Quieora: la sinistra DC a Casale Monferrato (undicesima parte) di Carlo Baviera

Quieora: la sinistra DC a Casale Monferrato (undicesima parte) di Carlo Baviera

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Gli ultimi numeri del 1971 di Quieora, quindi dell’ultima parte dell’anno, affrontano anche i temi del posizionamento e degli obiettivi del partito (e della sua sinistra): da considerare che alle elezioni amministrative erano state premiate le destre, era stata approvata l’anno precedente la Legge del divorzio e di conseguenza era venuta la richiesta di referendum abrogativo della legge stessa, inoltre si sarebbe dovuto eleggere il nuovo capo dello Stato, e l’alleanza di centro sinistra era messa fortemente in crisi dai tanti avvenimenti sociali e culturali di quegli anni. Più d’uno gli interventi sull’argomento.

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Il numero 22 entra subito nel merito; “La dc è stata ridimensionata. E’ entrata in crisi l’unità dei cattolici, alcuni dei quali si sentono meglio rappresentati dal Msi. [..] Lo spostamento a destra del 13 giugno certamente non favorirà una politica si sostanziali riforme di trasformazione, ma rafforzerà l’egemonia dei gruppi privilegiati, che cercheranno di addossare alla classe lavoratrice la responsabilità delle difficoltà economiche (sembra anticipare alcune <prediche> odierne).

Allo stesso processo sono sottoposte le sinistre dc, colpevoli di essersi battute per una trasformazione democratica della società, per la partecipazione dei lavoratori alla gestione del potere, per la difesa della loro salute in fabbrica e nella città, caratterizzando la DC come partito riformista e progressista”.Pertanto si riteneva che si imponesse per la sinistra DC l’elaborazione di una linea di sviluppo e di resistenza, riprendendo con coerenza il lavoro a sostegno della politica di rinnovamento del partito e della società.

Ci si continuava ad interrogare (numero 23) se la DC avesse “ancora un ruolo propulsivo o è ormai diventata un apparato il cui unico scopo politico è di conservare immutato l’aspetto sociale del Paese?”. Prima ancora dello svolgimento del Referendum sul divorzio (si terrà quasi 3 anni dopo) e della perdita di voti alle amministrative del 1975, che porteranno alla gestione di Regioni e grandi Comuni le sinistre, si era già consapevoli della china pericolosa che stava percorrendo il partito, senza urgenti correzioni di rotta. Se per una parte del partito “la dc è stata, ed è ancor oggi, essenzialmente un partito <d’ordine>”col compito di difendere gli interessi dominanti e “i diritti e la libertà della Chiesa”, compito che giustificherebbe l’anticomunismo viscerale di tanti democristiani, si evidenziava di contro che “la sensibilità sociale di questa impostazione è scarsa”. Si sottolineava la visione di coloro che lavoravano per spostare le alleanze verso destra per passare ad una Repubblica Presidenziale (anche in questo caso sembra che oggi si sia tornati a quegli anni); proseguiva così la lotta politica con “uno scontro mai risolto all’interno del Paese e della stessa DC, tra tendenza progressista e quella conservatrice che in alcuni casi rivela una vocazione autoritaria”.

Come sinistra DC, l’ala progressista del partito, si riteneva di “rappresentare la continuità di una linea politica alla cui origine sta anche la figura di maggior prestigio e storicamente più rappresentativa del  partito: De Gasperi”; continuità che si esprimeva nella DC come forza di progresso (la DC ha sempre dichiarato la propria ispirazione cristiana, che significa tensione e realizzazione dell’equità e della giustizia sociale e infatti anche De Gasperi aveva affermato “Se sinistra vuol dire – e io contesto che questa parola abbia sempre questo significato – apertura verso il progresso sociale, verso la giustizia per il lavoratori, allora [..] siamo per principio di sinistra, in questo senso” ). Perché questo compito lo si esercitava nella DC? “Nostro fine è un progresso reale non solo in termini economici, ma anche in termini di giustizia”; inoltre “né l’individualismo liberale né il collettivismo marxista si sono dimostrati strumenti efficaci per una effettiva giustizia sociale in un quadro di libertà” e infine vi era il desiderio “di salvaguardare i diritti della persona in quanto tale e non in quanto appartenente ad una classe sociale”.

