Non negoziabile, di Agostino Pietrasanta

Non negoziabile, di Agostino Pietrasanta

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Mi è successo tempi addietro, soprattutto negli anni finali del secolo scorso, di discutere con amici laici e sacerdoti delle implicazioni pastorali circa la questione dell’aborto e delle iniziative di legge poste in essere anche in Italia. Avevo un’opinione, peraltro spesso condivisa, che solo una radicale coerenza sui valori della vita come bene e valore mai negoziabile, sempre al netto delle mediazioni culturali della politica e della sua autonomia nelle fasi organizzative, avrebbe reso la posizione della Chiesa più credibile: se della vita umana si dice una indiscussa sacralità alla luce della fede e del Vangelo, allora non ci sono distinzioni che possano valere, neppure quella fra innocenza e colpevolezza. Questo, a mio avviso, il punto di riferimento.

Ora anche nel Catechismo della Chiesa cattolica, per iniziativa dell’autorità petrina, viene data un’indicazione indiscutibile, “…la Chiesa insegna alla luce del Vangelo, che la pena di morte è inammissibile, perché attenta all’inviolabilità e alla dignità della persona umana” Si tratta, allora di Vangelo e, per un laico si potrebbe trattare di un principio etico, in quanto tale non negoziabile.

Faccio seguire alcune personali valutazioni, tanto di merito, quanto di prospettiva storica in cui maturano diverse posizioni di contesti culturali e politici. Norberto Bobbio affermava che solo il valore etico della vita poteva superare ogni pregiudizio sull’abolizione della pena di morte. Non era sostenibile la prova della mancata deterrenza perché poteva in ogni caso essere posta in discussione, non era sufficiente l’idea del patto contrattualistico, dal momento che nessuno poteva rinunciare alla vita in cambio di una protezione e di una sicurezza da parte dello Stato: solo il principio “non negoziabile” poteva scioglere il nodo in via definitiva e inequivocabile.

Ci vuole poco a trarre la conclusione di riferimento sul merito, proprio di fronte alla nuova formulazione di Francesco in materia di pena di morte e, nello specifico, sul paragrafo 2267 del Catechismo. In fondo il pensiero laico di un grande pensatore e l’interpretazione del Vangelo, almeno sullo specifico (come su tante altre questioni) coincidono. Come dire che spesso le differenze non sono tra credente e chi ritiene di non condividere la stessa fede, ma tra chi pensa e chi predica annunci pericolosi. Ci sarebbe ben poco da aggiungere; come tutte le culture giuridiche dello Stato moderno (e non vado più indietro), anche il pensiero della Chiesa cattolica aveva prospettato la liceità e, fino ad un certo punto, l’opportunità della pena di morte. Da parecchi decenni questa opportunità era negata, ma permaneva una dose di possibilismo, sempre più limitata, ma non negata in via di principio. Ora siamo alle conclusiooni di cui stiamo dicendo e tanto potrebbe bastare.

Quì però si riesce ancora a far cascare (absit iniuria) una improvvida dichiarazione. Sarebbe bastato citare papa Giovanni quando affermava che non è il  Vangelo che cambia, ma siamo noi che lo comprendiamo sempre meglio. Invece si vuole, a tutti i costi sostenere una posizione di continuità del Magistero e della tradizione. Siamo di fronte ad una forzatura non necessaria e definita addirittura goffa. Il fatto è che non si vuole accettare con tutte le conseguenze del caso, che anche la Chiesa non può non interpretare i segni dei tempi, ma per intepretarli li deve leggere. Se ci sono state indiscusse ragioni per vivere una condizione di cristianità istituzionale, il problema non sta nel negarlo, ma nel riconoscere le motivazioni di contesto che l’hanno consigliata o forse imposta; se ci sono state valutazioni negative sulla “libertà religiosa”, non si tratta di menare scandalo, ma di riconoscerlo e descrivere il cammino intrapreso in nome della ragione o dello stesso Vangelo e della sua  forza liberante; se, in un contesto di cultura giuridica in cui la pena di morte era indiscutibile, basterebbe riconoscere che anche la Chiesa che cammina col mondo, ne ha subito gli influssi.

Nel frattempo i buoni fedeli comincino a non giudicare le varie esperienze di convivenza diverse dal matrimonio tradizionale. Attenzione: non dico di approvarle o accettarle; mi limito a dire: non giudichiamo se non vogliamo che siano giudicate le nostre possibili e temibile ipocrisie. Anche perchè non sappiamo cosa ci riserva il futuro, magari sulle soluzioni pastorali dei problemi che ne derivano.

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