All’alba, di Alfonso Gatto, a cura di Elvio Bombonato

Alfonso_Gatto

Come la donna affonda e dice vieni
dentro più dentro dov’è largo il mare…

Come la donna è calda e dice vieni
dentro più dentro dov’è caldo il pane…

E dirla noi vorremmo mare pane
la donna sfatta che ci prese all’alba
dentro il suo petto e ci nutrì di sonno.

ALFONSO GATTO  (1949)

Il significato della lirica è quello che si percepisce alla prima lettura? Sì.  “Vieni” è un complemento di moto a luogo figurato? Sì: figuratissimo. “Dentro più dentro”, l’anafora enfatizza l’invito? Sì. “Dov’è” vuol dire…Sì.  Il titolo anticipa l’originale e memorabile immagine finale? Sì. “Vorremmo” è un ottativo (condizionale che esprime desiderio)? Poffare. “Ci prese” vuol dire mi prese? Sì.  “Nutrì di sonno”, dopo?  Certo, succede spesso.  Notare i puntini di sospensione, reticenza che allude al non detto, deducibile per inferenza.

Gli endecasillabi di Gatto sono dotati  di “ritmi tanto recitativi quanto cantabili” (Contini). Il 2° distico è una ripresa del 1° con rima identica, e assonanza. La terzina inizia con la doppia anafora “mare pane”.  “Come”, a mio avviso, significa quando.  “Ci”, pronome personale, plurale maiestatis (= al posto del singolare mi). “Dentro il suo petto”, sineddoche (la parte per il tutto). I versi 5 e 7 sono due allitterazioni di R, costrittiva alveolare vibrante, e di T, anzi TR, occlusiva dentale sorda.

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