Padrona di giochi di luce, Silvia Cozzi  

Padrona di giochi di luce, Silvia Cozzi    

copertina-ISBN-727x1024

http://www.enolibreria.it/prodotto/padrona-giochi-luce/#reviews

Leggendo la silloge di Silvia Cozzi, ci si accorge soprattutto di un fatto emblematico. Dunque: cos’è un emblema se non , parlando in senso figurato, la rappresentazione di qualcosa?.  La sua poesia simboleggia e filtra il suo presente, in essa Silvia  rappresenta il suo sentimento nei confronti dei vari aspetti della vita, verso ciò che le viene e ci viene offerto e verso ciò che ci andiamo a cercare, sia nel sole del mezzogiorno, sia  nei meandri più bui dell’esistenza , dove lei si inoltra con quella curiosità che è caratteristica di una mente che possiede inventiva, di una mente che ha bisogno di indagare sul mondo per carpirne i segreti e per sentirsi parte della meraviglia nella quale è immersa.

In generale il suo sguardo appare distaccato da quello che ci racconta con le sue liriche, ed è come fosse un’osservatrice della sua anima e degli eventi che con amabile maestria va a descriverci. Il suo lato poetico, che trascende e  trasforma la realtà  con  metafore e con  allegorie, ovviamente è ben diverso da quello umano, che vive la realtà agendo all’interno di essa in maniera più razionale, ma in questa poesia i due aspetti sono ben amalgamati e di fronte ad argomenti come amore, solitudine, gioia  e anche tristezza, il lato poetico usa la fantasia per sbrogliare positivamente le matasse interiori, che sono una realtà.

Le ferite laceranti le appartengono e allo stesso tempo ne è fuori, ed è la parola stessa a creare questo distacco, come se fosse un potente anestetico in grado di sedare il dolore e di buttarlo fuori dalle pagine facendolo arrivare al lettore in modo autentico , deliziandolo con  rime che appaiono come elementi di una danza leggera, ma allo stesso tempo carica di velate consapevolezze ancestrali e di natura primordiale. Non vorremmo soffermarci sulla metrica ma, avendo un orecchio allenato alla musicalità del verso non possiamo esimerci dal farlo e in base a questo diremo che l’intera musicalità che fuoriesce da questi versi diventa come un vestito confezionato ad hoc intorno alle poesie, rendendo ai componimenti un’aura di piacevole leggerezza. Le rime, saltellano qua e la tra le cose della vita , chiamando in causa un’essenzialità primitiva ché fa da eco

( almeno in alcune poesie) alla purezza proveniente dal mondo dell’infanzia, che nella nostra autrice non appare mai completamente dimenticato, ed è anzi rivalutato perché portatore di valori autentici.  E dunque, cosa compie il poeta nella sua maturità di uomo o di donna adulti se non andare a scavare e  riscoprire proprio quelle cose che col tempo tendono a seppellirsi?. I poeti e gli artisti in genere, servono a questo, oltre che a regalare Bellezza, e io dico che chi non è in grado di scavare nelle profondità, o chi, semplicemente, si vergogna di tirare fuori quelle parti vere e pure di se stesso , o le considera cose da dimenticare, difficilmente  può essere considerato un vero poeta.

Nel film Profumo di donna , Al Pacino, nelle vesti del protagonista principale, dice al suo assistente Charlie: – firma quel foglio, fai questo ed entrerai a far parte anche tu di quella lunga fila grigia di americani maturi  -. Diremo che il poeta , al pari degli uomini leali e coraggiosi, non potrà mai far parte di quella lunga fila grigia, perché sua è la necessità di dire il vero, per cui quello che bolle nel suo animo,  quel suo sentire la vita in un certo modo, non potrà mai essere grigio, perché, se mai, è colorato da mille sfumature cangianti. Tra le altre cose, nella poesia di Silvia , si riscontra anche questo aspetto . Il colore e la luce sono propri delle profondità dell’anima ed è proprio lì che l’autrice riesce ad agguantarli. A rivelarcelo, oltre che a prenderne atto durante la lettura, è il titolo stesso dell’opera , che non a caso è  :  Padrona di giochi di luce. 

La luce della lanterna interiore dona i suoi toni migliori quando riusciamo a liberarci di qualcosa che abbiamo dentro ed è in questa condizione di libertà che la poetessa viaggia e passa da un argomento all’altro con una sensibilità che è in grado di captare le essenze sia dell’amore come dell’abbandono, del passato e del presente, liberata dal condizionamento proveniente dal suo rapporto col mondo esterno, il quale sparisce e  ricompare, filtrato dall’interiorità. Questa è quindi una poesia piena di aspetti cangianti dicevamo, una poesia supportata da una metrica che alleggerisce e rende alla lettura  quei toni che facilmente accompagnano il lettore nelle evocazioni provocate dalla penna di questa autrice. Svariati gli argomenti affrontati e gli aspetti intimistici di una poesia che si sofferma spesso sui ricordi,  su una nostalgia ‘attiva’ relativa  a un mondo che pur non potendo più esistere, ha lasciato in lei delle tracce indelebili e qualche insegnamento.      

