Vagando con la mente, di Vito Sorrenti

Prefazione di Neuro Bonifazi (Poesia)

Formato Kindle di Vito Sorrenti (Autore) https://www.amazon.it

Il poeta Vito Sorrenti ci dimostra, nel migliore modo possibile, in questa sua raccolta di proclamata delusione e sofferta ira, che anche nella nostra epoca, segnata da un generalizzato disimpegno morale e dalla comune indifferenza, la vera e appassionata poesia può trovare la voce giusta e l’efficace cadenza della parola, per essere ascoltata. E può colpire il lettore, quando denuncia l’angosciante “umano dolore” nella sua spietata realtà e il dramma di quel “tragico teatro moderno” che è il nostro mondo (“incessantemente immerso in un mare di dolore”) …

La concezione su cui l’autore fonda la forza accattivante del suo discorso, sembra, ma solo in apparenza, in contrasto con il dispiegato e insistente ritmo dei lunghi e facili versi, inchiavati fluentemente dalle ripetizioni e dalle rime. Si tratta di una sorta di poetica della “sofferenza” e della partecipazione, come matrice ardua e travagliata e difficile dei versi. I quali non devono sgorgare fluidi come acqua di sorgente, ma devono stillare lenti “come gocce di sangue”! E se la parola non è dura “come pietra di diamante” e non lenisce il dolore e non riduce la miseria, allora è meglio che il poeta non canti… Forse è proprio per questa visibile e dichiarata nota di impegno attivo, predicato e sincero, derivato da un dolore non solo visto e analizzato dall’autore negli ospedali e nella sua qualità professionale, ma patito di persona e sopportato fin da fanciullo, che la vecchia indignazione poetica di maniera (a partire dall’antico “facit indignatio versus”) acquista, nel testo di Sorrenti, una qualità artistica indubbia e del tutto particolare e una sicura capacità di convinzione.

Non che manchino oggi, come ieri, e forse più di ieri, motivi per indignarsi moralmente, e anche politicamente, in poesia, dell'”assurda violenza” e della misera “vita tribolata”, motivi che si aggiungono ai naturali mali dell’uomo. Ma più che gli avvenimenti esterni o i fattori storici turpi e negativi, che pure offrono spunti all’ispirazione e alla protesta, è un percorso interiore di patimenti visti e sofferti e proseguiti nel tempo, dalla sua infanzia fino all’odierna maturità, con al centro la figura emblematica e permanente della madre, che matura nell’animo del nostro poeta una disposizione penosa e pietosa, oltre che verso la sua stessa dolorosa vita, verso il dolore degli altri. Il filo conduttore si dipana all’interno di una riflessione intima e costante (“nel buio dei miei pensieri”, “quando penso”, “quando ripenso alla mia infanzia”, ecc., e addirittura l’eponimo “vagando con la mente”), a partire dal ricordo del “casolare di campagna” della propria infanzia, con la povertà di “un salotto / rurale / assai modesto / non adatto alle signore / dell’aristocrazia / né dell’alta borghesia”, e con la visione delle “umili contadine stanche / sfiancate dalla fatica /…/ vestite con povere cose / rattoppate e unte” (In cambio della speranza). Tra le quali donne, che sperano che per i loro figli siano solo un ricordo le angherie e i soprusi e le prepotenze degli “sfruttatori”, c’è già evidentemente, ma non ancora specificata, la madre del poeta. Il quale, appunto, ricorda il passato, anche se sembra dire che la “latitanza delle istituzioni” è sempre rimasta ed è ancora nel presente… E rivede i giovani contadini “stanchi, seduti sull’aia al tramonto”, che inveivano contro tutto e tutti, contro la miseria e la malasorte, “i governanti incapaci e i benestanti rapaci”, sperando in un futuro migliore, mentre i vecchi “del futuro non speravano più niente”, un futuro che infatti – ribadisce il poeta – “avrebbe acuito i tormenti / e le miserie già esistenti”.

