Maurice Blanchot e “Lo spazio letterario”, di Francesco Roat

Maurice Blanchot e “Lo spazio letterario”, di Francesco Roat

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Nel saggio intitolato Lo spazio letterario ‒ edito per la prima volta nel lontano 1955 e ora proposto in una nuova traduzione dal Saggiatore ‒ Maurice Blanchot si interroga sul significato dell’opera, sull’identità dello scrittore e sull’ispirazione poetica. Temi da far tremar le vene e i polsi, ma che il grande autore francese affronta con la consueta lucidità analitica e la sprezzatura filosofica che hanno fatto della sua scrittura un punto di riferimento per intellettuali come Barthes, Deridda, Foucault e Lacan.

Un’opera non riguarda questo o quel testo, seppur ritenuto artisticamente pregevole ‒ puntualizza Blanchot a partire dalle prime pagine del saggio ‒ bensì diviene tale appena quando: “è diventata l’intimità di qualcuno che la scrive e di qualcuno che la legge”. Essa non fa riferimento a un romanzo, un racconto o un poema, costituendo piuttosto una sorta di segreto mai del tutto decifrabile; tant’è che uno scrittore può solo scrivere un’opera, non certo davvero leggerla. Attraverso chi dà forma all’opera, si dà o potremmo dire accade un tale evento all’insegna delle parole, ma queste nello spazio letterario non sono mai da lui dominabili; egli semmai è a servizio dell’opera, scompare in essa.

Ma cosa succede quando ciò che si scrive o si legge ci tocca nel profondo quasi in una sorta di contatto a distanza? È il fascino di una parola che paradossalmente non parla, ma è e il narratore o versificatore svolge un compito di portavoce della parola, ne rappresenta il mediatore. Da solo ‒ afferma Blanchot ‒ non potrebbe far nascere l’opera, appena può conferire ad essa un ritmo, un tono, una misura. Così il linguaggio poetico non equivale al “potere di dire”, ma alla disponibilità a far tacere le istanze egoiche, individuali, condizione sine qua non all’aprirsi ad un altrove della parola ordinaria che è mistero e incanto.

Mistero nel senso etimologico del termine che non a caso deriva dal verbo greco antico myein che significa tacere, chiudere gli occhi e la bocca davanti all’indicibile: al sacro. Eppure lo scrittore scrive, consente che dal suo silenzio interiore scaturisca la parola che è in sépoietica: creativa, generativa. Però, affinché l’opera possa scaturire quale polla sorgiva, bisogna prima scavare oltre ogni fondo sino all’abisso, rinunciando a qualsiasi sicurezza, certezza o illusione di esse. E la parola essenziale, potremmo dire pura: “è sempre allusiva, suggerisce, evoca”, essendo eminentemente metaforica, rimandando sempre oltre se stessa.

Nel tentativo di indicare in cosa consista la parola poetica Blanchot rischia l’irrazionalità eversiva di un frasario anticonformistico ed alogico, sostenendo che detta espressività: “non è più la parola di una persona: in essa nessuno parla e ciò che parla non è nessuno, ma pare che solo la parola parli”. Usando asserti cioè che non temono contraddizioni e aporie, ovvero che possono asserire una loro enigmatica verità giusto giocando con ambivalenze, incoerenze e contrasti stridenti, ma al solo scopo di indicare al lettore l’umbratile dimensione poetica che trae lucore dall’oscurità solo finché essa non venga spenta dalla nostra smania di tutto parafrasare, interpretare, esaustivamente/vanamente chiarire.

Blanchot prende in esame l’opera di sommi scrittori novecenteschi, tra cui: Mallarmé, Kafka e Rilke. Ma è soprattutto intorno a quest’ultimo che l’interesse del Nostro pare focalizzarsi o, quantomeno, Rilke associato alla tematica del morire sembra essere il fulcro attorno a cui tutto il saggio ruota. Per il poeta praghese di lingua tedesca la morte viene colta quale l’altro lato della vita non rivolto verso di noi, né da noi rischiarato. Anzi, secondo Rilke non si dà nemmeno un al di qua contrapposto ad un al di là ma solo un essere unitario. Così per l’autore delle Duinesi una vera fiducia/apertura e disponibilità nei confronti della vita comporta altrettanta accoglienza fiduciosa rispetto alla morte.

Più di ogni commento mi sembra maggiormente opportuno citare quattro splendidi versi di una bella poesia rilkiana che illustra il cuore della sua Weltanschauung, della sua visione del mondo: Attraverso tutti gli esseri si dispiega l’unico spazio: / lo spazio interiore del mondo. Silenziosamente volano gli uccelli / attraverso noi. O io che voglio crescere, / guardo al di fuori ed è in me che l’albero cresce.

Ma allora, tornando a Blanchot, l’Aperto (das Offene) di cui parla Rilke finisce con l’identificarsi con la poesia; più precisamente esso è: “lo spazio orfico cui il poeta con ogni probabilità non può accedere, nel quale può penetrare solo per scomparire in esso”. È questo l’ambito in cui si dà il canto di Orfeo ‒ il mitico musico tracio che tentò invano di riportare dall’ade la defunta moglie Euridice ‒ che, vinto dal dolore per la scomparsa dell’amata, trasmuta il suo dolore in canto, divenendo poeta. Ma la poesia non libera dalla morte, come s’illudeva Orfeo; semmai ce la può far accettare/accogliere senza angoscia. E ciò non paia cosa di poco conto.

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