Rimuginata risposta ramificata, di Devadatta Sk! Valmiki

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La traccia di questa lettura è: The Horrors – Still Life

Le lettere sono nere e rilucono sullo schermo, piccole cifre che richiedono un ritorno. Le fisso ma non ho idea di come iniziare a rispondere. La tua domanda circa le mie condizioni viene ignorata, mentre mi rigiro nel mio rifletterci sopra. 

È comprensibile che tu me lo chieda, non puoi annusarmi o vedermi e capirlo da sola, di questi tempi. Da quando ho aperto gli occhi non ho ancora pensato a come io possa stare, ed è pomeriggio inoltrato. Ho solo agito, relegando i pensieri al retro della testa. È possibile che sia una cosa che sento ma sulla quale non rifletto.

Mi mordicchio pensieroso e noto che è un costante cambiamento. Direi che sto bene. Oggi pomeriggio casa mia mi piace un sacco. È per via della luce autunnale che entra dalle lunghe tende bordeaux, ricamate a fiori con filo dorato. Ricordo che, al momento di sceglierle, non poteva importarmi di meno.

Eppure furono una scelta oculata, visto che vederle tingere di rosso la luce che entra sulle piante mi dà sempre gioia. Si posano appena sul parquet scuro. Mi piace sedermi per terra sui sottili listelli di legno. Fossero più spessi o più chiari, non mi piacerebbero. Ogni tanto se ne incontra uno più scuro degli altri, e anche questo mi fa felice. Sembra stupido, ma persino vedere gli immancabili peli del mio gatto alzarsi per lo spostamento d’aria, ogni volta che mi getto a terra, è un sollievo.

C’è vita, qui davanti ai vasi improvvisati. Pulisco e pulisco ma è inutile, questi peli sono indipendenti, sono ovunque e infiniti. Cammino lungo il corridoio e lo vedo nascondersi dietro gli angoli. Aspetto, lo faccio aspettare. Lo vedo, che sporge il muso, spiandomi con gli occhioni larghi per la penombra, assicurandosi che io non abbia cambiato percorso mentre lui tendeva i muscoli e scuoteva le chiappe pelose.

Io non ho cambiato percorso, mi avvicino lentamente, fino quasi all’angolo. So che lui è pronto a scattare, ma gli agguati piace farli anche a me. La tensione lo sta agitando, gli sto scombussolando le tempistiche, ora è colto da dubbi. Quando gli salto addosso ha già perso. Tenta delle zampate disperate, ma sta chiudendo gli occhioni, che scemo. Rido, quindi sto bene. Sta con le orecchie basse, salta e indietreggia.

Non si dedica anima e corpo all’agguato, e questo gli costa la vittoria. Il mio controagguato lo ha colto alla sprovvista e batte in ritirata.

Si mette a correre, ma il parquet è scivoloso, e lo sento che raspa con gli artigli, correndo e non spostandosi, come fosse su un tapis roulant, povero scemo, finchè prende moto e schizza via, ma è tardi, gli sono di nuovo addosso, è mio, lo placco, lo sballottollo, si strattona, miagola, – ah, miagoli? -, l’agguato ti si è rivoltato contro, micio, e sei stato troppo codardo per vincere, ma è stato un tentativo diventente. Giocare a zampate mi piace. Mi alzo che sono tutto un graffio, imbrattato e, al mio levarmi, una cascata di peli fluttua nell’aria.

Come sto, quindi? Sto bene, i pensieri sono sempre presenti, le cose da fare mi alitano sul collo, ma con calma faccio tutto, cercando di non dare in escandescenza. So che devo mantenere la mente distesa e acuta, se non voglio arrendermi come il mio gatto.

È difficile, se ci sono così tanti piaceri da accudire, attorno a me. Anche il fatto di avere dormito solo tre ore non aiuta, dato che sto andando a sbattere contro oggetti, ma dovevo svegliarmi presto e andare a fare le analisi del sangue.

Come per tutti, c’è quella quantità di sonno che mi tiene lucido e riposato e quella quantità che mi fa diventare un sacco di patate con un sasso al posto del cervello. Quando la sbaglio mi ritrovo a vagare come un fantasma. Con qualche esercizio fisico appena uscito dal letto, il sangue riprende a correre veloce. Jeans, spazzolino, niente colazione, giubbotto di pelle, stivali, fuori nel mattino buio come notte. Fa fresco e mi piace un sacco. Un’occhiata veloce ai messaggi sullo schermo, qualche fusa, perfetto. Le auto circolano già numerose, ci sono persone in giro, quasi mi stupisco, non sono solito vederne la notte. Mi piace che la città se ne stia nascosta a casa mentre corro in giro. Ora invece siamo al risveglio. Mi viene in mente quella domanda: “alba o tramonto”? Avevi risposto “alba”. Per me è tramonto, invece, e mi viene da ridere. Attraverso strade e percorro, attento allo sporco dei cani, i viali alberati mentre le cuffie che mi fanno da paraorecchi cinguettano musica tranquilla. Se guardo in alto vedo la luna, nera, sferica, e solo una sottile striscia riflette il sole, che spunterà fra un’ora. Cammino e passo davanti al parco giochi dove giocavamo da bambini, senza mai esserci incontrati, forse.