La madre è il simbolo e il fondamento di questa continuità dell’amorosa dedizione (si leggano i dolci versi di U guttaru) e della fatica, della subita ingiustizia e del dolore, e a lei dedica il figlio un intenso canto d’ “amore smisurato e vano”, a significare la base … Neuro Bonifazi

Sinossi

Il poeta Vito Sorrenti ci dimostra, nel migliore modo possibile, in questa sua raccolta di proclamata delusione e sofferta ira, che anche nella nostra epoca, segnata da un generalizzato disimpegno morale e dalla comune indifferenza, la vera e appassionata poesia può trovare la voce giusta e l’efficace cadenza della parola, per essere ascoltata. E può colpire il lettore, quando denuncia l’angosciante “umano dolore” nella sua spietata realtà e il dramma di quel “tragico teatro moderno” che è il nostro mondo (“incessantemente immerso in un mare di dolore”) …

La concezione su cui l’autore fonda la forza accattivante del suo discorso, sembra, ma solo in apparenza, in contrasto con il dispiegato e insistente ritmo dei lunghi e facili versi, inchiavati fluentemente dalle ripetizioni e dalle rime. Si tratta di una sorta di poetica della “sofferenza” e della partecipazione, come matrice ardua e travagliata e difficile dei versi. I quali non devono sgorgare fluidi come acqua di sorgente, ma devono stillare lenti “come gocce di sangue”! E se la parola non è dura “come pietra di diamante” e non lenisce il dolore e non riduce la miseria, allora è meglio che il poeta non canti… Forse è proprio per questa visibile e dichiarata nota di impegno attivo, predicato e sincero, derivato da un dolore non solo visto e analizzato dall’autore negli ospedali e nella sua qualità professionale, ma patito di persona e sopportato fin da fanciullo, che la vecchia indignazione poetica di maniera (a partire dall’antico “facit indignatio versus”) acquista, nel testo di Sorrenti, una qualità artistica indubbia e del tutto particolare e una sicura capacità di convinzione.

Non che manchino oggi, come ieri, e forse più di ieri, motivi per indignarsi moralmente, e anche politicamente, in poesia, dell'”assurda violenza” e della misera “vita tribolata”, motivi che si aggiungono ai naturali mali dell’uomo. Ma più che gli avvenimenti esterni o i fattori storici turpi e negativi, che pure offrono spunti all’ispirazione e alla protesta, è un percorso interiore di patimenti visti e sofferti e proseguiti nel tempo, dalla sua infanzia fino all’odierna maturità, con al centro la figura emblematica e permanente della madre, che matura nell’animo del nostro poeta una disposizione penosa e pietosa, oltre che verso la sua stessa dolorosa vita, verso il dolore degli altri. Il filo conduttore si dipana all’interno di una riflessione intima e costante (“nel buio dei miei pensieri”, “quando penso”, “quando ripenso alla mia infanzia”, ecc., e addirittura l’eponimo “vagando con la mente”), a partire dal ricordo del “casolare di campagna” della propria infanzia, con la povertà di “un salotto / rurale / assai modesto / non adatto alle signore / dell’aristocrazia / né dell’alta borghesia”, e con la visione delle “umili contadine stanche / sfiancate dalla fatica /…/ vestite con povere cose / rattoppate e unte” (In cambio della speranza). Tra le quali donne, che sperano che per i loro figli siano solo un ricordo le angherie e i soprusi e le prepotenze degli “sfruttatori”, c’è già evidentemente, ma non ancora specificata, la madre del poeta. Il quale, appunto, ricorda il passato, anche se sembra dire che la “latitanza delle istituzioni” è sempre rimasta ed è ancora nel presente… E rivede i giovani contadini “stanchi, seduti sull’aia al tramonto”, che inveivano contro tutto e tutti, contro la miseria e la malasorte, “i governanti incapaci e i benestanti rapaci”, sperando in un futuro migliore, mentre i vecchi “del futuro non speravano più niente”, un futuro che infatti – ribadisce il poeta – “avrebbe acuito i tormenti / e le miserie già esistenti”.

La madre è il simbolo e il fondamento di questa continuità dell’amorosa dedizione (si leggano i dolci versi di U guttaru) e della fatica, della subita ingiustizia e del dolore, e a lei dedica il figlio un intenso canto d’ “amore smisurato e vano”, a significare la base … Neuro Bonifazi