La schiuma, di Marco Ciani

La schiuma, di Marco Ciani

La schiuma

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Mai come in questo periodo ho percepito nel consorzio umano l’assenza di un sentimento di simpatia nei confronti del prossimo, si tratti del vicino di casa o del migrante sbarcato in Italia dopo una perigliosa traversata del Mediterraneo.

Non c’è niente da fare. Risentimento e ostilità percorrono il pianeta, tanto da rendere terribilmente profetiche le parole di Emil Cioran «Qualunque sia la grande città dove il caso mi porta, mi meraviglio che non vi si scatenino tutti i giorni sommosse, massacri, una carneficina inaudita, un disordine da fine del mondo» (Storia e Utopia, 1960).

Vi è stato un tempo nel quale le correnti di pensiero più affermate, almeno nei paesi democratici, spingevano le nazioni verso una maggiore integrazione. La sinistra, il cristianesimo democratico, perfino il liberalismo sociale rendevano l’Occidente un esperimento riuscito, malgrado le eccezioni, di convivenza pacifica all’insegna di una crescita economica bilanciata dalla solidarietà. La maggiore conquista di questo periodo fu il welfare state che rese la cittadinanza completa.

La vita politica e sociale si svolgeva in modo ordinato e passava oltre le prove più difficili, come furono ad esempio gli anni di piombo, le tensioni internazionali, le crisi petrolifere. Il tessuto sociale “teneva”. I partiti erano capaci di inventare soluzioni innovative ed audaci come il compromesso storico. Le istituzioni comunque erano rispettate dalla gran parte della popolazione. Perciò gli ostacoli si superavano.

Non dico che fosse una vita idilliaca, ma ci si sentiva parte di un tutto. Litigare e insultarsi erano considerate situazioni eccezionali e deprecabili. Anche tra avversari politici.

Oggi il panorama è radicalmente mutato. Insegnanti aggrediti, mogli e fidanzate uccise o sfregiate, eclissi del rispetto istituzionale, razzismo diffuso, rimozione degli orrori del XX secolo. Per fare esempi. Ma più in generale esiste un sentimento di avversione per tutto ciò che non è in linea con il nostro modo di vedere le cose. Un rancore sordo che trova nei social un’eccezionale valvola di sfogo. Una schiuma tossica che trasuda da molte conversazioni captate in diretta o in rete.

In sintesi, la società è in pezzi. Dalla famiglia alla scuola, dall’oratorio ai partiti, dai luoghi di lavoro alle associazioni, i cenacoli dove si imparavano i valori della coesistenza ed il rispetto sono in crisi. In uno stato agonico direi. Nel deserto degli spazi di incontro e confronto con il prossimo, proliferano i propagatori seriali di livore. E’ la società liquida, bellezza! Ma il liquame è inquinato e avvelena l’anima. L’odio porta altro odio.

Può durare la democrazia come l’abbiamo conosciuta in queste condizioni?

Lo spazio per fare un’analisi seria sul perché siamo arrivati fin qui è troppo lungo per questo breve spazio. E forse va oltre le mie modeste capacità. Su una cosa però vorrei accendere l’attenzione. Una società dove la solidarietà va in frantumi è destinata a diventare sempre più preda della paura. Un contesto spettrale. Angosciante.

Per uscirne, volenti o nolenti, è necessario recuperare il senso dell’altro da sé. Quella cosa che si può chiamare anche fratellanza. Il sentirsi parte di una famiglia comune, «senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali», come recita la nostra Costituzione. In altri termini solidarietà, derivante da solido, che significa anche intero, tutto.

L’aggressività può finire con il condurci a derive molto pericolose. Anche se nel breve periodo l’apatia può sembrare una risposta, chi è incapace di sentire il dolore del prossimo ha meno possibilità di sopravvivere. Le dittature e le guerre del ‘900 sono lì a ricordarcelo.

Non è facile. Lo so. Penso però che le persone di buona volontà, pur senza essere eroi, ci possano provare. Non ci si può rassegnare al disfacimento del senso di umanità. Bisogna reagire. Riscoprire noi stessi negli occhi dell’altro. Camminare con le sue scarpe.

Non dobbiamo cedere. Non dobbiamo disperarci. Dobbiamo provare a credere, anche se non è affatto facile, nell’esortazione di Rita Levi Montalcini a non temere i momenti difficili. Forse il meglio scaturisce da lì.

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