IL PADRE NATURALE (2016) di Luca Oggero

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IL PADRE NATURALE (2016)

Anche il sesso fatto senza sentimenti può generare figli. E io ne sono la prova vivente.
Mia madre mi ha raccontato tutto più di una volta, di come per lei e per il mio sconosciuto padre quella fosse una semplice, stupida avventura, di come non provassero uno per l’altra nient’altro che una certa attrazione fisica, probabilmente amplificata dall’alcol. Erano semplicemente amici, o meglio amici di amici, che una sera, dopo aver bevuto troppo, si ritrovarono quasi per caso a consumare un fugace amplesso nel cesso di un locale in cui stavano festeggiando la laurea di non so più chi.
Detto così sembra che mia madre sia una troia che la dà al primo che arriva. In realtà da quanto mi dice lei e da quanto la conosco non è mai stata affatto solita fare cose del genere e, anzi, è una che difficilmente si lascia andare da subito anche con chi le piace veramente.
Ma quella sera l’atmosfera era particolarmente gioiosa: la primavera era appena iniziata, i balli portavano al contatto fisico tra le persone, l’alcol e la temperatura alta all’interno del locale fecero il resto e fu così che venni concepito al cesso. Dove normalmente la gente libera il corpo delle sostanze in eccesso, mia madre riempì invece il suo ventre della mia presenza. Il tizio che in sostanza sarebbe mio padre era nient’altro che un conoscente per mia madre e non ebbero altre occasioni di rivedersi se non dopo che mia madre, fatto l’opportuno test, scoprì di aspettare un figlio e decise quindi di parlargliene per vedere quantomeno cosa ne pensasse a riguardo.
Quando si videro mia madre non aveva alcuna aspettativa nei confronti di questo tizio: primo perché era più che sicura che l’uomo della sua vita non poteva certo essere quello studente belloccio ma dall’aria alquanto scialba e mediocre con cui aveva copulato più che altro grazie a un paio di bicchieri di troppo in corpo. Secondo perché in ogni caso sapeva che da parte sua lui provava per lei all’incirca le stesse cose. Se dopo quella sera nessuno dei due aveva più cercato l’altro per più di due mesi qualcosa avrà pur voluto dire…

