La pazza gioia, una fuga per rinascere, di Benedetta Pallavidino

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di Benedetta Pallavidino

La pazza gioia di Paolo Virzì

Due donne stanche, sfinite, segnate, sedute su un muretto del lungomare di Viareggio, si guardano  per la prima volta nonostante abbiano condiviso decine di folli avventure in un arco di tempo molto ristretto, manifestano il loro dolore, si mettono a nudo e poi si abbracciano mentre una delle due sussurra: “Meno male che ci sei te!, una frase che racchiude la potenza e la forza de La pazza gioia, il nuovo film di Paolo Virzì.

E’ un giorno simile a tanti altri a Villa Biondi, struttura terapeutica che accoglie donne affette da disturbi mentali, la comune routine della struttura e delle sue abitanti è scandita dagli insistenti consigli e dalle frivole chiacchiere di Beatrice, ricca ed estrosa ospite della struttura che non perde mai occasione per far vanto del suo florido passato e del suo buon nome. Proprio in questo giorno giunge a Villa Biondi una nuova ospite: Donatella, una ragazza magrissima, ricoperta di lividi e tatuaggi, con il viso scavato e gli occhi colmi di tristezza.

Tra Beatrice e Donatella si instaura subito un rapporto di intesa e di amicizia – nonostante in principio sia la prima a forzarla  –  un legame destinato a crescere e a diventare vitale non appena alle due donne viene offerta una possibilità di fuga. Tra auto rubate, conti non saldati e puntate al tavolo da gioco di locali notturni, le due donne imparano a conoscersi, a scoprirsi e a comprendersi, si raccontano. Beatrice svela tutti i segreti del suo grande amore non corrisposto vero un latitante agli arresti domiciliari, Donatella fa luce sulla causa

della sua depressione: la separazione dal figlio che è stata costretta a dare in adozione.

La pazza gioia è in tutto e per tutto un film di Virzì: toccante, commovente, a tratti comico, capace di affrontare con delicatezza eleganza ed un pizzico di comicità grottesca argomenti apparentemente scontati. Amicizia, felicità, infelicità, separazione, sofferenza, depressione, sono concetti e stati d’animo noti a chiunque, eppure attraverso gli occhi di Beatrice e di Donatella si vestono di un nuovo peso. Cosa ci rende felici? Cosa infelici? La fuga è davvero la soluzione migliore?

La fuga verso una vita libera, verso la pazza gioia non è un’avventura alla scoperta di un grande parco dei divertimenti come sostiene e crede fermamente Beatrice, che della vita ha solo assaporato i piaceri senza rendersi conto che erano solo la superficie di qualcosa di molto più profondo, è piuttostoun tuffo nella più gelida delle acque dalla quale è faticoso riemergere, acque  che tutt’altro che metaforicamente, Donatella ha attraversato, e dalle quali è riemersa – non del tutto – con immane fatica.

Virzì mette in contrapposizione due mondi opposti, li fa scontrare rovinosamente, li sovrappone e conclude con l’invertirli: chi ha perso ogni speranza ritrova una ragione valida per lottare, per guarire, per riconquistare ciò che le è stato tolto, chi invece per tutta la vita ha creduto nel fascino del materialismo e dell’effimero, si ritrova spiazzato, a guardare l’orizzonte da una finestra nella speranza di vedere apparire in lontananza l’esile figuretta che le ha insegnato a dar peso ai sentimenti.

La poesia e la potenza del nuovo film di Virzì viene ulteriormente sottolineata dalle strepitose interpretazioni di una sublime Valeria Bruni Tedeschi e da una inaspettatamente convincente Micaela Ramazzotti. Beatrice e Donatella, due instabili ed alternative Thelma e Louise brillano oscurando e opacizzando volti e gesti delle sbiadite sagome che si alternano al loro fianco lungo il viaggio che le porterà verso la rinascita. 

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