Sfregare, sfrigolare, di Devadatta Sk! Valmiki

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https://devadattaskvalmiki.wordpress.com/2017/07/06/sfregare-sfrigolare

La traccia di questa lettura è: Atmosphere – Camera Thief 

Il palazzo che sto osservando mi piace oltre ogni dire.

Passo dopo passo, le mani in tasca e la schiena leggermente inarcata a sostenere le mie spalle sollevate, mi dirigo verso le scale. Camera Thief accompagna la mia pausa dalle lezioni e la mia mascella, innaturalmente sporta in avanti, evidenzia il mio turbamento. Appoggio lo zaino sulla cenere che ho depositato a terra negli ultimi minuti. Dopo l’ultimo sbuffo, che arriva sempre troppo presto, appoggio con calma la sigaretta sulle scale antincendio.

Magari rimarrà qui, assieme ai semi di acero a forma di elicottero, roteati qui, fino alla prossima scossa di vento. Considerando come, sulle colline in lontananza, si stiano accumulando nuvoloni di pioggia, non ci vorrà molto. Eppure adesso c’è il sole sopra di me e illumina i filamenti carbonizzati del tabacco, mi scalda la cute e il giubbotto di pelle, che si ammorbidisce sulle mie spalle. 

Non mi crea alcun problema appoggiare oggetti sulla cenere, sopratutto se è la mia. La trovo pura e la colleziono, come già facevo da ragazzino, con parecchia disperazione dei miei genitori. Le urla che tiravano quando fumavo, di nascosto, in camera, o quando davo fuoco alle foglie secche di magnolia, facendole bruciare in un piatto sulla scrivania. Scoppiettavano. Il profumo era caratteristico, persistente e speziato, ed io mi cullavo nelle volute. Amavo allora, ed amo ancora, la leggerezza del fumo che si espande e si comprime nell’aria, apparentemente ferma e squassata, invece, da correnti impercettibili. Restava a terra, impalpabile e volubile, la cenere, troppo pesante per alzarsi da sola eppure leggera abbastanza da disintegrarsi al primo contatto del vento. Mi ricorda, in quanto ad aspetto, le pietre pomice, leggere e piene di buchi. Avrei potuto benissimo fare altro, ma il fuoco mi era proibito e bastava questo a rendermelo attraente. A dieci anni detti fuoco ad un mobile del salotto di mia zia. Fu un errore, ovviamente, ma avevo trovato i fiammiferi e la canfora, chiusa in un involto di carta decorato con una tigre, e non mi ero saputo trattenere.

Ancora oggi avere una scatola di fiammiferi in tasca mi rasserena. Immagino un male, lo visualizzo nella mente e, accendendo un fiammifero e guardandolo bruciare, brucio anche il male. Finché non torna, poco dopo, ma il bello dei fiammiferi è che sono sempre tanti e mi permettono di andare avanti con questo rituale. Li accendo segretamente, ascolto innamorato il loro grattare e poi sfrigolare. Le fiamme si mangiano il legno e i miei occhi, mentre l’olfatto si tuffa nel forte odore di zolfo. Verrebbe da accenderne ancora, ma ti ritrovi un minuscolo paletto annerito fra le dita e sai che, su una superficie bianca, c’è ancora molto che quel fiammifero può fare, quindi lo tieni e cammini, magari tirando righe nere lungo il tuo percorso. Fra le dita ti restano nere briciole di carbone e solo allora lasci la presa. I fiammiferi importanti, o le sigarette che racchiudono un messaggio o un istante, possono essere usati per creare delle piccole e tonde cicatrici sul corpo. La pelle si ritrae, simmetricamente, lontana dalla fonte del calore, che crea un cratere nella carne. Il dolore è sopportabile. Dopo la bolla che, come una cupola, copre il cratere per la guarigione, restano solo dei cerchi biancastri.

Che fai, facendo scattare la mascella, proiettandoli in avanti, quando l’aria è ferma. Poi svuoti la pipa e osservi la polvere volarsene via, a pezzi, come elementi di uno stormo di uccelli. La fine di una pipa mi dà un grande senso di malinconia. Esattamente come quando rientro in casa dopo un qualche viaggio. Il pensiero è sempre: e adesso? Ho fumato e non mi sento appagato, per un qualche motivo. Ho viaggiato e dato, visto, vissuto, ma giunge il momento del ritorno e, fra le pareti domestiche, conosciute a menadito, torna sempre quella domanda. E adesso? Chiaro, le sigarette si clonano e si fumano ancora, le pipe si tramandano, i viaggi si rifanno, che tanto le strade da percorrere e le cose da vedere non si esauriscono mai. Eppure, fosse anche solo per qualche momento, c’è quella melanconia per la fine di qualcosa e il dubbio sul da farsi in futuro. Giusto un piccolo momento di frastuono. Ora come ora, dopo averti conosciuta, sto vivendo qualcosa di simile.

Nonostante ciò, il palazzo che sto osservando mi piace oltre ogni dire…