45 anni dal colpo di Stato in Cile, di Lia Tommi

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Sono passati 45 anni dal colpo di Stato in Cile. È l’11 settembre del 1973 quando, dopo ore di combattimenti per le strade di Santiago del Cile, i vertici militari prendono il potere destituendo il presidente della Repubblica democraticamente eletto, Salvador Allende e instaurano una dittatura con a capo il generale Augusto Pinochet. Nel Paese vengono subito sospese tutte le libertà: il parlamento viene sciolto e i partiti e i sindacati dichiarati illegali. Contemporaneamente, viene avviata una dura repressione verso i sostenitori di Allende e i militanti dei partiti di sinistra.

Nel 1990, quando nel Paese tornerà la libertà e la democrazia, un’apposita commissione nazionale conterà ufficialmente oltre 40mila perseguitati del regime tra morti, desaparecidos, torturati, incarcerati ed esiliati per motivi politici. Numeri, questi, contestati ancora oggi dalle associazioni delle vittime e dalle organizzazioni dei diritti umani. Negli anni Duemila, poi, un dossier della Commissione Valech voluta dall’allora presidente della Repubblica, Ricardo Lagos, per far luce sulla prigionia politica e la violenza negli anni della dittatura militare, ha rivelato che tra i torturati dal regime ci sono stati anche bambini minori di 12 anni.

Il colpo di stato in Cile arriva a meno di tre anni dall’elezione di Salvador Allende a presidente della Repubblica come candidato di Unidad Popular, una coalizione formato da socialisti, comunisti, radicali e cattolici di sinistra. Una volta al potere, Allende avvia una serie di riforme volte a trasformare il Cile in una nazione socialista, senza cedere alla deriva autoritaria. Innanzitutto il nuovo governo accelera sulla riforma agraria e su quella sanitaria. Poi vengono nazionalizzate le grandi industrie, tra cui quella del rame, le banche, le agenzie assicurative e la maggior parte delle attività centrali del Paese come la produzione e la distribuzione di energia elettrica, i trasporti ferroviari, aerei e marittimi, le comunicazioni, la siderurgia, l’industria del cemento, della cellulosa e della carta.

Viene anche introdotto il divorzio e vengono messe a punto misure volte a migliorare la condizione delle classi più svantaggiate del Paese. Questi provvedimenti, però, non piacciono agli industriali e al mondo della finanza. Di conseguenza, comincia uno scontro sociale molto aspro, aggravato ancor di più da una forte crisi economica con iperinflazione al 350%, crollo delle esportazioni, perdita di credibilità internazionale e un imponente calo del prodotto interno lordo.

A temere la politica di Allende, oltre agli Stati Uniti, è soprattutto la borghesia e la classe imprenditoriale. Al punto che già nel 1972 il Cile è attraversato da un’ondata di scioperi. A incrociare le braccia, tra gli altri, sono i camionisti e alcune sigle sindacali di professionisti, che per giorni paralizzano il Paese. Inoltre, dopo le elezioni parlamentari di inizio 1973, vinte dai partiti di centrodestra, si viene a creare uno stallo tra la Camera e la presidenza. Una situazione che, di fatto, blocca il Paese. La crisi politica, economica e sociale del Cile è talmente grave che in Parlamento i partiti di centrodestra invocano l’intervento delle forze armate per ripristinare l’ordine e il rispetto della Costituzione.

L’intervento dell’esercito arriva la mattina dell’11 settembre del 1973, con un golpe che, nel giro di poco e senza trovare una feroce resistenza, spodesta Allende e dà il potere ai militari. Protagonisti del colpo di Stato sono l’esercito, la Marina, l’Aviazione e i carabineiros. La sollevazione dei militari comincia alle sei del mattino, quando la marina occupa tutti i posti strategici nella città costiera di Valparaíso e arresta dirigenti politici e sindacali. Stessa cosa avviene nel resto del Paese. Ma il vero golpe prende corpo alle 7:30 a Santiago del Cile, la capitale.

Allende, saputo della sollevazione dei militari, si barrica nel palazzo presidenziale de La Moneda con un gruppo di fedelissimi. I vertici delle forze armate propongono da subito al presidente la resa incondizionata ma lui rifiuta e, con alcuni messaggi radiofonici, chiama il popolo cileno alla resistenza. Nei suoi discorsi, Allende dice chiaramente che non intende arrendersi.

Per questo, poco prima di mezzogiorno, parte un bombardamento aereo contro la sede della presidenza della Repubblica e una pioggia di razzi colpisce La Moneda. Parte degli ambienti, degli arredi, delle opere d’arte e degli archivi vanno in fumo. Contemporaneamente viene colpita anche la residenza di famiglia di Allende, sempre nella capitale. I militari non vogliono trattative, il loro obiettivo è la resa incondizionata di Allende, a cui offrono un aereo con pilota per andarsene all’estero.

Il capo di Stato rifiuta di nuovo. Poco dopo, i soldati cominciano a entrare nel palazzo presidenziale: la resistenza a La Moneda è debole e, nel giro di poco, tutti coloro che erano rimasti accanto ad Allende si arrendono consegnandosi all’esercito. Meno il presidente che, nel suo ufficio, stando alla testimonianza del suo medico, Patricio Guijón, rimastogli fedele, si spara sotto il mento con il mitragliatore AK-47 che, sembra, gli era stato regalato da Fidel Castro.

Dopo il colpo di Stato, il potere viene preso da una giunta formata dai quattro capi militari insorti: Augusto Pinochet dell’esercito, Gustavo Leigh Guzmán dell’Aviazione, José Toribio Merino Castro della Marina e César Mendoza Durán dei carabineiros. Poco dopo, però, a diventare caudillo è Pinochet, che si fa presto nominare presidente della Repubblica e tiene saldamente il potere nelle sue mani fino al 1990.

Un anno prima, infatti, erano state indette le prime elezioni democratiche dal ’73 che furono vinte da Patricio Aylwin. La Costituzione emanata dalla dittatura rimase invariata e ci fu un’amnistia che copriva i crimini dei 17 anni precedenti. Pinochet mantenne la carica di comandante supremo delle forze armate fino al 1998 e divenne poi senatore a vita, ma fu arrestato a Londra dove rimase ai domiciliari fino al 2000 quando gli fu concesso di tornare in Cile dove morì nel 2006.

I 17 anni di dittatura sono segnati da una dura fase di repressione degli oppositori politici. Lo stadio di Santiago viene trasformato in un grande campo di concentramento al cui interno, per mesi, avvengono torture e interrogatori violenti. Molte militanti vengono stuprate, tanti oppositori scompaiono nel nulla e non saranno mai più ritrovati: i cosiddetti desaparecidos. Si calcola che circa 130mila persone sono state arrestate dal regime nei suoi primi tre anni di vita. Inoltre, due giorni dopo il golpe, i partiti che si oppongono alla svolta autoritaria del Paese vengono messi fuorilegge e, poco dopo, il parlamento sciolto. La democrazia aveva lasciato il posto al regime. In Cile era iniziata la dittatura.

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