Il suono della parola

Ascoltavo Miles Davis, la sua musica nera e impenetrabile, le note spigolose e oscure, piccoli miracoli, ombre disegnate nella magia di una tromba che sillabava il linguaggio dell’anima. Michel Petrucciani fu per me il genio incastrato nella fragilità di un corpo deforme. Il luccichio dei suoi occhi, le stampelle e la voglia di sedersi alla tastiera, i pedali del pianoforte sollevati per consentire alle gambe di raggiungerli. Michel e le sue camicie stravaganti, Michel e i suoi occhiali, le mani piccole e potenti come due colibrì nervosi sulla tastiera. Il suono di un gigante e l’ingenuità di un bambino.
Poi Keith Jarret, Herbie Hancock, Bill Evans e Cick Corea. Count Basie e Horace Silver, chiunque fosse in grado di squarciarsi il petto e donarmi il cuore, chiunque sfiorasse l’infinito con le dita. Pianisti immensi, eccentrici, celestiali improvvisatori, equilibristi sulla corda tesa della tecnica. Li vedevo felici e scanzonati, a differenza…

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