Per non restare indifferenti, di Cristina Saracano

Il caporalato nasce come una forma di lavoro temporaneo in agricoltura, gestita dai cosiddetti “caporali”, che organizzano squadre di braccianti agricoli per lavori saltuari in campagna. 

A partire dalla seconda metà del novecento, con maggior tutela per i lavoratori, esso rimane purtroppo fortemente collegato alle associazioni di stampo malavitoso.

Si parla di caporalato associandolo molto spesso alle regioni del Sud Italia e al lavoro degli extracomunitari, ma esso è frequente anche al nord  e può interessare anche cittadini italiani, in particolare donne, spesso sottopagate e trattate in pessime condizioni, sicuramente non umane, durante la vendemmia o la raccolta dei pomodori. 

La cronaca si occupa  per la prima volta del caporalato nel 1980 a Ceglie Messapica, in Puglia, dove muoiono tre ragazze sfruttate e ne conseguono scioperi e rvolte.

Altri episodi simili nel 2010 a Rosarno, in Calabria, dove si ribellano alcuni extracomunitari pagati pochi euro al giorno per raccogliere per dieci o dodici ore consecutive pomodori sotto un sole rovente. 

Il fenomeno, se ne parla anche in questi giorni, è  amcora diffuso, nonostante le leggi  approvate per vietarlo.

Nessuno di noi può far finta di niente, però, perché l’indifferenza è la prima responsabile di questa piaga sociale che tratta donne e uomini peggio degli schiavi ai tempi degli antichi romani. 

Pur essendo nel 2018.

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