Però voleva per lo meno che Sandro, questo è il nome del mio padre naturale, sapessee che sapesse che lei aveva già deciso che lei mi avrebbe tenuto. Lui la stava aspettando come da accordi telefonici seduto su una panchina vicino al monumento a Camillo Benso di Cavour.
“Ciao Roberta. Che strano rivederti… Avevi bisogno di parlarmi?”
“Sì. Ho scoperto di essere incinta e il figlio è sicuramente tuo”
“Ah… ma sei proprio sicura sicura? Cioè, non è che…”
“Sono sicurissima. In quel periodo l’unico con cui l’ho fatto sei stato tu. Volevo soltanto che tu lo sapessi… che sapessi che avrai un figlio, perché ho deciso di tenerlo. Poi io e te siamo pressappoco due estranei quindi stai sereno che non vengo qui a chiederti di sposarmi o chissà che. Solo volevo dirti che tra qualche mese verrà al mondo un bambino di cui tu sei il padre”
“E cosa si fa in questi casi? Cioè, tu vorresti che io e te ci mettessimo insieme?”
“No, non ne ho la minima intenzione”
“Ah, bene… cioè, non volevo dire così ma, insomma… capisci, non avrebbe molto senso… E allora secondo te cosa dovrei fare?”
“Beh, potresti riconoscerlo come tuo figlio, ad esempio. Dargli il tuo nome, venirlo a trovare, interessarti a lui, aiutarlo a crescere…” “Ehi ehi ehi, frena, frena, ti prego… Mi spiace deluderti ma a me avere figli non interessa, specie con una che quasi non conosco. Insomma, non mi ci vedo proprio come padre, abbi pazienza… La scelta di tenerlo è tua, per me quello che abbiamo fatto è stato un errore, una leggerezza… Piacevole, per carità, ma un figlio… Oh mio dio…”
“Va beh, ho capito. Io volevo solo che lo sapessi, non mi aspettavo certo che facessi i salti di gioia… Vorrà dire che il bambino sarà solo mio, porterà il mio cognome e me lo alleverò da sola. Dimmi solo cosa dovrò fare se un giorno mi chiederà di conoscerti…”
“Non lo so, non ne ho la minima idea… Credo che sia un suo diritto poterlo fare”
“Certo che lo è. Ora ti saluto. Se mai ci rivedremo sarà perché tuo figlio vuole vedere in faccia suo padre”
“Va… va bene. Ciao, buona fortuna per tutto…”
Mia madre si alzò dalla panchina, gli diede le spalle e da allora non lo vide più.
Nel corso degli anni a seguire venni allevato quasi sempre da lei sola.
Ebbe altri due uomini soltanto, per lo meno due soltanto con cui convisse.
Il primo quando ero piccolino, avevo tre anni quando si misero insieme e sei quando si lasciarono. Si chiamava Marco e mi ricordo che mi piaceva saltargli addosso e fare la lotta con lui per poi farmi fare il solletico. Non mi chiese nè io mai chiesi a lui di chiamarlo “papà”. Gli altri bambini all’asilo avevano un uomo grande che si occupava di loro e che loro chiamavano papà. Io il mio lo chiamavo Marco perché si chiamava così e la cosa non mi creava il benchè minimo problema. Sapevo che Marco per me era esattamente ciò che per gli altri bambini era quello che chiamavano “papà”.
Quando Marco e mia madre litigarono e lui se ne andò da casa nostra mi ricordo che mi mancava molto. Era sempre stato molto presente con me e la sua improvvvisa assenza fu per me un notevole trauma. Per un po’ di tempo, dopo che se ne era andato, ogni tanto passava a trovarci ma lui e la mamma dovevano aver litigato veramente di brutto perché in quelle occasioni Marco passava quasi tutto il tempo con me, mi chiedeva della scuola e degli amici, mentre la mamma la ignorava quasi e lei faceva lo stesso con lui. Poi tutto a un tratto smise di venirmi a trovare e mi ricordo che una volta domandai a mamma: “Ma Marco non viene più?” e lei di colpo si mise a piangere e venne ad abbracciarmi: “No, tesoro, Marco non verrà più”. Me lo ricordo bene perché in tutta la mia vita ho visto piangere mia madre ben poche volte. Io nel frattempo mi ero abbastanza abituato a stare da solo con mia madre e a vedere Marco soltanto sporadicamente, quindi penso che non mi sarei messo a piangere se non avessi visto che anche lei lo faceva. Invece siccome piangeva lei mi misi a frignare anch’io e restammo abbracciati a piangere insieme per un bel po’.

Poi mi ricordo che quando facevo la quinta elementare e avevamo da poco cambiato casa ogni tanto veniva da noi un certo Riccardo. Magari si fermava a cena e anche dopo cena e anche dopo che io ero andato a dormire. Poi dopo un po’ di volte iniziai a vederlo in casa anche alla mattina quando mi svegliavo, quindi voleva dire che dormiva anche lì. Era simpatico Riccardo, forse anche più di Marco. Mi insegnò ad andare a pescare e mi comprò una canna tutta per me. Alla domenica quando faceva bello andavamo in riva al fiume, la mamma preparava sempre dei contenitori con delle cose buone da mangiare e io e Riccardo pescavamo mentre lei prendeva il sole o se c’erano un po’ di nuvole si leggeva un libro.

Riccardo abitò con noi per due anni o forse qualcosa in più. Poi mia madre litigò anche con lui o lui litigò con mia madre, fatto sta che pure lui andò via. E a differenza di Marco non tornò più a trovarmi. Mi ricordo che allora facevo la seconda media e c’erano tutte queste cose: le ragazzine, le seghe, il mio corpo che cambiava, con cui un po’ mi vergognavo di parlare con mia madre. Allora andavo a cercare sull’enciclopedia parole come “pubertà”, “erezione”, “masturbazione” ed effettivamente era tutto spiegato piuttosto bene. Però per la prima volta sentivo che se avessi avuto un papà sarebbe stato diverso. Poi magari le cose me le avrebbe spiegate uguale come l’enciclopedia ma non credo. Un papà umano, vero, in carne e ossa sarebbe stato anche lui un uomo e quel periodo che ora io stavo passando lo avrebbe passato già anche lui crescendo, quindi sicuramente avrebbe avuto un sacco di dritte in più da darmi su tutti quegli argomenti. Ma mia madre dopo Riccardo non volle più saperne di avere altri uomini in casa e così passai tutta la mia adolescenza senza la presenza di un maschio adulto con cui confrontarmi. Per fortuna o per sfortuna c’era mio cugino Gerardo, il figlio della zia Anita, sorella di mamma. Mio cugino aveva tre anni più di me e quindi rispetto a ragazzine, seghe, peli che crescevano e tutto il resto era molto più avanti. Ma secondo me troppo avanti. Ad esempio sulla questione gravidanze la sua teoria era questa: “Se non vuoi mettere incinta una ragazza la questione è molto semplice: tu sbattiglielo nel culo anziché nella figa! Solo dalla figa possono uscire i bambini. Dal culo al massimo può uscire un po’ di merda… ok fa un po’ schifo ma sempre meglio che ritrovarsi con un marmocchio da tirare su, no?”. Mia madre ai tempi, nonostante quello che era successo a lei, mi riteneva ancora troppo giovane per riempirmi la testa con preservativi, pillole e via dicendo ed era ignara della mia curiosità rispetto a certi argomenti, quindi tenni buona per un bel po’ la teoria di Gerardo sulla prevenzione delle gravidanze.