Nell’autunno la Democrazia Cristiana aveva tenuto il suo Consiglio Nazionale, per definire la linea politica per l’ultimo periodo della legislatura e anche per prepararsi ad affrontare l’elezione del Capo dello Stato. Era stata riconfermata la convergenza tra le

sinistre (amici di Moro, Base, Forze Nuove). Sul numero 24 diQuieora ci si soffermava sulle prospettive politiche delle sinistre DC e sui punti che ne qualificavano i contenuti. Era scaturita una linea politica alternativa fondata “nella difesa del quadro istituzionale voluto dalla Costituzione, nella rivalutazione di tutte le forze democratiche, nella grave cesura alle spinte autoritarie e nella vigorosa affermazione delle scelte di riforma sociale”. “Occorre salvare il quadro istituzionale democratico e rilanciare la politica delle riforme”perché da parte di qualcuno si “ritiene che i mali dell’Italia possono essere curati solamente con una svolta autoritaria che passa attraverso [..] la formazione di una Repubblica Presidenziale di tipo gollista, con l’obiettivo di castigare le forze democratiche”; mentre altri ritenevano che solo “attraverso riforme incisive si possono eliminare gli squilibri del Paese e assicurare giusto sviluppo alla classe operaia, ai contadini e ai ceti medi produttivi”. Alla luce di queste due diverse impostazioni si potevano comprendere il significato dello scontro che si prospettava per l’elezione del Presidente della Repubblica, “la strenua difesa della politica delle riforme, l’impegno per la ripresa economica, l’opposizione al referendum abrogativo del divorzio voluto dalla destra, l’opposizione alla campagna denigratoria dell’istituzione democratica interpretata dai giornali presunti indipendenti”. (A questo proposito una pagina del periodico era dedicata a “Chi sono i proprietari dell’informazione” da cui emergeva che poche famiglie e poteri economici possedevano una grossa fetta della stampa).

Il secondo elemento caratterizzante la strategia su cui impegnarsi era “stabilire una saldatura tra classe operaia e ceti medi produttivi, eliminando la struttura corporativa e settoriale del tessuto sociale. [..] Occorre bloccare il disegno del grande capitale oligopolistico e delle classi del privilegio che cercano di trasformare in forza reazionaria e antioperaia i ceti medi” facendo comprendere a questi ultimi che il pericolo, per loro, non era la classe operaia, ma il blocco di destra, rendendoli docili e acritici strumenti per la difesa dei propri privilegi. Una linea veramente alternativa doveva allora, tra l’altro, passare anche attraverso un processo “che non può che esprimersi in una subordinazione dell’economia alla politica in un quadro di libertà garantita nei confronti del paternalismo, dell’autoritarismo, grazie ad occasioni di progressiva partecipazione critica”.

Per terminare questa undicesima <puntata> relativa al periodico Quieora è opportuno ricordare che il lavoro per la sua pubblicazione e la vita attiva di partito non esaurivano l’impegno degli amici che vi si riconoscevano. Vi erano anche, settimanalmente, riunioni di gruppo per approfondimenti, scambi di idee e informazioni, spiegazioni degli amministratori, e sollecitazioni nei loro riguardi. Le riunioni non  erano chiuse e vi potevano partecipare tutti coloro che condividevano gli ideali che si portavano avanti, o quanti volevano ascoltare e rendersi conto di quanto si elaborava.

L’ultimo numero dell’anno 1971 è costituito da una sola pagina. Una lettera di convocazione proprio per una di queste riunioni. Era firmata da chi era rimasto più assiduo nelle attività: Riccardo Triglia, Riccardo Coppo, Giuseppe Gario, Edda Gastaldi, Iose e Paolo Gotelli, Carlo Baviera, Pier Angelo Bonzano, Paolo Ferraris. – “… da qualche tempo non ci vediamo ed abbiamo in parte smarrito l’insostituibile esperienza del dibattito e del confronto politico. L’attuale pesante momento di riflusso, il crescente senso di stanchezza e disagio tra le forze democratiche, il qualunquismo dilagante in ogni strato sociale impongono a noi tutti un generoso sforzo che ci permetta di affermare, attraverso un rinnovato impegno culturale e di lavoro, la nostra presenza nel processo di costruzione della democrazia. Per questo motivo ti invitiamo a partecipare …”.

Un bell’esempio di voglia e capacità di approfondire e decidere insieme; ma anche, oggi possiamo prenderne atto, l’inizio di un periodo che, per tutta una serie di motivi, richiedeva di andare oltre alla pubblicazione del periodico <di corrente>. Non a caso, lo abbiamo già anticipato altrove, stiamo entrando nell’ultima annata della pubblicazione di Quieora. L’impegno sarebbe proseguito con altre pubblicazioni e con l’attività nelle istituzioni.

 (fine della undicesima parte)

Autore: alessandria today

Ex Dirigente, consulente e ora blogger

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