Il caporalato nasce come una forma di lavoro temporaneo in agricoltura, gestita dai cosiddetti “caporali”, che organizzano squadre di braccianti agricoli per lavori saltuari in campagna. 

A partire dalla seconda metà del novecento, con maggior tutela per i lavoratori, esso rimane purtroppo fortemente collegato alle associazioni di stampo malavitoso.

Si parla di caporalato associandolo molto spesso alle regioni del Sud Italia e al lavoro degli extracomunitari, ma esso è frequente anche al nord  e può interessare anche cittadini italiani, in particolare donne, spesso sottopagate e trattate in pessime condizioni, sicuramente non umane, durante la vendemmia o la raccolta dei pomodori. 

La cronaca si occupa  per la prima volta del caporalato nel 1980 a Ceglie Messapica, in Puglia, dove muoiono tre ragazze sfruttate e ne conseguono scioperi e rvolte.

Altri episodi simili nel 2010 a Rosarno, in Calabria, dove si ribellano alcuni extracomunitari pagati pochi euro al giorno per raccogliere per dieci o dodici ore consecutive pomodori sotto un sole rovente. 

Il fenomeno, se ne parla anche in questi giorni, è  amcora diffuso, nonostante le leggi  approvate per vietarlo.

Nessuno di noi può far finta di niente, però, perché l’indifferenza è la prima responsabile di questa piaga sociale che tratta donne e uomini peggio degli schiavi ai tempi degli antichi romani. 

Pur essendo nel 2018.