Ma intanto cominciavo a rimuginare sul mio vero padre, sul perché non mi avesse mai cercato. Sì, l’avevo capita la storia che loro due erano due estranei e io ero nato un po’ per sbaglio, ma possibile che non gli fosse mai venuta la curiosità di vedere che faccia avevo, se gli assomigliavo? Da quando Riccardo se ne era andato per sempre dalle nostre vite questi pensieri riguardo al mio padre naturale si fecero man mano più frequenti finchè una sera a cena domandai a mia madre: “Ma tu lo sai dove si trova ora mio padre?”.

“No, di preciso non lo so… perché me lo domandi?”

“Beh… ma se ti informassi riusciresti a sapere dov’è?”

“Non hai ancora risposto alla mia domanda, però. Perché vuoi saperlo?”

“Perché forse vorrei conoscerlo… Insomma, io lo so che quando dovevo nascere lui non ha voluto essere mio padre però comunque lo è… Non ti preoccupare, non sono così scemo da aspettarmi che adesso mi voglia come figlio e che tutto di colpo diventiamo una famiglia. Io sto bene anche qui solo con te. Però mi piacerebbe poterci parlare almeno una volta…”

“Ah sì? E cosa gli chiederesti?”

“Non lo so, che cosa fa, per che squadra tifa, se gli piacciono le moto…”

“Se gli piacciono le moto?”

“Sì! Tu lo sai che a me le moto piacciono un casino e a te invece delle moto non te ne frega niente! Quindi ho pensato che forse la mia passione per le moto potrei averla presa da lui… Insomma, io credo che conoscendo lui forse potrei capire un po’ più di cose su di me… Tu che ne dici?”

“Se è davvero quello che desideri penso di potertelo rintracciare… Non ti posso assicurare che lui abbia piacere di vederti ma se mantiene la parola che mi aveva dato probabilmente lo farà… Lo vuoi veramente?”

Ci pensai un po’ su osservando distrattamente i piselli che avevo arpionato con la punta della forchetta poi le risposi annuendo: “Sì, voglio conoscere mio padre”.

E fu così che all’età di dodici anni e mezzo per la prima volta vidi ed ebbi occasione di parlare col mio padre naturale. Mia madre riuscì a rintracciarlo attraverso un paio di telefonate con vecchi amici dei tempi dell’università e scoprì che nel frattempo era diventato un commerciante di vini, si era sposato e aveva una bambina di cinque anni. Mia madre disse che al telefono era piuttosto imbarazzato ma che comunque aveva accettato la mia richiesta di poterlo vedere e di poterci parlare.

Ci trovammo nel dehors di un bar sotto i portici di via Po. Lui era solo, mentre io e la mamma arrivammo assieme.

Era un po’ diverso da come me lo immaginavo: sì, un po’ ci assomigliavamo ma io credevo mi assomigliasse molto di più, insomma che fosse la versione adulta di me stesso. Però avevamo i capelli dello stesso colore e anche la sua bocca credo assomigliasse parecchio alla mia. Gli occhi no: quelli li avevo presi da mia madre, scuri scuri, mentre i suoi erano azzurri.

“Ciao Roberta!” si alzò in piedi porgendo la mano a mia madre, che gliela strinse. Nessuno dei due sembrava proprio entusiasta nell’incontrare l’altro ma rispettavano quella che loro adulti chiamano “formale cortesia”.

“Ciao Sandro, ti presento Paolo, tuo figlio…”

Strinse la mano anche a me. Ormai ero grande per baci o buffetti sulle guance.

“Paolo… Ma pensa te… Piacere, Paolo. Pensa che non sapevo neppure come ti chiamassi”

“Che ero un maschio lo sapevi?”