La fitta nebbia ammanta la campagna  grigia e ovattata di malinconia, e mentre la rugiada il vetro bagna, l’alba opaca la notte porta via.

Vago il senso di te che m’accompagna, confuso in questa torbida foschia che nei meandri del mio cuor ristagna, vittima e preda della nostalgia.

Piano s’affaccia un trepidante giorno, la tenue luce adagio accende il sole, il cielo spande azzurro tutt’intorno

e nel bagliore che allo sguardo duole  di una nuova speranza io m’adorno; andrà la vita dove il vento vuole.    ( La nebbia )

Appare quindi chiaro in questa poesia come la poetessa attinga forza dalle sue stesse debolezze, se così si vuol considerare un sentimento quale la nostalgia e dalle sue stesse riflessioni.

Ma sotto quest’ultimo aspetto ancor più incisiva appare la poesia dal titolo ‘La casa dei ricordi’,   dove il mondo dell’infanzia passa attraverso l’importantissimo rapporto con la famiglia, dalla quale la mente della bambina trae quella linfa vitale che si ripercuoterà sulla sua formazione di donna, e lo fa  a partire dal piacevole udire da sotto le coperte  il rassicurante sfaccendare in cucina della nonna e della madre , per finire nell’immensità di un’attesa che aprirà le porte a migliaia di interpretazioni su un dolore apparentemente mai risolto.

L’odore del caffè che mi svegliava presto la mattina, la voce della mamma che sfaccendava dentro la cucina. E poi ricordo ancora quanto mi sei mancato, quanto a quella finestra t’ho aspettato, sperando di vederti ritornare e il buio di quei giorni sempre uguali,   vissuti con speranza e insicurezza, alla ricerca di una tua carezza.

Se torno nella casa, rimbombano le voci di un passato che duro lascia il segno, perché quel vuoto non si è mai colmato.

E il bello è che tutto questo non passa attraverso un vociare rancoroso, ma lo fa attraverso il filtro dell’interiorità appunto, che sminuisce e deterge e restituisce a questi versi delle intense pennellate colme di contenuti che riflettono, tutto sommato, una certa serenità di animo.

In questa silloge si riscontrano piacevoli echi pascoliani e in una poesia in particolare, quella dal titolo La volpe e il corvo , si ravvisa  anche una formativa lettura di  Esòpo e del Trilussa, che alla fiaba animalistica ha dedicato una parte della sua poetica.  In questa poesia Silvia fa dialogare tra loro i due animali e tra i dialoghi inserisce sapientemente, in maniera didascalica, ciò che scaturisce dal loro discorrere, quindi dal loro modo di essere, facendo agire furbescamente la volpe, come la natura stessa dell’animale suggerisce,  e sottolineando come la vanità del corvo possa trarci in inganno e farci perdere di vista la saggezza come elemento vitale infuso naturalmente nell’animo umano.

La poesia ‘La mia amatriciana’ descrive simpaticamente e in maniera singolare la ricetta di questo piatto tipicamente romano, e  un’altra poesia che spicca per originalità è quella che si intitola Monumento a Giuseppe Gioachino Belli .  Questo celebre poeta,  con le sue sciancicherie sul popolino romano e con il suo far menzione delle virtù , ma soprattutto  dei vizi della classe dirigente della Roma Papalina, in questa poesia guarda la sua città dal monumento che lo ritrae e Silvia lo nota ogni volta che gli passa davanti a bordo del tram numero otto,  decantando , con le sue pennellate delicate, la storia di un uomo e di un poeta che ormai è parte integrante di questa città per avere avuto il coraggio di scendere, forse più di chiunque altro, nelle viscere più sanguigne della romanità.

Sono molte le poesie che meritano di essere citate .  Tra quelle da me maggiormente apprezzate cito Attimi, Lo specchio, L’odore dell’erba bagnata, Vorrei che fossi qui, e  in particolare porrei ancora l’attenzione su una delle tante chicche sparse nella silloge . Sto parlando di una poesia dal titolo Fra le dita, dove la nostra Silvia riesce a cogliere e a restituire alle pagine  tutta la storia di un attimo: quello di quando si è appena svegli !.  E a questo proposito, in risposta a coloro che a volte  asseriscono che un libro di poesie avrebbe assoluto bisogno di fotografie o di immagini, direi che questa poesia è proprio questo: un’ immagine che non ha bisogno di sovrastrutture, e mentre la leggiamo, vediamo proprio lei, la protagonista, che dai vetri bagnati di una finestra, osserva il mondo nel quale dovrà immergersi. 

Roberto De Luca

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