si affaccia sul primo. Questo ultimo piano ha un tetto a spiovente, in tegole rosse. Pare dunque che, su un normale edificio di città, sia stata costruita una casetta di quelle a due piani che si trovano ovunque fuori città. Questa visione mi intriga tantissimo. Sarebbe come vivere isolati nel pieno centro del movimento. Come se non bastasse, dal tetto a spiovente fuoriesce, verso l’alto, un settore rettangolare, una sorta di garage dal tetto accessibile. Si crea dunque una serie di terrazze che si affacciano una sull’altra, facenti parte della stessa struttura. Non so bene, ora come ora, come siano divise da dentro ma, nel mio fantasticare, mi immagino di possedere l’intero blocco. Sui due ballatoi si aprono numerose porte finestre e vi sono parecchi terrari, con piante e alberi in vaso. So, inoltre, su cosa si affaccia tutto il complesso e posso garantire sulla bellezza della vista di cui godono da lì. Sono comunque lontano, ma intravedo uno stendino e un tavolino con delle sedie attorno, sotto un gazebo. L’intero edificio, color di rena, pare prendere, adesso, il sole, come me.

Il cervello vaga con la melodia da parecchio, credo, quando, sul ballatoio più grande, quello con il gazebo e le piante, compare una donna. Sembra giovane. Non posso distinguerne i tratti, ma vedo bene i colori che indossa: sta dentro ad un maglioncino azzurro su cui si posano le lunghe ciocche bionde. Si accostano bene all’intero edificio piantato sotto il cielo sereno. La donna parla al telefono e si guarda attorno, i tetti, il graffito dell’uomo svestito, l’astronave che parte verso lo spazio, il celeste in alto, in basso i pedoni che camminano lungo la larga carreggiata che separa i nostri due palazzi. Poco dopo rientra. Non la vedo per qualche minuto, ma ricompare, con uno scialle grigio fumo avvolto attorno alle spalle e sul maglione. Continua a parlare al telefono. Chissà cosa dice. Chissà cosa prova a vivere in quel posto…?