“Questo a dirti la verità sì. Ero venuto a scoprirlo per vie traverse da amici che io e la tua mamma avevamo allora in comune”

“Beh…” disse allora mia madre. “Sono convinta che avrete un sacco di cose da dirvi quindi io vi lascerei un po’ soli a chiacchierare… Passo a prenderti fra una mezz’oretta, Paolo?”

“Ok, ciao mamma!”

“Ciao Roberta, a dopo… Beh, pare che siamo rimasti soli e credo che avrai un sacco di cose da chiedermi ma prima ce n’è una che io voglio chiedere a te…”

Sembrava un po’ in imbarazzo. Guardò un attimo in basso poi rialzò lo sguardo e mi domandò:

“Tu sei arrabbiato con me?”

Non ci avevo mai pensato a dire la verità… Ero arrabbiato con lui? Lo ero mai stato? Provai a scavare il più profondamente possibile dentro ai miei sentimenti attuali e passati e poi gli risposi in modo totalmente sincero:

“No. Non credo di essere mai stato arrabbiato con te. Diciamo che in alcune situazioni ho sentito la mancanza di un padre e mi sono chiesto perché non mi hai voluto come figlio però senza rabbia, ecco, cioè con un po’ di rabbia ma non verso di te, ma verso quella domanda che rimaneva lì nella mia testa senza risposta…”

“Io penso senz’altro di doverti delle scuse e di voler mettere ben in chiaro che l’uomo con cui parli adesso non è più il ragazzino spaventato che allora fuggì dall’assumersi la responsabilità di avere un figlio… Non ti ho voluto semplicemente perché avevo paura, Paolo, tanta paura. Ma poi sono cresciuto e questa paura mi è passata. Lo sai che ho una bambina, vero?”

“Sì, lo so. Come si chiama?”

“Giada”

“Bel nome!”

“Grazie… Anche Paolo è un bel nome!”

E in quel momento per la prima volta ci sorridemmo senza più imbarazzo.

“Sai Paolo, in realtà in questi anni ho pensato tantissime volte a te e mi chiedevo se stavi bene, se eri felice… Ma provavo una grande vergogna per ciò che avevo fatto e avevo paura a presentarmi di fronte a te, paura che tu fossi arrabbiato, che non volessi più vedermi… E invece eccoci qua…” e allargò le braccia.

“Ti piacciono le moto?” gli domandai a bruciapelo.

“Le moto? Certo! Ho un Suzuki 600 da strada e non mi perdo una tappa del motomondiale!”

“Cavolo, lo sapevo! Lo sapevo!” dissi tutto raggiante.

“Lo sapevi cosa?”

“Che ti piacevano le moto! Alla mamma fanno schifo mentre io ne vado pazzo. Da qualcuno dovevo pur averlo preso, no?”

Sandro si mise a ridere di gusto e poi mi guardò serio e cominciò a parlare:

“Senti, tu lo sai che io ho un’altra famiglia e che quindi questa tua volontà di volermi conoscere adesso dopo tanti anni capita in un momento un po’ particolare… Ma se ti andasse di incontrarci altre volte sappi che da parte mia non c’è nessun problema. Anzi, se vuoi una volta ti posso portare a vedere la mia moto…”

“Davvero? Ficooo!!”

In quel momento arrivò mia madre:

“Allora, tutto bene?”

“Benissimo Roberta… Senti, io ho proposto a Paolo che se volessimo vederci ancora io ne sarei felice. Se per te non è un problema…”

La mamma mi guardò con un mezzo sorriso: “No, per me non lo è assolutamente… Ora che ne dici, tesoro, andiamo?”

“Ok mamma. Ciao Sandro!” e questa volta mi venne spontaneo abbracciarlo e dargli un bacio sulla guancia, bacio che lui ricambiò arruffandomi i capelli.

Io e la mamma iniziammo ad allontanarci poi dopo pochi passi dissi a mia madre di aspettare e tornai indietro. Mentre Sandro metteva nel piattino del tavolo del bar i soldi del conto mi avvicinai al suo orecchio e gli feci piano:

“E comunque grazie!”

“Grazie di cosa Paolo?”

“Grazie che quella volta alla mamma l’hai messo nella figa e non nel culo perché a me vivere piace davvero tantissimo!”

Mi guardò come inebetito mentre io giravo i tacchi e correndo facevo lo slalom tra la gente sotto i portici per raggiungere mia madre.