Quando arrivo al centro dei prelievi mi accorgo che c’è già un sacco di gente. Sono il trentottesimo. Eppure ero certo di essermi svegliato presto. Comunque non mi importa. Ancora non sento la fame o la noia, quindi resto quieto. Qualcuno mi tocca e mi parla, quindi mi volto un po’ seccato, scostandomi le cuffie. Il brusio della folla di persone mi coglie improvviso, da che ero perso nelle mie atmosfere musicali. È una donna, quella che mi ha sottratto al mio silenzio. Mi chiede qualcosa a proposito dello schermo sul quale pigiare per prendere il numero. Cerco di capire cosa mi dice, ma uno dei due deve essere parecchio scemo, perchè non ci capiamo, anche se parliamo italiano entrambi. Lascio che a decifrare il suo accento ci pensi l’inserviente e mi rimetto la musica addosso. Siedo e apro il taccuino. Sto rileggendo parole mie, quando mi torna alla mente l’ultima volta che sono stato in questo posto. Forse un anno e mezzo fa, forse due, non ricordo. Ma ricordo una inserviente che cercava di spiegare delle procedure ad un signore africano. Grande e grosso, con una maglietta bianca e un paio di jeans chiari, stava allo sportello e non capiva ciò che la donna gli stava ripetendo da almeno un quarto d’ora. I modi che aveva lei di spiegare le cose erano alquanto inutili: era palese che il tizio non capisse l’italiano, ma lei insisteva a ripetergli sempre la stessa frase, sempre in italiano, solo, ogni volta con un tono di voce più alto. Ricordo di essermi stufato e di essere andato a fare da intermediario. Con un pò di francese e tanto inglese africanizzato, riuscii a spiegargli passo passo ciò che la donna mi dettava. Ricordo la faccia del tizio, all’idea di dovere pisciare in dei contenitori, e le nostre risate. Mi ero preso un sacco di strette di mano, dall’uomo, che non smetteva di ringraziare. Avevamo passato una buona mezz’ora a chiacchierare, sulle panchine di fuori, dopo che avevo fatto il mio prelievo. Si era messo a raccontarmi delle sue due figlie e gli avevo lasciato il numero di cellulare, casomai avesse avuto bisogno.

Nel frattempo il trentotto viene chiamato. Mi alzo. Faccio la burocrazia necessaria, poi vado al prelievo vero e proprio. Una infermiera di mezza età, con i capelli neri e la faccia simpatica, mi indica dove poggiare giubbotto e zaino e mi fa accomodare sulla poltrona. Arrotolo la manica del maglione e sento l’avambraccio gonfiarsi leggermente per l’afflusso di sangue bloccato dal laccio emostatico. La donna mi sorride e mi chiede se ho paura, mentre si avvicina con la canula. Le sorrido di rimando. “No, non si preoccupi”. Si sofferma sulla ferraglia che mi perfora le labbra e le orecchie e scuote la testa in sorridente diniego. Il suo sguardo è un caritatevole miscuglio fra simpatia, curiosità, incertezza ed educata disapprovazione. Prende quello che deve prendere, mi applica un batuffolo di cotone attorno al braccio e ci salutamo, dopo che ho rimesso il giubbotto sulle spalle. Sulle scale, appena fuori dal centro per i prelievi, mi ritrovo accanto alla stessa signora che mi aveva parlato, due ore prima. La evito, ripensando alla mia incapacità di capire anche solo una delle sue frasi, e riprendo la strada di casa, canticchiando. Mi piace essere sveglio a quest’ora, è raro. Mi mandi un bacio. In aria c’è odore di brioche e sigarette. Lo smog non è ancora abbastanza da farmi venire voglia di camminare in apnea.

Quindi come sto? Sto bene, canto. A metà strada cambio direzione e mi dirigo al supermercato. Ho fame ora, ma la colazione aspetterà. Vago fra gli scaffali, finchè trovo ciò che cercavo. Il burrocacao dei miei sogni. È buono, semplice e ha ottimi effetti sulle mie labbra sempre secche. Mi resta ancora della moneta e decido di spenderla. Cammino ancora un po’ fra gli scaffali e trovo ciò che cerco. Un rocchetto di filo nero da cucito. Sono mesi che sono rimasto a secco e mi sono dovuto arrangiare con altri colori. Fino ad ora mi sono sempre dimenticto, ma oggi sono molto contento di averlo preso. È nero nero, mi piace, oggi sono tutto vestito di nero, dalla testa ai piedi, e mi sento molto gatto mentre passo nei giardini che mi portano a casa, dove un forte profumo di incenso mi riaccoglie e posso gettarmi sulla mia ciotola di croccantini al cacao. La canzone che sto ascoltando ha una base di batteria che mi piace un sacco, e la ragazza che canta ha una spessa crocca di capelli neri, raccolti su di una canotta bianca e incorniciati da due anelli dorati appesi ai lobi delle orecchie. Non sono grandi e pacchiani, e nemmeno piccoli e insignificanti. Sono della misura giusta, dorati come i tuoi, la stessa misura che porti tu, non scendono oltre la mascella, si appoggiano perfetti in cima alla gola.

Stavo tracciando disegni con il pennino e ascoltando musica, quando ho realizzato che sapevo come risponderti. Ho molte cose per la testa, lo sai, ansia, progetti, pressioni e paure. Il mio corpo risponde male. Se avessi fretta e cedessi al mio istitnto di rispondere impulsivamente, direi che sono rotto dalle mie crepe. Ci sono cose, però, un sacco di cose stupefacenti, che vivo con passione e curiosità, piccole cose trascurabili, che sono capaci di rasserenarmi e farmi sorridere dal nulla, rendendo una giornata perfettamente degna. Anche questo, lo so, saresti felice di sentire, di ciò che che avrei da risponderti, e mi daresti un parere equilibrato. Dunque come sto? Bene. Mi godo le mie variabili inaspettate, o me le creo. Al momento vorrei condividere l’aria con te, e dunque è l’unica risposta che ottieni. Il mio rimuginare è lento e si compone di frammenti che vanno tutti raccolti, prima di potere parlare positivamente. Ma direi proprio che sto bene, perchè i frammenti di oggi erano brillanti.