Fabrizio De André, Preghiera in Gennaio (1967), recensione di Elvio Bombonato

Lascia che sia fiorito, Signore, il suo sentiero
quando a Te la sua anima e al mondo la sua pelle
dovrà riconsegnare, quando verrà al Tuo cielo
là dove in pieno giorno risplendono le stelle.

Quando attraverserà l’ultimo vecchio ponte
ai suicidi dirà baciandoli alla fronte
“Venite in Paradiso là dove vado anch’io
perché non c’è l’inferno nel mondo del buon Dio”.

Fate che giunga a Voi con le sue ossa stanche
seguito da migliaia di quelle facce bianche,
fate che a Voi ritorni fra i morti per oltraggio
che al cielo ed alla terra mostrarono il coraggio.

Signori benpensanti spero non vi dispiaccia
se in cielo, in mezzo ai Santi, Dio, fra le sue braccia
soffocherà il singhiozzo di quelle labbra smorte
che all’odio e all’ignoranza preferirono la morte.

Dio di misericordia, il Tuo bel paradiso

lo hai fatto soprattutto per chi non ha sorriso

per quelli che han vissuto con la coscienza pura;

l’inferno esiste solo per chi ne ha paura.

Meglio di lui nessuno mai ti potrà indicare

gli errori di noi tutti che puoi e vuoi salvare.

Ascolta la sua voce che ormai canta nel vento.

Dio di misericordia vedrai, sarai contento.

Indispensabile sapere che la ballata è dedicata all’amico (“per me Luigi è stato un fratello”) quasi coetaneo Luigi Tenco, suicida il 27 gennaio 1967, a 29 anni. E’ davvero una preghiera: Fabrizio si rivolge direttamente a Dio (vocativo; “lascia/fate iterato, col pronome al plurale/ascolta” evidenziati in punta di verso), chiedendogli di accogliere Luigi in Paradiso, insieme agli altri suicidi. Richiesta scandalosa all’epoca, quando il suicidio era, a scopo preventivo, ritenuto “dai signori benpensanti” un atto di viltà. Fabrizio invece lo dichiara un atto di coraggio (in rima con “oltraggio”), quando la vita sia diventata insopportabile (Foscolo, rivolto al fratello Giovanni: “le secrete cure che al viver tuo furon tempesta”). Il Dio, cui si rivolge l’agnostico poeta, è davvero il “Dio di misericordia” (iterato in ripresa): non esiste l’inferno, anche i suicidi e i diseredati (un topos delle sue canzoni) vanno in Paradiso, lungo ”il sentiero fiorito, là dove in pieno giorno risplendono le stelle”.

La ballata è un capolavoro metrico: sei quartine di doppi settenari (martelliani perché piani), con l’emistichio esatto di 6a sillaba. Rime baciate, tranne le alternate della I strofa (con l’assonanza semantizzata “sentiero/cielo”),

Notevole il deittico “quando” iterato tre volte. La figura retorica metricamente dominante è il parallelismo: De André ha creato una rete di richiami che tramano l’intelaiatura della ballata. Oltre a quelli che ho indicato sopra, in parentesi e non, le rime interne (“benpensanti/Santi” paronomasia; “attraverserà/là”; “per chi per chi” anaforica; “puoi e vuoi”; “mai/ormai” a sigillo).

Il tempo del verbo egemone è il futuro (otto presenze), che ben si addice a un canto funebre di intonazione solenne quasi ieratica, con due passati remoti in contrappeso, come l’abbassamento di registro dell’inserto parlato confidenziale. Un solo iperbato significativo, e un solo enjambement forte, a sottolineare la scelta di una sintassi fluida moderatamente ipotattica (vedi le subordinate relative),conforme alla solennità emanata dal testo.

La musica mi sembra una nenia affettuosa, quasi una ninna nanna (canto persuasivo al sonno), lenta, col timbro uniforme della voce calda senza eguali di Fabrizio, che appena rimarca la pausa breve del doppio settenario, e prosegue in lieve crescendo.

PS: poiché l’analisi è sintetica, con tecnicismi, se alcuni lettori volessero spiegazioni supplementari, posso aggiungerle, a richiesta.

video: https://www.youtube.com/watch?v=0JK1ntv7mOI