Vagando con la mente (2002) di Vito Sorrenti Riedizione 2017 Vai al sito Amazon

Vagando con la mente (2002) di Vito Sorrenti

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Prefazione  di  Neuro Bonifazi

VITO SORRENTI: VAGANDO CON LA MENTE Edizioni Helicon – Arezzo 2002
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Il poeta Vito Sorrenti ci dimostra, nel migliore modo possibile, in questa sua raccolta di proclamata delusione e sofferta ira, che anche nella nostra epoca, segnata da un generalizzato disimpegno morale e dalla comune indifferenza, la vera e appassionata poesia può trovare la voce giusta e l’efficace cadenza della parola, per essere ascoltata. E può colpire il lettore, quando denuncia l’angosciante “umano dolore” nella sua spietata realtà e il dramma di quel “tragico teatro moderno” che è il nostro mondo (“incessantemente immerso in un mare di dolore”)…

La concezione su cui l’autore fonda la forza accattivante del suo discorso, sembra, ma solo in apparenza, in contrasto con il dispiegato e insistente ritmo dei lunghi e facili versi, inchiavati fluentemente dalle ripetizioni e dalle rime. Si tratta di una sorta di poetica della “sofferenza” e della partecipazione, come matrice ardua e travagliata e difficile dei versi. I quali non devono sgorgare fluidi come acqua di sorgente, ma devono stillare lenti “come gocce di sangue”!

E se la parola non è dura “come pietra di diamante” e non lenisce il dolore e non riduce la miseria, allora è meglio che il poeta non canti…Forse è proprio per questa visibile e dichiarata nota di impegno attivo, predicato e sincero, derivato da un dolore non solo visto e analizzato dall’autore negli ospedali e nella sua qualità professionale, ma patito di persona e sopportato fin da fanciullo, che la vecchia indignazione poetica di maniera (a partire dall’antico “facit indignatio versus”) acquista, nel testo di Sorrenti, una qualità artistica indubbia e del tutto particolare e una sicura capacità di convinzione.

Continua…

Recensione di Grazia Marzulli

VITO SORRENTI: VAGANDO CON LA MENTE Edizioni Helicon – Arezzo 2002 

Il titolo non inganni il lettore. Il termine vagare, nel testo, non è sinonimo di divagare, girovagare, nè, tanto meno, di extravagare senza meta. Nelle trenta liriche della raccolta, in prevalenza canti che conquistano il lettore per la sincerità del dettato, la semplicità del linguaggio, la versificazione poetico-narrativa dalla “forza accattivante” (Bonifazi), l’autore percorre intimamente temi personali e sociali secondo la propria poetica della “sofferenza”. Provato dal dolore fin da fanciullo e “cresciuto all’ombra dei grandi movimenti” (Parabola delle primavere), Vito Sorrenti, professionalmente impegnato in qualità di tecnico sanitario, attraverso la scrittura si adopera nel sociale per la riaffermazione dei diritti umani. Nella stagione dei bilanci e dei consuntivi e nel tentativo di salvaguardare la propria identità di fronte alla desolazione presente, come uomo inevitabilmente inciampa sul terreno sdrucciolevole della realtà, i cui fondamenti di fede, democrazia e giustizia sembrano inesorabilmente compromessi. Come poeta, vedendo vacillare le dolci illusioni sotto i colpi della violenza nella latitanza delle istituzioni, cerca appassionatamente una via di salvezza, il mondo è diventato un “tragico teatro”, si legge nella lirica eponima, “coi suoi attori impossibilitati ad uscirne fuori! se non di tanto in tanto! come fanno le balene per respirare”. Difficoltà di comunicare, guerre e barriere sociali sono solo alcuni fra gli aspetti più appariscenti del degrado planetario. Nel mondo rurale la pena di vivere continua ad espandersi a causa di miseria diffidenza rancori lamenti, mentre “le grasse pance” dichiarano che la violenza è “inevitabile.., necessaria e giusta”. Ma il Sorrenti saggiamente osserva che “la vera forza consiste nel non usare la forza / e la vera vittoria sta nel diventare più umani” (Non credergli), sognando un futuro in cui gli uomini prendano coscienza di sé e dei propri errori. E pur in preda al disincanto di fronte al perpetuarsi degli sbagli del passato nella prassi di ipocrisia e mistificazione, il poeta, con il cuore “alla deriva sui sentieri del degrado,/ cerca il calore/ del-l’umano sentirei… cerca i cocci/ della sua anima afflitta” (Diario tragico) e non demorde, ma supera il disagio nella tensione etica e nell’ironia, a cui affida la propria indignazione per sensibilizzare gli uomini alla pietà. Pregni di pathos sono i versi in cui Vito Sorrenti s’ immerge nell’onda degli affetti più cari, fra struggimento e motivazione a sperare. Centrale la figura della madre, generosa forte e protettiva, a cui il figlio dedica “un canto d’amore smisurato e vano”, a significare la base familiare secolare e intima della sua protesta e dell’aspetto quasi privato della sua satira”, come rileva Neuro Bonifazi nell’acuta prefazione che conclude con l’auspicio che questi versi possano contribuire ad infrangere steccati e barriere. 

Grazia Marzulli 

Recensione di Orio Zaccaria

Vito Sorrenti
VAGANDO CON LA MENTE Helicon, Arezzo, 2002

Matrice prima, dalla quale si dipanano i versi di Vito Sorrenti in Vagando con la mente, è la sofferenza, l’angoscia che egli prova nei confronti di un mondo ormai fin troppo disincantato, scettico, permeato  d’indifferenza per tutto ciò che intorno accade di funesto. Pregnante il concetto che anima la poesia “Momenti di sconforto”, laddove Sorrenti dice: “…tutto mi appare frusto, consunto, angusto, / fatuo, scosceso, vuoto e senza senso…quando l’anima mia sgomenta assiste impotente / all’urlo nero del sangue che si schianta / in silenzio / su orizzonti di macerie,…” L’impotenza dell’anima nei confronti delle nefandezze e degli orrori di ciò che avviene al di fuori di essa vuol forse significare per l’autore un senso di arrendevolezza? Certamente no. Lo prova la rabbia profonda che lo coglie ogniqualvolta la vita lo pone di fronte a nuove prevaricazioni e violenze dell’uomo sull’uomo: homo homini lupus, dunque. Disperazione e pena profonda sembrano comunque prevalere su tutto. È quel dolore che “…avvolge / Travolge / E distrugge come fiume in piena…” Anche la primavera è minata dallo scompiglio che l’insipienza umana arreca alla natura. In una lucida allegoria il poeta l’immagina errare in una valle senza foglie, mentre “…avvolta nel suo scialle sbiadito / sorride al mio cuore turbato / come pallida fanciulla dagli occhi ciechi”. E il nodo focale ritorna nella ragazza dall’esotica bellezza, che in via Fulvio Testi offre suo malgrado alla lussuriosa opulenza del “cliente” ciò che resta dei propri sogni adolescenziali. Motivo, questo, di più che amara riflessione sulla condizione di chi ancora cerca “…fra i mesti palazzi d’un’attristante edilizia / il prato fiorito dell’infanzia perduta…”. Che resta allora dei buoni sentimenti in questo mondo invaso dalle livide erbe del male? Si direbbe nulla. Nonostante, vogliamo ancora sperare che non sia sempre così. 

Orlo Zaccaria 

 

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