Un soggiorno in Svizzera, di Marcello Comitini

Sfondo Carver

 

Assenza di lirismo nelle poesie-racconto di Raymond Carver più che in quelle di Cesare Pavese?

Dei due è Pavese il primo a scrivere poesie-racconto. E quando, amaramente per noi, pone fine alla sua vita nel 1950 sembra passare il testimone a Carver che inizia a scrivere nel 1957 e termina (anche in questo caso amaramente per noi, perché morto prematuramente) nel 1988.

Non intendo fare paragoni né parallelismi, per il semplice motivo che i due non si sono mai conosciuti né fisicamente né letterariamente. Inoltre la poetica di Pavese nasce da una sofferta ricerca della felicità, dell’amore e del senso da dare alla propria vita. Là dove Carver si ritiene un uomo fortunato che, uscito miracolosamente dall’alcolismo, sa di aver vissuto due vite nell’arco di una.

Ho accennato a Pavese perché è un poeta che rifugge il lirismo, guidato com’è dalla volontà di narrare il mito che si cela nella realtà, e teso a costruire la poesia-racconto quale “espressione essenziale di fatti essenziali”.

Anche Carver rifugge il lirismo, perché preferisce la supremazia dell’esperienza a qualunque tipo di trucco narrativo. Le sue intenzioni sono quelle di voler ri-creare il mondo secondo le proprie modalità utilizzando il linguaggio delle normali conversazioni. Rimane così estraneo a qualsiasi idea di mito. Almeno volutamente e coscientemente, perché in realtà tutto ciò che viene assunto nel mondo dell’arte non può evitare di rivelare il mito che cela dentro di sé.

Con queste premesse sono certo che molti lettori ortodossi riterranno la poesia “In Svizzera”, qui di seguito riportata, un racconto breve con ritorni a capo quale artificio per dare alla narrazione le sembianze di poesia, come fanno abitualmente i dilettanti, incapaci di rendere sostanzialmente poetico e formalmente accettabile il proprio pensiero.

Questa “In Svizzera”, come tutte le poesie di Carver, si presenta davvero al lettore come una narrazione, i cui versi apparentemente freddi (o al più sottilmente ironici) descrivono una serie di azioni e di sensazioni provate durante un soggiorno a Zurigo.

Ben presto tuttavia ci si accorge, proseguendo nella lettura, che il vero soggiorno narrato da Carver è quello di un uomo che guarda alla realtà con gli occhi stupiti di colui che non l’ha mai vista prima e la percepisce con la consapevolezza della propria breve permanenza terrena.

E lo stupore è proprio il sentimento su cui si fonda il senso poetico di questi versi. Leggendoli, ci si sentirà indotti a considerazioni che ci coglieranno di sorpresa esattamente come si sente colto di sorpresa il personaggio Carver, mentre i suoi gesti e la sua mente sono apparentemente rivolti ad altro.

È una sorpresa che, per essere goduta sino in fondo, richiede che il lettore si soffermi su ogni immagine e su ogni concetto presenti nei versi, e che si proietti in un mondo sconosciuto, senza nessuna prevenzione e con il coraggio di ascoltare se stesso nell’autore. Allora è il momento in cui si annulla la distanza tra il lettore e il talento di Carver, tra il lettore e il suo mondo. Un mondo che ciascuno raggiungerà felicemente, come ci dice l’autore.

Ed è la sorpresa di questa speranza incrollabile che fa di Carver un narratore-poeta affascinante.

IN SVIZZERA

La prima cosa da fare a Zurigo
è prendere il trolley numero 5
per lo «Zoo», fino al capolinea
e scendere lì. M’hanno messo in guardia
sui leoni. Su come i loro ruggiti
si sentono dal recinto dello zoo
fino al cimitero Flutern.
Dove percorro lo stesso
bellissimo sentiero
che porta alla tomba di James Joyce.
Da buon padre di famiglia, è qui
con la moglie Nora, naturalmente.
E con il figlio, Giorgio,
che è morto qualche anno fa.
Lucia, la figlia, la sua pena,
è ancora viva, ancora chiusa
in una clinica per folli.
Quando le portarono la notizia
della morte del padre, disse:
Che ci fa sottoterra, quell’idiota?
Quando si deciderà a venir fuori?
Sempre lì a osservarci.
Ho indugiato là per un po’. Penso
d’aver detto qualcosa a voce alta a Mr. Joyce.
Devo averlo fatto. Ne sono sicuro.
Ma non ricordo che cosa,
adesso, e mi tocca lasciar perdere.

Dopo una settimana esatta, lasciamo
Zurigo in treno per Lucerna.
Ma la mattina presto prendo
ancora una volta il trolley numero 5
fino al capolinea.
Il ruggito dei leoni si riversa
sul cimitero, come prima.
Hanno falciato l’erba.
Mi siedo un po’ sul prato a fumare.
Fa bene starsene qui,
accanto alla tomba. Non avevo niente
da dire, questa volta.

Quella sera abbiamo giocato ai tavoli
del Casinò del Grand Hotel
proprio sulla riva del lago di Lucerna.
Più tardi abbiamo visto uno spogliarello.
Ma che cosa fare del ricordo
di quella tomba che mi ha sorpreso
nel bel mezzo dello spettacolo,
sotto la soffusa luce rosa del palcoscenico?
Non c’è niente da fare.
Come pure del desiderio che mi ha assalito dopo,
scacciando tutto il resto,
come un’onda.
E più tardi, seduti su una panchina
sotto i tigli, sotto le stelle.
Abbiamo fatto l’amore.
Allungando le mani sotto i vestiti.
Con il lago a pochi passi.
Dopo, abbiamo affondato le mani
nell’acqua fredda.
Poi siamo tornati a piedi in albergo,
stanchi ma felici, pronti a dormire
per otto ore.
Tutti noi, tutti, tutti,
cerchiamo di salvare
le nostre anime immortali, certi modi
a quanto pare sono più
complicati e misteriosi
di altri. Ci stiamo
divertendo qui. Ma speriamo
che ci sarà rivelato tutto, presto.

Raymond Carver, Orientarsi con le stelle: Tutte le poesie, Minimum fax, traduzione di Riccardo Duranti, 2016

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