Il navigar in vita… di Antonietta Fragnito

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Stamattina svegliandomi ho accolto la mia nascita al nuovo giorno.

Ho pensato alle ore che mi si stavano spalancando davanti.

Mi sono chiesta quante di esse realmente mi appartengano e quante, già al nascere,

sono miseramente ipotecate.

Ipotecate in primo luogo al corpo, alle sue necessità, alle sue tirannie e poi ci sono

quelle da dare al padrone sociale, alle evenienze, al caso, alla naturalità degli eventi.

Ho pensato, subito dopo, alle culle che questa notte ha riempito, ai parti nelle cliniche

di lusso e a quelli alla buona, quasi spontanei, come natura vuole.

La nascita è un gran miracolo e possiede tutti i requisiti della divina Creazione.

E’ un pezzo di fango che si fa carne e rincorre per tutta la vita il ritorno

alla sua primaria materia.

La nascita sola ha il dono dell’ innocenza, è una cera non ancora striata dall’ esperienza

Essa mi fa pensare alla poesia nascente, forse a quella ancora inglobata nell’ inconscio.

Poi ho pensato all’ altra faccia della nascita: alla morte.

Molti dei miei più cari ho visto morire.

La morte ha complessità’ che sono sconosciute alla nascita.

La nascita è uno sbucare da un dentro a un fuori. La morte è il suo contrario.

Si muore in tanti modi.

Rarissime volte avviene urlando come una partoriente, cio’ accade quando il nascituro alla morte

non vuole abbandonare il grembo della vita.

Ho visto morti belle: come quella di un morente nel disporsi in posizione fetale

succhiando il pollice; ho visto una moribonda tirarsi sul volto il lenzuolo per non

guardare in faccia alla sua morte.

Ma poi, chi più mi ha amato, mi ha insegnato a morire, rendendomi parte della sua fine,

con la consegna del suo addio sorridente.