Esiti risorgimentali nel pensiero di Papa Giovanni, di Agostino Pietrasanta

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Alessandria: Non lascio trascorrere il mese di giugno senza un richiamo a Giovanni XXIII; nel corso di tal mese, cinquantacinque anni fa, quel grande papa lasciò la vita terrena, mentre cinque anni prima, sessant’anni fa (a ottobre) era diventato pontefice.

Lo faccio però senza omologarmi ad interventi di biografia, ma rifacendomi ad un suo discorso, tanto dimenticato quanto rilevante per chiarire il processo di un pensiero che Giovanni maturò circa il compimento del moto risorgimentale italiano e la fine del potere temporale.

Più volte è stato richiamato al riguardo, il discorso di apertura del Vaticano II, quando il papa si disse interessato, e non senza soddisfazione, alla fine del regime di cristianità e al distacco della Chiesa dalle protezioni del potere civile.

Tuttavia nel discorso di cui dirò con breve cenno, il pontefice vide il problema, in modo diretto ed esplicito, nella prospettiva storica della nazione italiana. La data è il giorno 11 aprile del 1961 e l’occasione è l’udienza pubblica ad Amintore Fanfani, presidente del Consiglio in carica nel suo terzo governo che si protrae dal luglio 1960 e proseguirà fino al febbraio 1962, per sfociare poi in un quarto governo, sempre Fanfani, fino al giugno 1963.

Vediamo il contesto dal punto di vista della Chiesa e dello Stato. Siamo nel centenario dell’unità d’Italia e i rapporti tra i due poteri si stavano realizzando con reciproco dichiarato rispetto e apprezzamento. Fino a quel momento tuttavia, quando si accennava alle intese tra Chiesa e Stato, da parte vaticana si faceva pressoché esclusivo riferimento ai patti lateranensi; gli avvenimenti precedenti erano, di norma ignorati, come se la ferita di Roma capitale fosse ancora di particolare sofferenza. Si cita, di norma, quanto Pio XII disse a De Gasperi, presidente del Consiglio, quando lo ricevette nel 1949; insistette direttamente e ripetutamente sulla “perenne” vitalità delle norme pattuite nel 1929. Peraltro il Card. Dalla Costa, nel 1945 alla XIX settimana sociale dei cattolici italiani, espresse la direttiva, da parte della Chiesa, dell’inserimento dei trattati lateranensi nella Costituzione. Fino a Giovanni nulla di nuovo.

Quando il giorno dell’udienza pubblica a Fanfani, il papa pronuncia il suo discorso, il politico aretino guidava un governo DC, PSDI, PRI, PLI e con la “benevola” astensione dei socialisti: il tutto dopo la drammatica stagione del governo Tambroni (primavera/estate del 1960). Ci vuole poco a capire che si stava gradualmente e prudentemente realizzando l’incontro tra Cattolici e Socialisti; l’incontro che Andreotti definiva “cauti connubi”, avrebbe potuto avere la rilevanza di un passaggio storico. Ciò che non avvenne è questione successiva. Fanfani appariva come l’uomo di tale prudente avvicinamento, e come tale venne attaccato da alcuni vertici ecclesiastici e da Siri in particolare che, non senza sarcasmo, bollava Fanfani di “piccoletto” Nell’occasione del varo del governo, pressato dalle critiche di alcuni ecclesiastici, Fanfani aveva scritto a Giovanni, quasi a chiedere conforto; il papa che aveva sempre manifestato perplessità sull’apertura alle sinistre, sempre però aggiungendo che un giudizio specifico non spettava a Lui (aprile 1960), rispose a Fanfani augurandogli “buon lavoro” e tutto finì su quell’augurio.

Questo basti come cenno di contesto. Il discorso dell’ udienza dell’aprile 1961 rompe in una continuità di pensiero ecclesiastico che vedeva l’Italia sotto l’unica lente dei patti lateranensi. Riassumo. La ricorrenza centenaria del compimento unitario viene giudicata come ragione di comune letizia per la Chiesa e per lo Stato e (qui cito) “…di edificante incoraggiamento verso la ricerca dei beni più preziosi per la vita sociale”. La ferita diventa motivo di letizia perché la storia (Giovanni dimostrò ripetutamente di avere il senso della storia) che “…tutto vela e tutto svela” ha reso evidente che dalla fine del temporalismo si sono realizzati per “provvidenziali percorsi” anche gli aventi pattizi. I Patti del Laterano vengono visti non più come origine di rapporti, ma come conseguenza della realizzazione unitaria e provvidenziale  della nazione.

Un breve discorso, ma un salto di rottura nella continuità storica; se altri, senza capire a voler cogliere il messaggio, in tempi recenti, ha contribuito a produrre disastri, resta problema successivo.